Primo Prologo

 

 

Italia - Golfo di Squillace - Scavi del Vivarium di Cassiodoro - 27 marzo 1994 , ore 8.45 a.m.

 

1

 

 

Pioveva ininterrottamente da quasi tre giorni in un fazzoletto di terra non più grande di 10 Km. quadrati. Quella maledetta nuvola sembrava essersi attaccata lì con tutte le sue forze e non volersene andare prima di aver scaricato tutta la sua rabbia sul costone a picco sul mare. Tutto intorno, invece, un beffardo sole illuminava l'orizzonte marino.

 

L'insolito fenomeno aveva finito con il far saltare i nervi del sovrintendente, già preoccupato per conto suo dell'imminente arrivo del professore americano. L'ometto era sulle spine e non faceva che passeggiare su e giù sotto la pioggia, fissando lo scavo fangoso.

 

" Ecco..! Ora diranno che non siamo buoni nemmeno a tenere una buca asciutta, maledizione...!"

 

La voce dell’uomo era stridula e il suo viso rosso dalla rabbia. Gaetano Nicolosi, il suo giovane assistente, intervenne per tentare di calmarlo:

 

" Ma dottore, le pompe stanno lavorando a pieno regime, non si preoccupi ! Abbiamo anche versato 10 sacchi di argilla espansa per terra, sopra al telo impermeabile. Vedrà, giù si cammina benissimo, non si scivola nemmeno..."

 

Il sovrintendente si fermò togliendosi gli occhiali per asciugarli dalla pioggia. Si girò di nuovo verso lo scavo, infine fissò il giovane assistente con un sorriso tirato :

 

" Dici, Gaetà...? Perché.. tu forse non lo sai… ma qui io mi gioco il posto, capisci..? Da quando è stata trovata quella maledetta pietra sembra che a Roma abbiano tutti il pepe al culo... Pure gli americani dovevano invitare.."

 

Un rumore sordo attirò l'attenzione dell' assistente, prima che potesse rispondere. I due si girarono verso la cima del monte mentre l' elicottero superava la cresta.

 

"Eccoli ! Sono arrivati..."

 

Il piccolo cantiere sembrò scosso da un fremito. Gli operai uscirono rapidamente dallo scavo portandosi dietro i loro attrezzi e provvedendo a dare l'ultima ripulitura. Il sovrintendente si chiuse il bavero dell' impermeabile e prese a salire, accompagnato da Gaetano, il ripido pendìo che portava allo spiazzo predisposto per l'atterraggio. Lì Il vento, lontano dal riparo degli alberi, rendeva la pioggia ancora più insistente e fastidiosa. Piccioni rivolse un ultimo rabbioso sguardo al cielo prima di dirigersi verso il portello che stava per aprirsi.

 

 

2

 

 

 

Il vano era stato quasi interamente svuotato dalla terra. Le pareti erano tutte in opus reticulatum e dietro le travature di protezione si intravedeva il soffitto a doppia crociera. Al centro, il pilastro alla base del quale era stata trovata, protetta da una nicchia, la pietra.

 

Parker si avvicinò, si inginocchiò per terra, si tolse i guanti accarezzando con delicatezza estrema il meteorite. Poi mormorò qualcosa a Clarissa Vittoriani, la giovane italo americana che lo accompagnava, una bionda mozzafiato che aveva calamitato l'attenzione di tutti da quando era scesa dall'elicottero. La donna si girò sorridendo verso Piccioni e il suo assistente che la guardavano adoranti e pendevano dalle sue labbra.

 

"Il professore chiede se sia stata rimossa..." cinguettò.

 

Passò un attimo prima che Piccioni riuscisse a rispondere :

 

"No...no, che scherziamo..?! E chi se la prendeva la responsabilità..? E poi… se magari è pure radioattiva..?.

 

Nicolosi guardò stupito il suo superiore, poi intervenne prontamente per riparare alla gaffe :

 

"No, no, ...non c'è da preoccuparsi. Abbiamo già monitorato tutta la zona : la radioattività c'è, si... ma come c'è dappertutto qui attorno.Questa è zona vulcanica...

 

"E perché, allora, non potrebbe essere un refuso lavico ? " Parker sorprese tutti per l’italiano quasi perfetto. L'assistente guardò il sovrintendente, poi osservando lo sguardo spento di Piccioni capì che toccava ancora a lui rispondere. Inghiottì saliva per l'emozione e si rivolse al celebre scienziato :

 

"No, professor Parker... lo escluderei... a parte che segni eruttivi esterni qui attorno non ce ne sono per chilometri, poi non corrisponderebbero i componenti. Comunque, per gli esami completi aspettavamo voi..."

 

"Certo, certo....grazie, professor...?"

 

L'assistente avvampò:

 

"No, no...che dite.... solo dottore..., in geologia. Dottor Gaetano Nicolosi, per servirvi.."

 

Parker si alzò da terra scrollandosi dai pantaloni l'argilla espansa e sbottò a ridere :

 

"Bene, dottor Nicolosi,...spero che allora....... collaboreremo insieme...!"

 

Gaetano Nicolosi strabuzzò gli occhi e si costrinse a stringere la mano che Harold Parker gli porgeva. Accanto a lui, livido di invidia, il sovrintendente ostentava un sorrisetto acido. Mentre Parker dava disposizione ai suoi assistenti per rimuovere la pietra, il sovrintendente passò accanto al suo assistente tirandogli la manica del giubbotto :

 

E bravo ! Così adesso non ce li togliamo più di dosso...!"

 

L'assistente stava sorridendo alla bionda che continuava a fissarlo con insistenza e quasi non si accorse del suo superiore fino a che non sentì la stretta alla manica.

 

" Ma che dovevo fare, dottore...? Voi avete parlato di radioattività e così..."

 

"E allora ? Faglieli fare a loro gli esami, che t'impicci..? Ora va, va che ti sta chiamando, lo scienziato...!"

 

In effetti Parker e i suoi assistenti avevano appena rimosso la pietra e stavano osservando qualcosa. Qualcosa evidentemente di anomalo perchè lo statunitense fece cenno a Gaetano di avvicinarsi. L'uomo raggiunse la pietra e guardò. Esattamente sotto il frammento c'era qualcosa, come una piccola cavità. Nessuno l'aveva notata fino a quando la pietra non era stata mai rimossa. Nicolosi dimenticò l'emozione e con freddezza professionale chiese ad un operaio un pennello da ripulitura e si inginocchiò accanto a Parker. L'uomo si girò verso di lui sorridendo :

 

"Prego, dottor Nicolosi. A lei l'onore. Lì sotto c'è qualcosa di interessante..."

 

L'assistente prese la torcia che Parker gli porgeva e illuminò la piccola cavità. La buca era quasi colma della polvere finissima che, nel corso dei millenni, si era sfarinata dal meteorite sovrastante. Ma in mezzo c’era qualcosa di solido e squadrato. Nicolosi scostò con le dita una piccola collinetta di polvere, impalpabile come talco, attorno alla sporgenza. Si fermò sbalordito : lì dentro c'era, perfettamente conservato, un antico volume. Con le mani tremanti, facendo molta attenzione, il giovane spolverò via la polvere da quella che doveva essere la copertina. Era davvero un libro, probabilmente della mitica biblioteca di Aurelio Cassiodoro, l'antico scrittore romano. Una scoperta incredibile. Sotto i delicati colpi del pennello ritornarono alla luce un disegno ed una scritta, incisi sulla copertina : una specie di cristallo stilizzato, spaccato a metà, con una goccia d'acqua che ne fuoriusciva. In basso la scritta - Egyptus..-

 

Il precario telone che proteggeva la postazione di scavo non offriva certo garanzie per procedere ad un esame del reperto in loco. Si provvedette così a coprire il volume con una coperta e poi con un morbido telo impermeabile. Quindi venne allargata a colpi di piccone la cavità, per permetterne l'estrazione dal basso. Finalmente, sorretta da mille mani, la preziosa reliquia finì sul bancone, sotto la tettoia. Attorno la pioggia continuava a scrosciare.

 

Non possiamo analizzarlo qui. E' troppo umido...!

 

Il parere di Parker era troppo autorevole per sollevare obiezioni e così la pietra prese la via dell'elicottero. Il sovrintendente gongolava dalla contentezza. Appena se ne fossero andati, avrebbe potuto lasciare quell'inferno e tornarsene all'asciutto di casa sua. Si avvicinò sorridente a Parker per salutarlo, ma lo scienziato lo guardò aggrottando gli occhi.

 

" Ma come, non venite con noi...? Abbiamo bisogno dei dati che avete raccolto. Per la relazione, capisce....?"

 

" Ma...ma... dove..? Io non so se posso... devo avvertire la sovrintendenza….casa mia.... Diglielo tu, Gaetà..? Gaetano...?"

 

Ma Gaetano era già salito e lo invitava sorridente a seguirlo, agitando la mano :

 

"Forza dottore..! Non ci possiamo rifiutare... E poi è lei l'esperto di scrittura antica, no..? Il professor Parker ci porta a Roma e stasera ci riaccompagnano qui. Vero, dottoressa..?"

 

La bionda, seduta accanto all'assistente, confermò con la testa. A Piccioni non restò che farsi il segno della croce e salire. L’ometto si sistemò diffidente e senza rilassarsi sulla comoda poltroncina e lanciò uno sguardo d’odio a Gaetano che invece, completamente a suo agio, chiacchierava con la bionda:

 

".....lo sa, miss Clarissa, che potremmo essere parenti alla lontana ? Il suo cognome e il mio, benchè diversi, hanno lo stesso etimo : vittoria.... di dove erano i suoi parenti ?"

 

Clarissa sorrise mostrando denti che non avevano sicuramente mai conosciuto carie. Strinse deliziosamente gli occhi e posò la mano sul braccio di Gaetano, provocandogli un immediato aumento della sudorazione :

 

"..ma davvero, Gaetano ? E’ stupendo !....."

 

L’elicottero si alzò elegantemente e si lasciò dietro in pochi secondi la nuvola fastidiosa.

 

 

3

Voce fuori campo racconta :

 

La pietra si rivelò essere davvero il frammento di un asteroide, portato laggiù chissà da dove, probabilmente dall’Egitto. Il reperto venne sezionato a Roma e buona parte prese la via degli USA insieme al prof. Parker. Il volume invece andò in consegna alle amorevoli cure degli esperti del Ministero dei Beni Culturali di Roma. La relazione che lo accompagnava, scritta da Parker poco prima di partire per gli USA, era stata vergata a mano e per lo più in inglese. Passarono due mesi prima che fosse individuata la competenza per la traduzione in italiano e un altro perchè questa arrivasse sul tavolo della segreteria della Biblioteca statale cui era stata affidata la custodia del prezioso volume. L’addetta al protocollo in quei giorni era ammalata e la sostituiva una collega, molto malvolentieri. La donna aprì la busta e ne estrasse la cartellina con la traduzione, lesse e sbuffando contrariata cercò nell’elenco dell’archivio il nome del volume cui la relazione faceva riferimento. Ma il reperto trovato a Squillace aveva solo un protocollo provvisorio e non era ancora stato registrato. Così la relazione finì "agli atti", su uno scaffale polveroso pieno di altre carte. E il sottile folo che aveva per secoli tenuto insieme il volume e la pietra si ruppe. Ma nessuno se ne accorse.

 

 

 

 

 

 

 

4

 

La tragedia dell’Apollo, sopravvenuta dopo qualche mese, fece registrare un brusco taglio alle spese spaziali. Tra le prime ricerche ad essere ridimensionate furono quelle mineralogiche e così Squillacestone , come era stato battezzato il reperto, trovò la via della cantina invece di quella dei laboratori. Parker ricevette un bellissimo attestato dalla Nasa per il lavoro svolto e tornò alla sua cattedra nel college di Berkeley. Per ingraziarsi l’opinione pubblica e combattere una campagna stampa che parlava di sprechi, la Nasa decise di regalare buona parte del materiale già repertato alle varie Università degli Usa. Così una squadra di operai entrò nell’immenso magazzino dove erano stoccate tutte le pietre. Furono scelte per prime quelle più piccole, facili da sezionare. Quando furono finite si passò a quelle più grandi, delle vere rogne, pesantissime e taglienti. Fu Linus, l’anziano del gruppo, un nero alto come una casa, che si accorse di Squillacestone, mentre gli altri, poco distanti da lui, stavano indaffarati intorno ad una pietra grossa come un boiler da 100 litri. Si girò verso gli amici :

Ehi..... quanti campioni dobbiamo tirare fuori ancora ?

Una trentina, Linus... Una vera disdetta ! E da questa maledetta non si riesce a staccare nemmeno una scheggia ! Ci toccherà portarla tutta intera al taglio. Vienici a dare una mano, piuttosto....!

Linus sogghignò. La piccola pietra davanti a lui era senza etichetta, che probabilmente si era staccata dall’imballo. Per terra giacevano almeno una decina di etichette delle pietre repertate che erano state già trasportate via. Si chinò con fare noncurante e raccolse un’etichetta che aveva conservato ancora un po di adesività. Lesse : "frammento di Europa, Giove. Data catalogazione marzo 1998. " Perfetto ! Con le due mani possenti sollevò la pietra avvolta nell’imballo e si avviò verso la sala tagli, passando accanto agli amici che si fermarono perplessi. Li guardò con aria di scherno :

Beh... non venite ? Rimanete a fare gli straordinari ?

Gli altri si raccolsero attorno a lui dandogli pacche sulle spalle :

Ma dove l’hai trovata quella bellezza, Linus ? Le piccole erano finite tutte....

Beh... mi sono sforzato..... poi mi sono accovacciato.....

Tutti scoppiarono a ridere. Il gruppo si avviò verso l’uscita e l’ultimo chiuse la luce. Il magazzino tornò al buio.

 

 

 

 

Un salto in avanti nel tempo :28 Dicembre 1999. Denver, Texas. Uffici della Agronomy Mondial Center

 

 

 

 

 

Dalla lettera del dott. Frank Costa a un’amico, per gli auguri di capodanno del secondo millennio :

 

"...credimi Henry, se qualcuno mi chiedesse di raccontare tutto dall’inizio non so davvero se riuscirei a farlo bene. Eppure è già quasi un anno che sono quì alla AMC, alla direzione scientifica del più fantastico laboratorio che avrei potuto sognare, non più tardi di due anni fa, quando la "lipro" (n.d.r. : life protein) fece la sua prima comparsa. Ad appena 23 anni ho provato già il bello e il brutto della vita : ho fatto il facchino e scaricato concime, ho studiato le cose che mi piacevano; ho fatto sopra tutto, nello stesso tempo, la scoperta più sensazionale e la più stupida bravata che la storia dell’ultimo secolo possa ricordare. E poi ho pianto di gioia e di dolore, ho conosciuto il primo grande amore e ho avuto l’immensa fortuna di sposarlo. Ho conosciuto gli applausi e il disonore, la gloria e la tragedia. Anche il carcere, che credevo di non dover mai provare e che ha fatto ammalare di cuore mio padre.

Ora il peggio, per fortuna è passato e di quella casuale scoperta godo solo i frutti positivi : ho il lavoro che sognavo lavoro e uno stipendio così alto che non riesco mai a spenderlo tutto : compro qualsiasi cosa mi piaccia, ma rimane sempre così tanto denaro che sono costretto a versarlo alla fine su un conto che continua a crescere. Vorrà dire che mi servirà in vecchiaia, quando finirà questo sogno fantastico. Sì, perchè quello che sto vivendo è un sogno davvero, uno di quelli che ti lasciano dopo quel magico torpore della emozione meravigliosa appena provata. E tanto più sono belli, quanto peggiore è stato il loro inizio. Se non sbaglio, era l’estate del 97, a Baton Rouge. Una estate calda, asfissiante e maleodorante, proprio come l’aria all’interno del laboratorio della facoltà di Scienze, privo da sempre di impianto di condizionamento...."

 

 

Capitolo primo

 

IL COLLEGE

 

1

 

 

USA sudorientali - Stato della Louisiana - Università di Baton Rouge - Facoltà di Scienze Naturali - Laboratorio di biobotanica -

23 Luglio 1998, ore 10 a.m.

 

 

 

Frank affrontò la scalinata della facoltà come fosse stato inseguito da un branco di lupi inferociti. Molti suoi amici studenti avevano già concluso la prova e stavano uscendo scambiandosi eccitati pareri sull’esame appena sostenuto. Frank non li salutò nemmeno e imboccò trafelato il portone d’ingresso. Quello era l’ultimo giorno di corso e anche quel giorno era riuscito a non essere puntuale. La puntualità era il suo tallone d’Achille. Regolamenti e orari da sempre gli avevano fatto venire l’orticaria, e non per vizio di protagonismo. La sua era una distrazione fisiologica. Chi lo conosceva da tempo sapeva che Frank non lo faceva apposta, perchè poi era il primo a dispiacersi se con il suo ritardo causava problemi ad altri.

Comunque sia, quel 23 luglio era in ritardo. Lavorava già da sette mesi alla Greenfield come fattorino tuttofare e quel giorno Mr. Abbott, il padrone, lo aveva costretto ad aiutare i facchini per un carico di fertilizzante che doveva partire nel pomeriggio.

" ...tanto lei, Costa, è così in gamba che, anche se arriva più tardi all’esame se li mangia tutti lo stesso..!"

aveva detto il padrone, dandogli la solita pacca sulle spalle con cui lasciava intendere che la discussione per lui era finita, e non c’era da replicare. E Frank non aveva ribattuto perché in fondo Mr. Abbott lo stava aiutando. Aveva accettato di prenderlo ad orario ridotto per consentirgli di studiare e lo aveva fatto per amicizia, perché era stato in Vietnam con il padre di Frank e perché allora nella famiglia Costa circolava poco denaro. Il padre, John Costa, era di origine italiana pur essendo nato negli USA. Faceva l’elettricista e nel suo lavoro era sempre stato, come amava definirlo il figlio, un "numero uno" ma con tutto ciò non durava mai tanto nello stesso posto perché era quel che i padroni chiamano "una testa calda". Ogni volta era la stessa scena : trascorso un po’ di tempo un giorno se ne tornava a casa prima, sbatteva il berretto sul tavolo della cucina e si metteva a sedere silenzioso. Non aveva bisogno di dire nulla perché Frank e la madre avevano già capito che era di nuovo a spasso. Il fatto era che John era buono e si prendeva a cuore i colleghi che subivano angherie, anche quelli appena conosciuti. Era una specie di sindacalista e questo, malgrado fosse gran lavoratore e anche molto abile, gli creava sempre un sacco di problemi. La moglie, Margareth, aveva quasi dieci anni meno e ogni volta che c’era una crisi di denaro in famiglia si offriva di andare a lavorare. " Sono forte e robusta.. - diceva - ... e non c’è niente di male se contribuisco anch’io..." Ma a John Costa questo non andava giù, lui aveva le sue convinzioni e diceva che le famiglie si sfasciavano se la casa rimaneva vuota per troppe ore al giorno. Così, c’erano periodi in cui si stringeva la cinghia e si cambiava drugstore perché i negozianti non ti facevano più credito. Come nella primavera del 95, quando il padre di Frank rimase a spasso più a lungo del previsto. In genere restava senza lavoro per due, tre settimane al massimo. Poi qualcuno o qualcosa si trovava sempre, c’era sempre un cantiere che lo chiamava. Ma in quel periodo la crisi si faceva sentire anche fuori di casa e così l’uomo accettò per la prima volta un lavoro che non aveva a che fare con l’elettricità. A Frank rimase scolpita in testa l’umiliazione che lesse negli occhi del padre quando questo raccontò in famiglia dell’offerta che aveva accettato da un distributore di benzina. Ma non c’era altro in giro e l’uomo aveva una moglie e un figlio da mantenere. Questo episodio rimase impresso nella mente di Frank perché quello stesso giorno aveva saputo di aver vinto una borsa di studio per il college e non sapeva come dirlo in casa, vista la situazione. Ma sua madre aveva trovato la lettera e l’aveva fatta leggere al marito al suo rientro, proprio mentre l’uomo li informava del nuovo lavoro. A John Costa erano venute le lacrime agli occhi ma le aveva ributtate indietro abbracciando il figlio fin quasi a stritolarlo :

" ...se anche vengono da quella benzina puzzolente, ora quei maledetti soldi serviranno a qualcosa, dannazione...! "

Quella sera l’uomo prese gli ultimi risparmi e portò la famiglia a mangiare in pizzeria, proprio una pazzia dati i tempi, ma lui era fatto così : era sconsideratamente buono, sfidava la sorte con il sorriso quando sentiva di poter combattere per una giusta causa. E la laurea di Frank era per lui la cosa più bella che avesse potuto sognare in quel momento. Per quanto non fosse uomo di grande cultura, aveva incoraggiato Frank a studiare fin da bambino :

" Vedrai... - gli diceva - tornerà il tempo in cui l’aver studiato conterà di nuovo..."

E Frank aveva studiato sempre tanto, gli piaceva e andava bene, benissimo anzi. Così, insomma, alla fine si era iscritto al college, quello della sua città. Ma per non pesare sul bilancio familiare era riuscito a trovarsi quel posto alla Greenfield, parlandone di nascosto ad Abbott, un giorno che era passato da casa. La mattina andava all’università, il pomeriggio dalle due alle sei scaricava sacchi di concime. L’università di Baton Rouge non era molto rinomata ma nelle condizioni in cui era Frank non poteva andare tanto per il sottile e comunque a lui pareva fantastica, meravigliosa. Quando era tornato la prima volta a casa con il camice bianco i vicini invidiosi lo avevano guardato con sospetto e uno di loro aveva chiesto alla madre se per caso fosse stato assunto ai grandi magazzini. Ma lei, per quanto era felice e orgogliosa, non se l’era presa e aveva fatto entrare in casa il figlio sbattendo la porta in faccia all’uomo senza neanche rispondere.

Franki si accorse fin dall’inizio quanto il college fosse diverso dalla scuola superiore. Non tanto per le aule, più belle e più ampie, e nemmeno per le attrezzature, finalmente degne di questo nome. E’ che sentiva intorno a lui, durante le lezioni, più attenzione ed impegno negli altri colleghi di corso. A scuola gli era capitato più di una volta di fare quasi a pugni per seguire una lezione. Lì al college invece, quando spiegava il professore, non si sentiva volare una mosca. Questa per lui fu la prima emozione più intensa, più bella che provò. Gli altri erano finalmente come lui, volevano studiare davvero, volevano capire la lezione. E non perché fossero tutti secchioni, ma semplicemente perché erano più maturi, consapevoli. Quando si usciva di lì tornavano, come era logico, i divertimenti, le ragazze, le auto. Ma dentro al college no. Frank pensava che fosse giusto così.

Le materie erano interessanti, affascinanti, anche se molto complesse. Ma ce ne era una su tutte che lo intrigò subito : la biobotanica. Forse avvenne perchè lui aveva una particolare predisposizione o perché, lavorando in una ditta di fertilizzanti, sapeva già qualcosa della materia. Oppure fu solo per l’abilità della prof., miss Ellen Berger, che sapeva spiegare le cose più difficili e astruse con grande semplicità ed entusiasmo. Lui prendeva appunti su appunti e non saltava mai una lezione. All’inizio era timido e non interveniva mai, temendo di dire sciocchezze. Poi cominciò a farsi notare. Miss Berger rispondeva sempre con un sorriso, era affabile ed educata ma sapeva anche far pesare la sua autorità quando serviva. Una volta, alla fine della lezione, lo pregò di rimanere per parlargli in privato. Quel giorno avevano studiato la tecnica della stechiometria e lui aveva fatto un intervento che la Berger aveva apprezzato molto. Quando tutti furono usciti dall’aula lei si alzò dalla sedia e girò lentamente attorno alla cattedra, continuando a guardarlo. Frank era un po intimidito e rimase seduto al suo banco, il primo della fila centrale. La Berger era una gran bella donna, anche se già troppo adulta per lui. Guardandola, lui pensò che avesse grosso modo l’età della madre. La prof. si mise di fronte a lui, appoggiandosi con le mani alla cattedra e guardandolo fisso negli occhi. All’improvviso parlò :

" Lei...signor Costa.... che vuole dalla vita..? "

Frank era diventato subito rosso dalla vergogna. La tendenza ad arrossire era per lui un vero problema :

" Coosa...? - rispose - ..non ho capito, scusi....che vuole dire ? "

La donna intuì che lo studente stava pensando a lei e non alla materia, era donna troppo intelligente, ma non se la prese e sorrise di nuovo. Il suo sorriso era per Frank come la camomilla contro il mal di pancia e lui si rilassò subito. La donna riprese a parlargli dolcemente, passando con naturalezza al tu :

" Ti ho chiesto - che cosa vuoi dalla vita...? - ....dalla tua vita, intendo.. "

Questa volta Frank aveva capito bene e tirò un sospiro di sollievo. Si alzò istintivamente in piedi e rispose, cercando le parole :

"... beh...vorrei fare qualcosa di importante.....forse scoprire qualcosa che sia utile....per gli altri, voglio dire..!"

"..E ti piace la botanica...., vero ? " fece eco lei, continuando a sorridere.

" Molto ! " rispose lui, questa volta con slancio.

" Bene...bene... - fece lei, pensierosa, cominciando a passeggiare avanti e indietro - .... credo proprio che noi due andremo d’accordo.!"

 

 

2

 

 

E andò così. La Berger prese talmente a cuore la preparazione del ragazzo che gli altri studenti cominciarono a mormorare alle sue spalle. Ma a Frank non importava granché : aveva a disposizione un microscopio tutto suo, aveva libero accesso al laboratorio anche fuori dell’orario di esercitazione, poteva portarsi a casa senza limiti di tempo i testi della biblioteca. La prof. lo aveva nominato sul campo come una specie di suo assistente, assumendosi con la direzione della facoltà tutte le responsabilità relative. Meglio di così, insomma, non poteva andargli.

Lo studio della botanica era davvero affascinante, ma cominciava a occupare anche tutto il suo tempo libero e di quello Frank ne aveva proprio poco, perché doveva anche lavorare da Mr. Abbott. Così prese a portarsi di nascosto, al lavoro, le dispense del college, che leggeva tra una pausa e l’altra. Ma qualcuno tra gli operai se ne accorse e un giorno Mr. Abbott lo chiamò nel suo ufficio. Era davvero infuriato :

" Beh, non ti basta più l’orario ridotto per studiare? Ora i libri te li porti anche appresso, Costa ? ..."

Frank non lo aveva mai visto in quel modo e quel giorno temette di perdere il posto. Sarebbe stata una disdetta perché senza quei soldi sarebbe stato costretto a mollare gli studi, visto che lo stipendio del padre permetteva appena di comprare da mangiare. Ma il padrone continuava ad urlare e allora, messo alle strette, lo studente ebbe come una illuminazione :

"Mr. Abbott... - fece - ...che ne direbbe se la facoltà autorizzasse delle ricerche sui suoi prodotti..? Ho un paio di idee che, se sviluppate, potrebbero essere molto interessanti..."

Frank non aveva mai pensato alla ricerca in termini economici ma evidentemente aveva colto nel segno. Mr. Abbott si calmò subito e volle sapere su che cosa stava lavorando mostrandosi molto attento alle sue spiegazioni. Alla fine disse :

" Bene, Costa....allora facciamo un patto. Io ti permetto di portare i tuoi libri e chiuderò un occhio se la tua resa qui dentro diminuirà. Tu, però, in cambio, devi farmi un favore....."

Abbott non era affatto stupido. Aveva intuito che poteva ottenere, attraverso di me, analisi firmate dal laboratorio universitario. Ancora meglio, anzi : poteva sviluppare ricerca e ottenere prodotti migliori già testati dal laboratorio universitario. Questo avrebbe significato poter fregiare la confezione dei prodotti "Greenfied" con l’ambito marchio. E tutto questo senza distribuire mance a destra e a sinistra, come era avvenuto in passato per lui e per le ditte concorrenti, ma semplicemente permettendo ad un dipendente di lavorare un po’ meno....

Frank promise ad Abbott che avrebbe discusso della sua offerta con la Berger. Non poteva da solo prendere una iniziativa del genere perché sarebbe stata una grave scorrettezza nei confronti della prof., che già faceva i salti mortali per garantirgli i vari privilegi. Avrebbe perso la sua fiducia, ne era certo, se le avesse nascosto la cosa. Ma Abbott non vedeva poi tanti problemi :

" ... puoi dire a miss Berger che la ditta mette a disposizione tutto il materiale necessario per le analisi e inoltre.... - ci pensò su .. offre la manutenzione gratis del giardino del laboratorio. Ti va bene, così..? "

Fu allora che Frank temette davvero di essersi cacciato in un grosso guaio. Se Mr. Abbott si lanciava in una proposta del genere voleva dire che era certo di guadagnarci, alla fine. Lui di solito, prima di mettere mano al portafogli, ci pensava mille volte e invece in quel momento sembrava Babbo Natale....

Così si insospettì e glielo fece capire :

" Guardi, Mr. Abbott, che la prof. Berger è una persona molto seria, molto scrupolosa. Se i test non vanno bene, lei...."

"..Ma tu, allora, che ci stai a fare..? - fece lui strizzandogli l’occhio - ...sei tu lo scienziato, tu devi pensare a migliorare i prodotti "Greenfield" fino ad avere il marchio di qualità..! "

"..Anche se questo ... - Frank lo guardò serio negli occhi - ...dovesse significare alla fine una produzione più costosa..... ?

"Ma certo !.... - questa volta rise, allargando le braccia - ... che cosa credi, che voglia mettermi contro la legge..? Sarei proprio matto ! E poi, chiederei una cosa del genere proprio al figlio di John Costa..? Diamine, Frank, che vai a pensare... ? " .

Questa volta Frank si convinse e il padrone gli diede la solita pacca sulle spalle, continuando :

" ..e poi, ragazzo,..... se davvero, per ottenere il marchio, dovessimo rendere più costosa la lavorazione,.... chi ha detto che questo costo lo debba sopportare la Greenfield ? Pensi davvero che i clienti non accetterebbero un piccolo aumento in cambio di una maggiore garanzia di qualità..?"

Era vero, che imbecille era stato a non pensarci ! Abbott aveva ragione. E lui aveva finalmente trovato il modo di lavorare facendo quello che gli piaceva di più. Informò il giorno stesso la Berger della chiacchierata con Abbott. Lei ascoltò attenta in silenzio, interrompendolo ogni tanto per chiedere chiarimenti sui prodotti trattati dalla Greenfield. Alla fine approvò l’ idea, ma rimaneva come pensierosa.

" Occorrerà certo il parere di Horton.... e la vedo dura, da questo punto di vista.." disse.

Aveva ragione, il rettore della facoltà avrebbe messo senz’altro i bastoni tra le ruote. Quell’uomo era un mediocre, un ricercatore fallito che si era messo a fare il burocrate per poter dominare gli altri. Era nemico giurato della Berger e di tutti quelli che erano schierati con lei. Quindi, anche suo nemico.

"Però..... forse una soluzione c’è... - disse la prof., interrompendo il pessimismo di Frank- ... potrei parlare direttamente a Koenig, è mio amico..."

Max Koenig era il rettore del college. Dopo il sindaco, era l’uomo più autorevole della città e il suo parere, malgrado fosse un nero, non era mai stato messo in discussione. La Berger se lo lavorò ben bene, presentando la cosa non come un problema personale di Frank Costa bensì come un interessante esperimento di collaborazione tra pubblico e privato. Koenig volle conoscere sia Frank che Abbott e prese discretamente informazioni anche sulla Greenfield. Poi, trovando tutto a posto, diede l’autorizzazione. Quando Horton lo seppe, andò su tutte le furie, rimproverando alla Berger di averlo intenzionalmente scavalcato. Ma lei rispose che i rapporti tra l’istituzione universitaria e le imprese produttive non potevano essere competenza di una singola facoltà e che comunque, se lui non era d’accordo, poteva sempre rivolgersi a Koenig. Così lui dovette accettare a denti stretti che partisse l’iniziativa. Soltanto molto tempo dopo, quando Horton finì in galera, Frank comprese il motivo della sua rabbia : fino ad allora il professore aveva avuto il totale controllo della attività esterna del laboratorio, certamente per interessi personali. Se l’iniziativa con la Greenfield avesse avuto successo, altre ditte si sarebbero fatte avanti con la stessa offerta e il suo potere sarebbe diminuito di colpo.

La nuova situazione di lavoro, permettendogli una maggiore tranquillità, fu per Frank una iniezione di entusiasmo. Abbott mantenne la promessa e così mentre il ragazzo studiava il modo di rendere i suoi prodotti più competitivi lui mandò quattro giardinieri a resistemare il giardino del laboratorio. Quell’area ne aveva davvero bisogno perché da anni non era mai stata fatta opera di manutenzione. Furono piantate nuove piante e fiori, gli alberi già esistenti furono potati a regola d’arte e alla fine vennero sistemate anche cinque panchine per gli studenti. La voce si sparse e molti colleghi che prima non gli avevano mai rivolto la parola cominciarono a chiedergli consiglio su come organizzare il loro studio. La sua maggiore capacità, insomma, era ormai ufficializzata, riconosciuta da tutti. Perfino i veri assistenti incaricati cominciarono a trattarlo con familiarità e presero ad invitarlo ai loro parties.

Fu così che iniziò anche la storia con la Beals. Pamela era l’assistente più carina di tutto il college, l’unico suo difetto era quello di stare sempre insieme a Horton. Lui se la mangiava con gli occhi, lo si capiva da lontano un miglio, e ogni volta che la donna si avvicinava ad uno studente durante le esercitazioni Horton piombava lì per portarsela via. La Beals non dava l’aria di essere infastidita da tanta attenzione, si trattava pur sempre del rettore e a lei, che era molto ambiziosa, toccava fare buon viso a cattivo gioco. D’altronde, davanti agli studenti, i due si si erano sempre comportati come due semplici colleghi di lavoro.

Ma il giorno che Pamela chiese a Frank di aiutarla Horton era a San Francisco, a un convegno scientifico. Sarebbe restato fuori tutta la settimana e gli studenti avevano accolto la notizia con una certa soddisfazione. Non si sa se fu a causa dell’assenza di Horton oppure solo per caso, ma il fatto è che proprio quel giorno Pamela chiamò Frank nella sua stanza. La donna aveva bisogno di testare alcune provette in contemporanea e gli altri assistenti erano tutti occupati, così aveva pensato a lui. Frank la ringraziò per la fiducia e così andarono insieme nella camera sterile. In quel momento lui non aveva camice e così dovette indossarne uno prima di entrare. Fu così che accadde. La Beals gli si avvicinò per aiutarlo ad abbottonarsi, ma poi si guardarono negli occhi e .... insomma, andò così. Lei chiuse a chiave lo spogliatoio della camera sterile e le provette dovettero aspettare almeno un’ora.

Solo a distanza di tempo Frank si accorse di aver commesso un errore. Tutto divenne più difficile perché Pamela non faceva nulla per nascondere la sua ...diciamo, esuberante simpatia nei confronti dello studente. Lei era una donna sola, libera, e perciò senza nessun problema. Lui invece doveva continuamente stare attento a mille cose, come camminando in un negozio di cristallerie. Così, quando la Berger lo consigliò un giorno di scegliere meglio le compagnie, capì che doveva prendere in fretta una decisione.

 

La storia con Pamela durava ormai da circa due mesi e lei non accennava a stancarsi di Frank, mentre da parte del ragazzo l’entusiasmo, dopo i primi incontri, aveva ceduto il posto alla paura che, a causa di quella storia, fosse costretto a dire addio al college e sopratutto alle ricerche che cominciavano a dare buoni risultati. Era riuscito infatti a ottenere addirittura un brevetto per una sostanza da lui sintetizzata. Niente di grandioso, ma comunque per Frank una bella soddisfazione. Si trattava di una sorta di sonnifero ( la brevettò come "vegemorfina" ) che aveva il potere di inibire le difese naturali delle piante sottoposte ad analisi di laboratorio. La scoperta si rivelò molto utile perché permetteva di fare esperimenti che prima erano impossibili proprio a causa delle violente reazioni naturali. Fu anzi proprio per non mettere a rischio la taratura dei test sulla vegemorfina che la Berger gli fece quel discorso a proposito di Pamela.

" ... ne vale la pena, Frank ? ... Horton è sempre più nero e la Beals, poi, non mi sembra meritare tutto il tuo interesse.."

La Berger parlava come una mamma e lui la ringraziò, imbarazzatissimo. Avrebbe voluto dirle che, se fosse dipeso da lui, quella storia sarebbe già finita molto tempo prima. Non c’era amore con Pamela, non c’era mai stato fin dall’inizio, era stata soltanto una attrazione. Ma alla prof rispose soltanto che aveva ragione, era ora di darci un taglio. Lei rincarò la dose, per convincerlo ancora di più :

" Dammi retta.... chiudi in fretta questa storia, se non vuoi che sia lei a darti il benservito. Oggi l’ho vista uscire dal laboratorio con due ragazzi del primo..."

L’avevo notato anche Frank, ma per pudore aveva taciuto quel particolare, sperando che fosse passato inosservato alla Berger. Pamela era indubbiamente una donna affascinante ma anche, evidentemente, molto disinvolta. Poteva darsi davvero che il giocattolo "Frank" avesse perso ai suoi occhi il fascino iniziale. Ma lui non era morso dalla gelosia, tutt’altro : quasi sperava che la Beals si scordasse da un giorno all’altro di averlo mai conosciuto. Oltretutto, la vicinanza della donna lo teneva lontano da un paio di ragazze con le quali aveva incrociato lo sguardo negli ultimi tempi, durante la pausa mensa.... Si, era decisamente venuto il momento di girare pagina.

 

 

 

 

 

 

3

 

 

 

 

Ma il destino diede una mano a Frank. John Costa chiese al figlio di rendersi libero per quel fine settimana perché si andava a trovare la zia Rachel, nel Mississipi. Frank di solito non partecipava volentieri a queste gite ( la puzza di fiume non gli era mai piaciuta ) ma quella volta prese la palla al balzo sperando di trovare al ritorno una Pamela ...molto più fredda. La zia Rachel e il marito Dan avevano una fattoria sull’ansa del grande fiume, con annesso allevamento di maiali. La zia era sorella della madre, ma il padre di Frank e lo zio Dan non andavano molto d’accordo. Quest’ultimo era un uomo rozzo e volgare e con la moglie era spesso violento anche davanti ai parenti. Rachel invece aveva un carattere molto dolce, sorrideva sempre e giustificava l’arroganza del marito con il fatto della vita dura e stressante della fattoria. Ma Margareth, la sorella, non l’ascoltava e più di una volta Frank la sentì dire a Rachel di lasciare tutto e andare a vivere insieme a loro a Baton. Ma era inutile, quella donna non lo avrebbe mai fatto, anche se con ogni probabilità non era per niente felice.

Quando i Costa arrivarono alla fattoria era pomeriggio inoltrato. Rachel, sentendo il rumore dell’auto, andò loro incontro uscendo di casa. Aveva il grembiule e le mani sporche di farina, i capelli arruffati tenuti dietro alla meglio da un elastico. Quando Frank e i suoi scesero dall’auto lei corse incontro alla sorella e si abbracciarono a lungo, ignorando completamente il ragazzo e il padre che intanto scaricavano i bagagli. Frank capì che poco prima era avvenuta una delle solite litigate tra la zia e il marito perché l’uomo si affacciò appena alla porta, senza nemmeno salutare. Quel week end non cominciava certo nel migliore dei modi ma il viaggio era stato lungo e qualsiasi cosa fosse accaduta in precedenza, i Costa non potevano certo rimettersi subito in auto e tornare indietro. Così fecero finta di niente ma mentre entravano in casa sentirono il furgone di Dan mettersi in moto e allontanarsi. Quando comparve dietro la casa era già lontano, nei pressi della recinzione. La zia di Frank sorrise imbarazzata, invitandoli ad entrare :

" ... i maiali ci danno molto da fare in questo periodo. Dan mi ha pregato di scusarlo, ma deve andare in città per la fiera, capirete..."

Capivano, eccome. Quel buzzurro non gradiva la loro presenza e probabilmente erano stati proprio loro la causa del litigio. Ma ormai era fatta. Sistemati i bagagli si riunirono tutti nella grande cucina, dove Rachel stava preparando ogni bendidio. Ma lei, anziché rimettersi subito ai fornelli, guardava i parenti come imbambolata perché temeva di essere mal giudicata per il comportamento del marito. Frank la guardò con simpatia, notando che gli occhi della zia erano lucidi e gonfi di lacrime. Allora, guardando il prato e il fiume dalla finestra, il ragazzo cercò di spostare l’attenzione su qualche altra cosa :

" Beh, zia , come va il tuo giardino..? Hai piantato i semi che ti ho mandato con mamma l’ultima volta...?"

La zia Rachel sorrise e rimandò indietro le lacrime. Si pulì sul grembiule le mani sporche di farina e disse alla sorella :

" Margie, per favore, da un’occhiata tu al sugo, che io accompagno Frank in giardino, prima che faccia buio..."

Margareth strizzò l’occhio a Frank e disse :

" andate, andate pure... qui ci penso io. "

Così zia e nipote uscirono sul retro della casa, dove c’era l’orto e il giardino, poco lontano dalla sponda del fiume. Lui non credette ai suoi occhi : per terra un bellissimo, uniforme e compatto tappeto verde. La dichondra che aveva dato alla zia aveva attecchito perfettamente e dovunque.

" Quante volte l’hai innaffiata...? "

Frank era semplicemente sbalordito perchè quell’erba a Baton Rouge era difficilissima da coltivare e lì, invece, era cresciuta come fosse stata cicoria selvatica.

" Beh...veramente... - rispose la zia - ...ti dovessi dire la verità, Frank, qualche volta me la sono pure scordata. Ma qui, sai...." - sorrise schermendosi - "..è così umido che non corri il rischio che ti si secchi qualcosa, anzi..."

Probabilmente aveva ragione. Frank si chinò per terra e strappò un ciuffo d’erba. Era bellissima, forte e vigorosa. Avrebbe voluto che Mr. Abbott fosse stato lì a vederla.

"Ma dimmi la verità, zia Rachel..... l’hai concimata con qualcosa, vero..? "

"Ti dico di no, lo giuro... - fece ridendo - ... perché me lo chiedi..? Non è venuta come pensavi..? "

"No...cioè si.... - rispose Frank - ...è che non pensavo attecchisse così bene. Complimenti, hai il pollice verde..!"

Il week end andò bene, anche perché lo zio Dan non si fece vedere e le due sorelle ebbero modo di stare insieme e parlare a lungo. La domenica mattina Iohn Costa portò il figlio con lui a pescare sul fiume, promettendo alle due sorelle un pranzo a base di pesce. Frank cominciò a rilassarsi : era davvero contento di stare lì, un break ci voleva proprio, dopo lo stress degli ultimi tempi. E poi così avevo il modo finalmente di parlare un po’ con il padre. Anche Johni sembrava sereno. Preparò la canna e la passò al figlio già con il verme innescato.

" Ecco, tieni, figliolo.... e attento, che se abboccano qui sono belli grossi..."

Passò quasi un ora prima che riuscissero a prendere qualcosa. Quel ramo secondario del grande fiume era più simile ad una palude che a un corso d’acqua, la doppia ansa era talmente stretta che, durante i periodi di gran secca, veniva strozzata dalla rena e dal fango affiorante in superficie. Allora la corrente si rallentava fino quasi a fermarsi e questo dava al paesaggio i toni (..e gli odori..) del pantano. Frank aveva quasi perso le speranze quando il cimino della canna si piegò di colpo, senza più rialzarsi. Fece cenno al padre, che ritirò la sua lenza e si portò accanto al figlio per dargli qualche suggerimento.

" Saggia la resistenza del pesce, ma senza strappare...con dolcezza ! "

Era davvero un grosso pesce e non un tronco come Frank aveva pensato all’inizio. Una enorme, gigantesca e puzzolente carpa erbivora, che fece gridare di gioia il padre come fosse stato un bambino.

"...Ma....è commestibile...? "

chiese il ragazzo, rabbrividendo alla sola idea di assaggiare anche solo un grammo di quella bestia. Il padre lo guardò come fosse stato un marziano :

" Certo che lo è... che cosa credi..? Bisogna prepararla, pulirla bene, lasciare riposare la carne.......ma è buonissima ! "

"Sarà.... - fece Frank scettico - .....ma io preferisco i pesci di mare. Questa cosa qui puzza parecchio..! "

Ma il padre ormai aveva slamato il pescione e continuava a rigirarselo tra le mani.

"Ma che dici...! Basterà lavarla un po’ con acqua buona, pulirla delle interiora e vedrai.....le cuoche saranno contente..! Ora andiamo, dai, possiamo tornare senza paura di essere presi in giro..! "

La zia Rachel parve gradire davvero la preda e si offrì di prepararla per cena. Così Frank a pranzo si buttò a capofitto sulle braciole di maiale per mettersi a posto lo stomaco per il resto della giornata. Poi se ne andò in giardino sull’amaca, a farsi cullare dal venticello fresco che si alzava nel primo pomeriggio. La città era lontana e con essa anche i complicati problemi di Frank : rimanerne lontano, cullato dall’amaca e dal vento in quel lembo di mondo dove il tempo sembrava essersi fermato, lo faceva sentire più forte, più sicuro di quel che voleva. Fece penzolare un braccio giù dall’amaca, assaporando sotto i polpastrelli delle dita il vellutato contatto dell’erba. La carezzò con il dorso della mano, provando un sottile piacere nello sfiorare quel tappeto asciutto e compatto. Pensò che sì, quella era l’erba che tutti sognavano di avere nel proprio giardino.... Se soltanto fosse riuscito a capire che cosa l’aveva resa così bella e resistente ! Decise allora che si sarebbe portato a casa un campione di terra con la dichondra, per studiarla bene alla "Greenfield". Chissà, forse era proprio lì, sotto le sue mani, la soluzione di tutti i suoi problemi..!

 

Tornarono a Baton inseguiti dalla pioggia, ma Frank era contento e rilassato perché finalmente vedevo nei suoi un po’ di serenità. Il padre sopratutto sembrava un’ altro dopo quei giorni in campagna. L’uomo si accorse dello sguardo del figlio e disse :

"... bello, eh..? Peccato che sia durato così poco. Domani si torna al puzzo di benzina..."

Frank guardò il padre e capì che l’aria pura c’entrava sì, ma solo in parte. Il fatto era che l’uomo non si rassegnava a quel lavoro alla pompa di benzina. Alla moglie e al figlio continuava a ripetere di essersi ormai abituato, ma si capiva benissimo quanto considerasse mortificante stare lì, con la tuta, in attesa dei clienti. E poi Baton Rouge non era una metropoli e così capitava quasi giornalmente che lui incontrasse gente che lo aveva conosciuto e apprezzato come elettricista. Ogni volta abbassavano il finestrino, gli chiedevano come mai stesse lì, ascoltavano con falso interesse, poi se ne andavano salutando e promettendo di interessarsi. Ma nessuno, fino a quel momento, si era fatto vivo. Frank promise a se stesso che avrebbe, da quel giorno in poi, utilizzato parte del suo tempo per cercare di risolvere questo problema, senza farne parola al padre o alla madre.

" Vedrai, pa’.. - disse sorridendogli - ...tornerai a fare quello che ti piace..... eri troppo in gamba, la gente non può essersi dimenticata..."

L’uomo guardò il figlio con affetto e liberando una mano dal volante gli scompigliò i capelli :

" Grazie, Frank... sei pieno di premure per il tuo vecchio...ma non preoccuparti, sai..! L’importante è che entri qualche soldo, poi al resto Dio provvede. Ormai sono troppo vecchio per tornare sulla breccia, mi manca poco alla la pensione...! "

"Già,..e chi ti vuole in casa tutto il giorno...? Per carità..."

Margareth intervenne perchè sentiva che il discorso si stava facendo serio e la depressione nella famiglia Costa era da qualche tempo sempre in agguato. John dimenticò la tristezza e prese a stuzzicare la moglie per il resto del viaggio finché l’auto non imboccò il vialetto di casa.

Mr. Abbott fu subito entusiasta dell’idea di studiare la dichondra, anzi la prospettiva di rendere l’erba più forte lo allettò a tal punto che promise di dare a Frank un’ aumento di stipendio se ci fosse riuscito. Così il ragazzo portò la zolla d’erba presa dalla zia Rachel in laboratorio e cominciò a lavorarci su. Non era per niente semplice, ma lui non si scoraggiò. Una specie di presentimento gli diceva che se avesse avuto il tempo sufficiente qualcosa ne sarebbe venuto fuori. Per questo pensò di fare di quello studio la sua esercitazione d’esame : per gli esami di fine corso, infatti, il college metteva a disposizione anche il potente microscopio elettronico e "l’obitorio", come chiamavano gli studenti, per via del forte odore di disinfettante, la camera sterile dove venivano portati a riposare i reperti trattati con reagenti che avevano tempi lunghi di risposta.

Ma gli esami si avvicinavano e Frank non aveva ancora nulla di concreto in mano. Tra l’altro non poteva neanche giustificarsi con l’essere stato disturbato da Pamela : come previsto, al ritorno dal week end aveva avuto da lei la notizia che la loro storia era finita e... amici come prima..! Frank aveva ascoltato serio le spiegazioni della donna, dandosi anche un’aria contrita di circostanza, ma dentro di se aveva respirato di sollievo. La fine di quella relazione avrebbe risolto tanti problemi e lo avrebbe certo riavvicinato agli altri studenti...e studentesse.

Ma quello non era tempo di pensare alle donne. Giugno era ormai trascorso, la fine del corso si avvicinava e l’atmosfera del laboratorio era diventata febbrile, anche per il cGaetano che cominciava a farsi sentire. Ma c’era anche un altro aspetto : per la prima volta Frank sentiva su di se la responsabilità di non fallire. I colleghi continuavano a chiedergli aiuto durante le esercitazioni e ogni volta si informavano su come andavano le sue ricerche sull’erba. Le risposte evasive date dallo studente venivano interpretate per pretattica e l’aspettativa su di lui si era fatta altissima : non poteva davvero fallire ! Anche Abbott, che mai prima si era intromesso negli studi del ragazzo, cominciava a mordere il freno : il ragioniere della Greenfield confessò un giorno a Frank, rendendolo ancora più nervoso, che era tale la fiducia riposta nei suoi esperimenti che il padrone aveva già avviato contatti con un famoso studio pubblicitario di Baton per preparare il lancio della "Dichondra Greenfield".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo secondo

 

Usa mediorientali, Università di Baton Rouge. 23 Luglio 1998, ore 14.45

LA SCOPERTA CASUALE

 

1

 

Così arrivò finalmente quel famoso 23 Luglio. Un’ora e trenta minuti di ritardo in un altro momento non sarebbero stati la fine del mondo, ma quel giorno ogni secondo pesava su Frank Costa come un macigno. La Berger gli lanciò un’occhiataccia appena lo vide entrare e lo invitò subito a prendere posto al suo microscopio. Il saluto freddo della donna fu per lo studente peggio di un rimprovero e lui arrossì di vergogna mentre passava tra i pochi studenti che non avevano ancora completato la loro prova. Posò i suoi appunti sul ripiano e prese i vetrini con il suo nome. I filamenti di dichondra li aveva per fortuna già preparati il giorno prima, sezionandoli al microscopio elettronico. Questo gli consentì di recuperare un po’ del tempo perduto, ma non fu sufficiente : dopo mezz’ora anche l’ultimo studente aveva finito e la Berger si era ritirata nella sua stanza dopo essergli passata accanto per constatare a che punto fosse con la prova. Vedendolo nervoso e avvilito si era forse resa conto di essere stata troppo brusca in precedenza e così gli aveva messo una mano sulla spalla :

" Coraggio Frank...tanto l’esame lo passi comunque...! Stai calmo e quando hai finito passa da me..."

Le parole della prof., come sempre, furono una iniezione di fiducia. Frank assentì sorridendo senza alzare gli occhi dal microscopio e la donna si allontanò silenziosamente lasciandolo solo nella grande sala. Lui tornò a concentrarsi sul lavoro e decise di rischiare il tutto per tutto : era riuscito a innestare all’interno di un filamento di dichondra l’apparato radicolare di un trifoglio nano rosso, un tipo di erba da bordura di scarso valore commerciale ma di grandissima vitalità. L’unico neo di quel tipo di trifoglio era la sua crescita lentissima e la scarsa altezza, che lo faceva addirittura annegare nel muschio. Ma le sue radici, tra l’altro resistentissime, erano risultate le uniche compatibili con la dichondra e per questo motivo, dopo molte selezioni, Frank aveva deciso di affidare tutte le sue residue speranze a questo insolito accoppiamento. Così versò un po di soluzione di vegemorfina ( il sonnifero vegetale di sua invenzione) dentro la vaschetta trasparente che aveva predisposto sulla base del microscopio. Tarò di nuovo l’altezza delle lenti per mettere a fuoco il centro del recipiente, poi preparò due vetrini con gli innesti e li immerse lentamente nella soluzione. Di solito non utilizzava mai campioni di riserva, perché non gli era mai accaduto di commettere errori durante le esercitazioni. Ma quello era l’esame di fine corso e non poteva fallire ! Per spezzare lo stress alzò per un attimo gli occhi verso la porta del laboratorio, sperando di vedere la prof. Berger rientrare nella sala: lei non c’era, ma con grande sorpresa Frank notò, silenziosamente appoggiato allo stipite, il suo amico Bob Cooper, che lo osservava con aria sardonica.

Bob Cooper era studente di economia e studiava per diventare agente di borsa. La sua famiglia stava molto bene economicamente ma lui era un tipo simpatico, senza troppe arie. Vedendolo sulla porta Frank ricordò di aver preso con lui un’appuntamento importante: accidenti, a causa del ritardo si era completamente dimenticato del week end al mare ! Lanciò un timido sorriso all’amico, facendogli cenno di avvicinarsi, poi tornò ai suoi vetrini.

" Ciao, Bob.....è da molto che sei lì..? Non ti ho nemmeno sentito arrivare....!"

L’amico di Frank si avvicinò, mettendosi a sedere sul seggiolino della postazione accanto, ormai deserta da ore.

" ...E’ che non volevo disturbare lo scienziato...... - fece lui, apparentemente noncurante. Poi però, alzando la voce, sconfortato -..ma Frank.....le ragazze...! Come hai fatto a dimenticarlo...!? "

Frank rispose senza alzare gli occhi : i due innesti avevano quasi completato l’immersione :

" Non l’avevo dimenticato, credimi.... Ma Abbott mi ha tenuto fino a mezzogiorno alla Greenfield..."

"..Ma quelle lì sono già alla villa, a quest’ora...! Che figura ci facciamo...? Quando ci capita un’altra occasione così..!"

Anche Bob aveva ragione da vendere. Betty e Susan erano le più carine del corso e passare un intero week end con loro al mare era il sogno di qualsiasi studente. Frank alzò gli occhi per un’ attimo sorridendo solidale all’amico :

" ...Se credi, puoi andare tu intanto... io vi raggiungo domani, in treno..."

" Già, così stanotte facciamo il triangolo delle Bermuda, sulla spiaggia... Ma ... a che punto stai..? Non ti manca molto, vero..?"

Un filamento era ormai completamente immerso. Bene ! Frank controllò il vetrino attentamente, poi lo ripescò delicatamente dalla soluzione, pregando Bob di farlo passare :

" No, ho quasi finito... facciamo così : mentre io porto questo in camera sterile tu controllami l’altro..."

"Ma non te ne basta uno..? " Bob era impaziente.

"No, che non mi basta..!"

Spiegò a Bob come fare : doveva solo aspettare che si spegnesse la luce rossa che segnalava il tempo di immersione, poi avrebbe dovuto prendere delicatamente il vetrino con le pinzette e raggiungerlo in camera sterile. Di solito non delegava a nessun altro compiti del genere, ma la procedura era così semplice che Frank ritenne che anche Bob l’avrebbe potuta svolgere. E poi, cominciava ad avere anche lui voglia di mare....

Si incamminò con il vetrino stretto nella pinzetta e prima di uscire dalla sala si girò per lanciare l’ultimo avviso :

" ..La luce, mi raccomando...! "

Bob, in piedi davanti alla vaschetta, tranquillizzò l’amico invitandolo a sbrigarsi. Così Frank imboccò il corridoio semibuio, appena illuminato dalla porta a vetri della stanza della Berger. Giunto nella camera sterile aprì il grosso frigo e ripose sul ripiano in alto il vetrino. Di lì a poco fu raggiunto da Bob, che portava l’altro campione :

"Tutto bene..? "

fece Frank, guardandolo negli occhi. Sospettava che l’amico avesse fatto un po’ troppo presto.

" Certo, certo....eccolo qua il tuo bambino, bello addormentato..."

" Dai Bob...sii serio..hai aspettato che si spegnesse la luce, vero...? "

Un po’ risentito, Bob gli rispose :

" Guarda che, anche se studio economia, certe cose le so fare pure io...! Non vi date tante arie, voi di scienze, con questi vostri camici bianchi... State a perdere tempo mentre il grano chi lo fa...?"

" ..Lo fate voi, certo...giocando in borsa...!"

Frank rise facendo il verso all’altro. Quello era il tormentone preferito da Bob. Quello era fissato con il denaro e con le donne, ma in fondo era un vero amico. Forse l’unico veramente fidato che avesse.

Usciti dalla camera sterile Frank mise a posto il camice e raccolse in fretta le sue cose. Poi disse a Bob :

" Tu vai in auto e metti in moto : arrivo tra un’attimo..!"

Bob guardò torvo la stanza della Berger, l’unica illuminata nel buio del corridoio:

"Devi proprio salutarla..? Ora quella chissà quanto ti trattiene...!" Bob era proprio sulle spine.

"Ma no, te lo prometto ! Tra un minuto sono fuori !"

La Berger stava per farlo sedere ma si rese conto subito che Frank aveva una gran fretta. Così, sorridendo, si alzò lei e gli andò incontro.

" Bene, Frank...allora...arrivederci a quest’autunno...!"

Lui era, come al solito, impacciato. Non sapeva come salutarla e poi non era per niente certo che la prova di fine corso fosse andata bene. Sarebbe dovuto tornare alla fine della settimana a controllare i vetrini.

" Speriamo, prof. ! Oggi la prova non è andata granché... Dovrei anche tornare, la prossima settimana, a controllare l’esito del test..."

La donna si avvicinò sorridendogli e dandogli un’affettuosa pacca sulla spalla :

" Dai, Costa, sai bene che la prova ha senso soltanto per chi deve recuperare.... Tu sei stato sempre il migliore del corso...!"

Frank Costa arrossì violentemente e la Berger si mise a ridere spingendolo verso la porta :

"Ma è possibile che tu debba ancora arrossire quando stai con una donna..? Ti succede sempre ? "

"Solo con quelle che stimo..!"

rispose lui e questa volta fu lei ad emozionarsi. La Berger voleva bene a Frank come a un figlio ma non era il tipo da smancerie. Forse, pensava lui, era timida. Comunque si rivoltò verso la scrivania e quasi come per darsi un contegno aprì la borsa tirando fuori un mazzo di chiavi :

" Può darsi che io sia fuori, la prossima settimana. Questa è la chiave del laboratorio e questa è quella del portone della facoltà..."

Lui con le chiavi della facoltà ! Frank era semplicemente sbalordito.

"Ma miss Berger, le chiavi.....non so se posso..!"

Lei sorrise a tutta bocca :

"Sono io che te lo chiedo, no...? Tranquillo ( strinse l’occhio con fare complice )....Horton è fuori fino al 15 agosto.. E ora vai, che c’è l’amico che aspetta.."

Il ragazzo avvampò di nuovo. Non pensava che la donna avesse visto Bob. La Berger non gradiva intrusioni di estranei durante le lezioni, figurarsi durante un’esame...

" E’ un cretino quel Bob..! Chissà quante volte gli ho detto di non entrare, ma lui..."

Ma lei non sembrava arrabbiata :

"Lascia perdere : siamo in vacanza...no ? Divertiti....e per le chiavi : me le darai a settembre. Ne ho una copia..."

Frank uscì facendo le scale di corsa. L’amico era seduto al volante dell’auto, con il motore acceso. Entrò in fretta nell’auto, buttando la borsa di dietro e sedendosi di botto. Bob lo guardò ironico :

"...Un minuto, eh..? Che è successo..? Ti si voleva fare, vero...?"

Partì sgommando mentre Frank gli mollava ridendo un pugno sulla spalla :

" Pensa alla strada e non dire stronzate..! Miss Berger è una donna seria...!"

" Certo, certo....sono tutte serie, fino a quel momento..."

Altro pugno. Bob fece finta di perdere il controllo dell’auto, poi guardò l’amico di nuovo con il suo sguardo da matto :

" Ah, ma allora qui siamo proprio innamorati...Gallina vecchia fa buon brodo, vero, Costa..! "

"Non ti rispondo nemmeno..! - fece Frank, accomodandosi sul sedile e accendendo la radio - ...e se non la smetti ti prometto che farò la corte a tutte e due le ragazze...!"

"A proposito... - fece Bob, cambiando argomento - ...tu quale preferisci..? A me piace Susan.."

"Guarda, Bob, che questi sono discorsi del cazzo. Tanto sono sempre loro a scegliere...o no...?"

Bob ci pensò su, poi disse, tutto serio :

"Eh già, vecchio mio...proprio così..! Sai che ti dico : che non me ne frega niente, tanto io mi sento già innamorato...."

"Ah..!? - fece Frank sorpreso - ..e di chi..? Si può sapere..? "

"Di quella grande porca.............della Berger..!"

 

 

 

2

 

Italia, Roma,Biblioteca "Angelica".

 

 

Gabriella Liberati era una persona ordinata e metodica. Lo era stata sempre, fin da bambina. I suo libri di scuola, come anche i testi universitari, avevano avuto sempre la plastica sulle copertine, le pagine linde e senza scalfitture anche dopo anni di uso. Era stato inevitabile per lei, quasi una vocazione, entrare, una volta laureata, alla biblioteca Angelica. E lì, in quel silenzio carico di cultura, aveva passato gran parte della sua vita. A curare le sue creature, i libri, a proteggerli dalle mani sciagurate dei giovani. Le sue mani, invece, con l’età avevano cominciato a darle problemi, per una artrite deformante progressiva. I medici le avevano consigliato di mettersi in pensione, di non sollevare più pesi e di stare lontana dalla polvere dei vecchi libri che maneggiava quotidianamente. Ma Gabriella non aveva nessuna intenzione di lasciare il lavoro. Anche l’ultima volta, quando la malattia l’aveva costretta ad una settimana di riposo, aveva finito con il portarsi il lavoro a casa. C’era un testo che stava restaurando e traducendo in quel periodo, che non poteva assolutamente abbandonare. Tanto meno nelle mani dei suoi colleghi, gente senza vocazione e senza il minimo rispetto per la storia.

Era severamente proibito far uscire i testi dalla biblioteca ma il direttore con Gabriella aveva sempre fatto un’eccezione. La Liberati era la sua più preziosa collaboratrice e così, quando la donna gli aveva chiesto di portarsi il volume a casa per continuare la ricerca durante la malattia, l’uomo aveva sorriso :

Ma lei non si stanca mai ? Potrebbe andare a teatro, al cinema....

Ma Gabriella il teatro e il cinema li aveva già addosso, nella sua mente. Il biglietto d’ingresso erano le pagine dei suoi amati libri. Lo disse al direttore della biblioteca e l’uomo sorrise, segno che l’autorizzazione era stata concessa. Così la donna aveva salutato i suoi colleghi ed era andata via con la sua valigetta ed il preziosissimo contenuto. Ora, nella sua piccola casa, era seduta alla scrivania e con la lente da tavolo esplorava le pagine ingiallite del volume, prendendo appunti in continuazione. Il testo era in latino arcaico e proveniva da uno scavo calabrese. Il ritrovamento era avvenuto qualche anno prima in circostanze insolite, per mano di un famoso scienziato americano che era andato lì a repertare un frammento di meteorite. Di più lei non sapeva, anche se il succinto appunto della sovrintendenza calabrese parlava di una relazione che avrebbe dovuto raggiungere, prima o poi, la biblioteca. Ma quella relazione non era mai arrivata e Gabriella sorrise amaramente pensando a quanti volumi, una volta arrivati in biblioteca, venivano poi dimenticati e lasciati al loro destino. Per fortuna c’era lei, almeno fino a quando la salute l’avesse assistita....

 

Con gesto amorevole sollevò la pagina appena tradotta per passare alla pagina successiva. Ma c’era qualcosa tra le pagine, un piccolo spessore che le aveva incollate. Anni di esperienza le avevano insegnato che, in questi casi, bisognava agire con la massima prudenza. Prese il phon e bagnò un fazzoletto, che strizzò bene. Poi accese il phon coprendo con un lembo del fazzoletto la bocca d’uscita dell’aria calda. Il getto d’aria veniva così umidificato e il vapore era di solito la soluzione di questo genere di problemi. Funzionò anche questa volta e le due pagine si separarono. Gabriella spense il phon, lo posò insieme al fazzoletto sul tavolino accanto e tornò al volume. Tra le due pagine, intrappolata da millenni, c’era un piccolo ciuffo di erba rinseccolita. Il riquadro del foglio su cui era stata sistemata era cincondato da una cornice sovrastata da una scritta, segno che l’inserzione non era casuale ma voluta. La donna represse l’emozione e spostò la lampada da tavolo, temendo che l’esposizione al calore della lampadina potesse danneggiare quelle foglioline lobate. Incredibile, nonostante l’appassimento avevano conservato un tenue colore verde ed erano perfettamente riconoscibili. Una specie di piccolo trifoglio. Gabriella tornò freneticamente ai suoi appunti, scorrendoli in cerca di una precisa descrizione. Finalmente trovò il foglio giusto e cominciò a leggerlo avidamente, lanciando ogni tanto un’occhiata all’erba.

 

 

 

 

 

 

 

 

3

Usa mediorientali, Baton Rouge. Autostrada per il mare .23 Luglio 1998, ore 16.07

 

 

 

I due ragazzi continuarono così per tutto il viaggio. Bob forse era troppo ridanciano, ma il suo umorismo alle volte esagerato compensava i silenzi troppo lunghi dell’amico. Forse per questo si sentivamo una squadra, perché erano complementari. Uno silenzioso, l’altro chiacchierone. Frank rimorchiava, Bob caricava su le ragazze. Uno non aveva una lira, l’altro aveva la villa al mare, quasi al confine con il Messico. Se Betty e Susan, oltre che carine, si fossero rivelate anche simpatiche, quella sarebbe stata una settimana da favola.

 

 

E quella fu davvero la settimana più importante della vita di Frank. Non solo perché fece coppia con Betty, poi diventata sua moglie, ma per quello che avvenne a Baton, nel laboratorio, mentre i quattro se la spassavano a mare. A causa della incoscienza di Bob, infatti, (ma anche un po della sua..) Frank avrebbe conosciuto, durante quella estate, i momenti più drammatici della sua vita.

Quel giorno in laboratorio, infatti, Bob nascose all’amico che il vetrino a lui affidato gli era scivolato di mano. Il caso volle che non fosse semplicemente finito per terra, ma invece sul ripiano del microscopio accanto a quellodi Frank. Lì aveva lavorato, fino ad un paio di ore prima, un altro studente del corso, Samuel Luis. La prova di esame dello studente era su un frammento di Europa, una delle lune di Giove. La facoltà aveva avuto il reperto dalla Nasa ( niente di più di un piccolo sassetto : ne avevano ricevuto uno simile tutti i colleges degli Usa ..) e Sammy, che era appassionato di Ufo, aveva tanto insistito con la Berger che alla fine lo avevano accontentato affidandogli una piccola scaglia del minerale. L’interesse scientifico su Europa, ancor prima della scoperta della "lipro", era grande perché sul satellite erano state notate tracce di ghiaccio. Nessuno però pensava fino ad allora che si potesse addirittura trovare un organismo vivente. Nemmeno Samuel lo aveva pensato, pur notando al centro del suo frammento una chiazza più scura e compatta, come una cera fossile.

Lo studente raccontò poi, quando l’emergenza si era ormai conclusa, che aveva all’inizio grattato un po’ della chiazza per saggiarne la consistenza, ma che poi aveva lasciato perdere per via del poco tempo a disposizione per l’esame. Così quella cera, depositata in infinitesime particelle sul ripiano del microscopio, era venuta a contatto con il vetrino di Frank, che l’amico Bob si era fatto sfuggire di mano. Il resto è noto. Mentre la storia di Frank con Betty iniziava alla grande, tra gite in barca e romantiche passeggiate sulla riva al chiar di luna, nella camera sterile del laboratorio iniziava silenziosa la prima invasione aliena del nostro pianeta. La cera, contenente una proteina, aveva subito aggredito il filamento di dichondra. L’erba non aveva reagito, grazie alla vegemorfina con cui era stata addormentata e così la proteina aveva avuto tutto il tempo di prendere le misure giuste per entrare in simbiosi.

Intanto la prima settimana al mare era finita e l’amore con Betty era esploso furiosamente. Se Frank lo avesse potuto prevedere avrebbe certamente scelto per l’esame un test "secco" senza verifica a distanza di giorni. Ma le cose erano andate diversamente e così, la domenica mattina, era davvero combattuto : Betty e Susan ( che filava con Bob) avevano avuto dai genitori il permesso di rimanere qualche altro giorno ma lui doveva assolutamente rientrare a Baton per terminare la prova. Betty non avrebbe voluto lasciarlo nemmeno un minuto ( Susan, che era iscritta a biologia, le aveva tra l’altro raccontato della storia passata con la Beals...) e così Frank propose alla ragazza di accompagnarlo.

" ...Se partiamo subito potremmo arrivare lì prima di cena e rientrare di notte..." disse.

Lei sarebbe stata s’accordo, ma i suoi genitori le avevano detto per telefono che sarebbero passati a trovarla, lì al mare, e perciò Betty non sapeva che pesci prendere. Intervenne Susan, sempre pronta agli intrighi :

" Andate pure, senza problemi ! Se per caso arrivano i tuoi, dirò che siete andati al cinema ...."

Così Betty si era decisa e Bob, pur di rimanere da solo con Susan, aveva offerto all’amico le chiavi della Corvette :

" Con questa non hai scuse.... devi tornare in tempo per forza..!"

Il sole cuoceva e così i due viaggiarono con la capote chiusa e l’aria condizionata al massimo. Betty aveva paura della velocità ma dopo un po’, notando la prudenza di Frank, si rilassò sul sedile mettendosi la cuffia. Ogni tanto lui si girava a guardarla e ogni volta il sorriso di lei gli faceva sentire un tuffo al cuore. Si fermarono a mangiare un panino nei sobborghi di Baton, poi dritti al laboratorio. Il sole era quasi scomparso all’orizzonte e Betty era stanca morta, ma sorridente. Lui le proposi di scendere e accompagnarlo e lei accettò:

" Giusto per sgranchirmi un po’, dopo tutte quelle ore di viaggio.. - si guardò intorno, notando il parcheggio deserto e l’edificio con tutte le finestre abbassate - ...ma dì un po’....sbaglio o siamo soli ..? E’ tutto chiuso..!"

"Certo ! - rispose Frank ridendo - ..quando mai l’università ha lavorato ad agosto..?"

Betty lo guardò con aria interrogativa :

"..Beh, ma allora..... come fai a...?"

Lui tirò fuori sorridendo le chiavi della Berger :

" Ecco come si fa, cara mia... il tuo Frank ha già le chiavi di casa..."

Salirono la gradinata e si chiusero portone alle loro spalle. Non c’era ancora bisogno di accendere le luci perché il corridoio interno che portava al laboratorio era illuminato dal chiarore dei lampioni del chiostro ( la facoltà era un grande rettangolo con al centro un giardino). Frank giunse al laboratorio facendo strada a Betty, che lo seguiva un po divertita e un po intimorita. Le chiese se voleva seguirlo fino alla camera sterile, ma lei preferì aspettare nell’atrio d’angolo, sul corridoio.

"..Non mi va di infilarmi un camice, soltanto per stare lì a guardarti...!"

Frank le sorrise e la baciò :

" Bene....forse è meglio così....potrei distrarmi, e metterci più tempo. Siediti leggiti una rivista....io farò in un minuto"

Così, mentre Betty aspettava, lui entrò nel laboratorio, indossò il camice e si diresse alla camera sterile, dall’altra parte della grande sala. Aprì il grande frigorifero ed estrasse la piccola scatola con il suo nome fuori. La posò sul tavolo lentamente, senza scuoterla : non voleva che la soluzione di vegemorfina uscisse dal recipiente interno in cui erano immersi i due vetrini. Aprì la scatola e prese il primo vetrino : bene ! la radice di trifoglio rosso era cresciuta, segno che l’innesto con la repens era riuscito. Ripose il vetrino dentro la soluzione. Stava quasi per chiudere la scatola (non sarebbe stato necessario controllare anche il secondo campione, visto che il primo era andato bene..) quando lo sguardo gli cadde sul secondo vetrino. Fu allora che la vide. La superficie del vetrino era quasi interamente coperta di verde. Prese le pinze ed estrasse il campione, portandolo vicino alla lampada. Era contaminato, senza dubbio. Il filamento della dichondra non si vedeva praticamente più, come avvolto in una lana finissima di intenso colore verde, che aveva invaso l’intero vetrino. Un bel guaio davvero. Una delle regole principali del laboratorio era quella di distruggere i campioni contaminati nell’inceneritore. Ma l’inceneritore era in un’altra stanza, e Frank non aveva le chiavi ! Rigirò preoccupato il vetrino stretto nella pinza, evitando prudentemente di toccarlo con le dita. Poi strappò un pezzo di scottex e lo mise sul tavolo, poggiandovi sopra il vetrino. Non c’era altra soluzione : avrebbe dovuto chiamare la Berger, per farsi consegnare le chiavi dell’inceneritore. Ma questo significava certo un ritardo del rientro alla villa, programmato per la notte stessa. Decise di mettere subito al corrente Betty della novità : d’altra parte era giusto che sapesse, visto che il problema di rientrare in fretta era più che altro della ragazza.

" Ma perché, non puoi buttarlo via e basta..? "

Betty non riusciva a comprendere il problema e guardava Frank immusonita e preoccupata.

" Vedrai.... - fece lui rassicurante - ...la Berger abita qui dietro...se è in casa, ci mettiamo un attimo ad andare e venire..."

Mentre componeva il numero della Berger Frank lanciava ogni tanto uno sguardo a Betty, che cercava di sorridergli malgrado la preoccupazione. Lui era davvero dispiaciuto per quel contrattempo e pensò che se qualcosa fosse andato storto alla ragazza per causa sua non se lo sarebbe mai potuto perdonare. Il segnale di libero cessò e si udì la voce della Berger. Frank si illuminò in volto, ma fu solo un attimo :

" ...al momento non sono in casa... vi prego di lasciare un messaggio dopo il segnale acustico..."

"C’è la segreteria telefonica..."

fece deluso a Betty. E la ragazza capì che il rientro per la stessa sera era saltato. Mentre lui cominciava a dettare il messaggio lei abbassò gli occhi e cominciò a piangere sommessamente, sedendosi per terra. Con le spalle appoggiate al muro e la testa piegata sulle ginocchia, i lunghi capelli biondi che le coprivano i jeans. Frank si girò osservandola. No, non poteva farle questo. Decise che avrebbe fatto a meno dell’inceneritore. Così modificò all’istante il messaggio per la prof. :

"...le ho telefonato per dirle....per dirle che la saluto e che le chiavi, come d’accordo, le terrò io fino a Settembre. Arrivederci, miss Berger.."

Immaginò la faccia della Berger quando avesse sentito il messaggio. Avrebbe potuto pensare di tutto, perfino che lui covava chissà quale torbida passione... Ma tutto sommato non era importante e d’altra parte lo stile di Frank era un po’ "genio e sregolatezza", dunque un poco di eccentricità non guastava, anzi..

La cosa importante era che Betty aveva rialzato il suo bel viso e che i suoi occhi avevano smesso di piangere.

" Ecco fatto... - le disse - ... ora ce ne possiamo andare.."

Ma era preoccupato, perplesso e Betty se ne accorse.

" Frank, no, non voglio che faccia qualcosa che senti di non dover fare ! Se devi aspettare la tua prof., possiamo provare ad andare alla stazione. Forse... forse c’è ancora un treno che parte per il mare, posso prenderlo e...."

Il pensiero di lasciarla di notte in uno scompartimento da sola lo fece avvampare di rabbia e di voglia di proteggerla. La abbracciò, baciandola teneramente e asciugandole le lacrime :

" Sei matta...? Lo sai chi gira di notte sui treni...? Perfino io avrei paura, figuriamoci te, da sola poi..."

"Ma allora, ... il tuo vetrino...?"

Lei era speranzosa, ma non voleva contraddirlo.

"Di quello non devi preoccuparti più. Ho già la soluzione pronta...."

Non era vero, ma per vederla sorridere Frank avrebbe detto qualsiasi cosa. Ritornò dentro al laboratorio promettendole che ci avrebbe messo pochi minuti. Mentre attraversava la sala per arrivare alla camera sterile pensava al modo in cui avrebbe potuto risolvere il suo problema. Il fuoco poteva andare bene, ma forse anche l’acido .... Decise di adoperarli entrambe. Prese il vetrino e andò al becco bunsen. Lo accese e vi tenne il vetrino sopra per qualche attimo, fino a che non fu totalmente annerito. Poi vi versò sopra un paio di gocce di acido cloridrico, che impastarono friggendo la cenere verdastra, unico residuo del filamento contaminato. Quindi indossò i guanti e avvolse il vetrino prima nello scottex, poi nella pellicola di plastica. Posò il minuscolo fagottino, delle dimensioni di un dado da brodo, su un ripiano di marmo e cercò in giro qualcosa che potesse sostituire un martello. Chissà perché, ma il pensiero di distruggere fisicamente il vetrino lo rendeva più tranquillo. Alla fine trovò un piccolo mortaio di ferro e con quello raggiunse lo scopo. Saggiando con le dita il piccolo involucro gli sembrò che il vetrino si fosse frantumato a sufficienza. Allora si tolse un guanto e lo utilizzò come un sacchetto, ripiegandolo più volte attorno al vetrino infagottato e fermandolo alla fine con un elastico. Quindi uscì con il pacchettino dal laboratorio e lo lasciò cadere con noncuranza il guanto nel cestino dei rifiuti, sorridendo a Betty che lo aspettava in piedi.

" Ecco fatto....possiamo andare !"

Aprirono il portone e uscirono all’aria aperta. Fuori era buio e il parcheggio non era illuminato. Per questo motivo mancò poco che non investissero, scendendo le scale della gradinata, la donna che invece le saliva di corsa. La sconosciuta si girò per un attimo, aveva il viso contrariato dal disappunto di averli incontrati.

"....Pamela....miss Beals...!" fece Frank istintivamente.

Ma la donna non rispose e si chiuse il portone dietro. Betty guardò sogghignando Frank e gli diede un pizzico :

" ...Pameeeela..! - imitò la voce di lui - ...così, magari, avevate appuntamento qui, vero...altro che l’erba da controllare..?"

Frank stava fissando l’edificio : una luce al terzo piano illuminò a giono una finestra : lo studio di Horton. Rispose a Betty senza abbassare lo sguardo :

" Non dire sciocchezze....perchè allora, secondo te, avrei insistito a portarti ? Però è strano, che viene a fare di notte...?"

" Beh.... - fece Betty ironica - ... cerca di avere un po’ di immaginazione...tu dovresti conoscerla bene, d’altra parte...!"

"Vuoi dire che...."

" Non lo dico io...- continuò Betty - ..lo dicono i fatti. Guarda : prima nel parcheggio c’era solo la nostra auto, ricordi..?"

Lui si girò ad osservare il parcheggio. Betty aveva ragione : fuori erano parcheggiate due auto oltre la loro : quelle della Beals e di Horton.

"...E’ il classico convegno d’amore...!" sentenziò Betty.

"Scopino pure quanto vogliono, chi se ne frega.. - fece Frank preoccupato - ..ma non vorrei che mi avessero visto mentre mi disfavo del vetrino. Questo sì che mi darebbe fastidio...!"

"Ma dai.....hai visto lei che fretta aveva....? - lo tranquillizzò Betty - ..piuttosto siamo stati noi a romperle le uova nel paniere. Ma ora andiamocene... - lo spinse verso la Corvette - ..quei poverini altrimenti non cominciano fino a quando.."

Frank rise, convinto : " ...Sai che ti dico ? Che hai ragione : andiamo via di qui..!"

Partirono a capote aperta per godersi il fresco della sera. Betty tirò indietro il sedile per stendere le gambe, lui accese la radio e cercò la stazione che trasmetteva rock tutta la notte. La Corvette prese la via del ritorno sulle note del Boss che cantava "Dancing in the Dark".

 

 

 

 

 

Capitolo terzo

 

 

INIZIA L’INVASIONE

 

 

U.S.A., Baton Rouge, 3 Agosto 1998

 

1

 

 

La mattina seguente arrivò a Baton il primo tipico acquazzone estivo. Durante la notte si era alzato il vento che aveva cominciato ad ammassare le nuvole provenienti dalla costa lontana, comprimendole e gonfiandole fino a quando, fin dalle prime ore dell’alba, non era arrivata la pioggia. A quel punto il vento era caduto quasi del tutto, salvo qualche raffica improvvisa che rendeva difficile il lavoro degli spazzini.

Mary Jo Spencer alzò gli occhi al cielo imprecando, mentre percorreva il vialetto di ingresso alla facoltà insieme agli altri della squadra. Dopo tanti giorni di sole, proprio allora doveva venire a piovere, maledizione !

La squadra delle pulizie faceva durante la chiusura estiva soltanto due ispezioni al mese. Un lavoro di tutto riposo rispetto a quando il campus era aperto agli studenti. Quei vandali sembravano avere il solo interesse di riempire i prati di cartacce e sporcare i cessi come maiali. "...Studiassero almeno....quanti soldi buttati dalla comunità...! " Mary Jo si strinse il fazzoletto in testa, accelerando il passo perché la pioggia si era fatta più insistente. Raggiunse gli altri nell’atrio e passò rabbiosamente in rapida ispezione i suoi indumenti :

"...Ma guarda...! Tutto bagnato ! L’avessi saputo, avrei indossato direttamente il grembiule da casa, così ora me lo toglievo e amen...."

L’amica Lucy la osservava da dietro, gustandosi la scena ma guardandosi bene dal commentarla : Mary Jo aveva un caratteraccio e quando era di cattivo umore guai a prenderla in giro ! Mary però, quasi avesse avuto gli occhi sulle spalle, si girò all’improvviso verso l’amica. Con i capelli bianchi appiccicati al viso, che grondavano gocce di pioggia da sotto il foulard, aveva un aspetto così buffo che Lucy, non volendo, finì comunque col riderle in faccia :

"..scusa, Jo, ma proprio non ce l’ho fatta....! Ma ti sei vista in faccia ..?"

Mary Jo non rispose, rivolgendo però all’amica uno sguardo torvo di rimprovero sciogliendo il fazzoletto fradicio di pioggia. Mentre lo strizzava per terra commentò tra se, ma ad alta voce perché sentisse anche Lucy :

" ...Voglio vedere quando arriverete alla mia età, se sarete ancora contente di inzupparvi...! Se mi viene la polmonite, chi mi paga...lo zio Sam..?"

L’ amica si avvicinò con un fazzoletto di carta, in segno di pace :

" ...Ecco, fai con questo, che è asciutto...! Lo zio Sam, cara mia, ha altro da pensare, che farti da balia......Sarebbe bastato questo, non pensi ?"

e le mostrò il suo ombrello. Mary Jo divenne furente :

" Ma siamo al tre di agosto, o no..? Non mi dire che tu te lo porti sempre appresso ...!? Allora ha ragione chi dice che porti male...!"

Lucy lasciò cadere per terra il fazzoletto :

" Ah, ma allora sei proprio un’ingrata...! Cavatela da sola, va!"

e si allontanò indispettita, lasciando Mary Jo che continuava a borbottare.

"...Vedrete....vedrete se non ho ragione...! "

Il malumore ormai l’aveva presa e lei sapeva che se lo sarebbe portato appresso per tutta la giornata. Proprio un bel modo di riprendere il lavoro, dopo le ferie di luglio ! Ma del resto, meglio così : se ne sarebbe stata per conto suo e magari avrebbe faticato meno. Gli altri, con la scusa di chiacchierare con lei, finivano sempre col caricarla dei lavori più pesanti : "...e Jo, prendimi lo straccio....Jo, per favore, riempimi il secchio....e via dicendo..! Se la cavassero da soli, una buona volta....!"

Andò al bagno riservato agli addetti, aprì il suo armadietto e tirò fuori spazzolone, straccio e secchio. Riempì il secchio e versò una goccia di detersivo, poi sistemò tutto con perizia sul carrello accanto al secchione, avviandosi poi verso il laboratorio. Man mano che avanzava lungo il corridoio controllava i cestini portarifiuti. Ma erano tutti vuoti, perché li avevano già puliti una volta dopo la fine delle esercitazioni. Solo in quello davanti alla porta del laboratorio trovò qualcosa. La donna fece per rovesciare il cestino nel secchione dei rifiuti ma l’ oggetto la incuriosì e fermò il braccio a mezz’aria :

"...Ma guarda che stupidi...! L’ho detto che buttano i soldi, questi qui...! Un guanto nuovo nuovo, senza tagli...! Scommetto che non è stato mai usato...!"

La donna liberò l’elastico dal guanto. Dentro c’era qualcosa, avvolto più volte e strettamente nella plastica e nella carta. Aprì il piccolo involucro, scoprendo i resti del vetrino, taglienti come lame. Stava quasi per tagliarsi ma si trattenne dallo smoccolare perché in fondo se l’era voluta lei : era certo per quel motivo che avevano avvolto il vetrino nel guanto. Mary Jo fece cadere il resto nel secchione e si mise il guanto in tasca, poi aprì con le chiavi la porta del laboratorio.

La squadra finì rapidamente il suo lavoro, uscendo all’aperto con un solo secchione riempito appena a metà di rifiuti, per lo più cartacce. Fuori c’era il sole perché il vento, tornato a spirare impetuoso, aveva sparso le nuvole lontano dalla città. Freddy, il caposquadra, portò il secchione a livello strada e fece un fischio a due della nettezza urbana che stavano scaricando un cassonetto poco lontano da lì. Uno dei due rispose con un cenno di assenso e il camion, ripartito, rallentò nei pressi di Freddy fino quasi a fermarsi. L’uomo si avvicinò con il secchione e aiutato dai due netturbini che si reggevano al predellone posteriore cercò di scaricarlo dentro. C’era vento e l’operazione non era affatto semplice, tanto che una raffica improvvisa fece volare per strada quasi un terzo dei rifiuti senza che i tre potessero impedirlo. Il camion si fermò e uno dei netturbini scese, imprecando in malo modo verso Freddy. Raccolse per terra solo ciò che era a portata di mano e poi fece cenno al conducente di ripartire.

Freddy alzò il braccio per protestare, ma il mezzo aveva già girato l’angolo :

" Ma guarda questi porci...."

disse osservando le cartacce rimaste sul selciato, che il vento cominciava a sparpagliare in tutte le direzioni. Gli altri della squadra si avvicinarono, commentando l’accaduto :

"... e poi dicono di tenere pulito...! Ma se sono proprio loro a sporcare..!"

"..E ora, che facciamo..? Chi la raccoglie questa roba..?"

"Ah, io no di certo...! L’ho già fatto una volta !"

fece Freddy, e girò i tacchi. E dato che era il caposquadra tutti furono naturalmente solidali, tanto più che il vento aveva ormai distribuito i rifiuti in modo democratico ai quattro lati del grande piazzale.

 

 

 

 

2

 

 

 

 

 

Alvaro Cunha guardò l’ora : era in anticipo e dopo un viaggio così lungo ci poteva anche stare un cicchetto ! Sapeva anche dove andare a farselo : al piazzale dell’università avrebbe trovato sicuramente parcheggio, visto che la scuola era chiusa e lì davanti, se non ricordava male, c’era un bar che apriva all’alba. Tra l’altro così si sarebbe avvicinato alla fabbrica di succhi di frutta, dove avrebbe poi dovuto caricato la merce. Bene.

Il Tir arrivò sul piazzale deserto, coprendo con il suo rombo un tuono lontano. Il vento spazzava il selciato ancora lucido di pioggia alzando cartacce e increspando le pozzanghere. L’autista era di buon umore perchè quell’improvviso sgrullone aveva rinfrescato l’aria e lui avrebbe fatto il viaggio di ritorno più comodo. L’uomo fermò il Tir, poi scese con un salto dalla cabina sgranchendosi in modo sguaiato e pulendosi il sudore con la maglietta lurida. Non era davvero il soggetto ideale da incontrare di prima mattina e un paio di donnette, vedendolo da lontano, attraversarono la strada piuttosto di incrociarlo. Alvaro le guardò grugnendo qualcosa di irripetibile in messicano, poi attraversò anche lui in direzione del bar. Il locale era deserto e la commessa aveva voglia di chiacchierare, così i cicchetti diventarono due prima che l’uomo uscisse fuori. Prima di risalire in cabina fece un giro di controllo attorno al Tir e notò che, nel parcheggiare, Il treno di ruote posteriori dalla parte del marciapiede era finito sopra un cumulo di cartacce, alcune con il bollo dell’università. Alvaro era un uomo rozzo ma aveva un gran rispetto per le istituzioni. Così raccolse incuriosito uno dei fogli, e lesse : "prova di esame".

"Bella prova davvero, amico... - grugnì - .. guarda un po dove ti è finita...!"

Gettò via la carta e salì in cabina mettendo in moto. Il mezzo fece una disinvolta conversione nel piazzale ancora deserto e scomparve in una via laterale.

Sull’altro lato della piazza il vecchio Todd aveva già raggiunto la sua panchina. Controllò che fosse pulita, poi si sedette e aprì il giornale. Quello era il suo posto preferito : la panchina era rivolta verso il prato dell’università, l’unico curato in modo decente e il sole, di lì a pochi minuti, l’avrebbe raggiunta, affacciandosi da dietro i tetti della facoltà di biologia. Todd cominciò a leggere ma la pagina esterna del quotidiano, colpita da una raffica di vento, gli sfuggì di mano lacerandosi e finendo sul marciapiede. Imprecando il vecchio si alzò mettendosi il resto del giornale sotto l’ascella e si avvicinò con circospezione alla pagina per terra, come se stesse braccando un animale ferito. In effetti la pagina sembrava davvero viva e ogni volta che Todd riusciva ad avvicinarsi strusciava via, mossa dal vento. Alla fine rimase però intrappolata da un segnale stradale e il vecchio riuscì a ricomporre il suo giornale. Rimise la pagina al suo posto, allineandola con le altre e controllando che fosse ancora leggibile. Tutto bene : si era soltanto sporcata un po’, ma su una pubblicità. Todd ritornò alla sua panchina, si accese la pipa e si immerse nella sua lettura preferita : i necrologi.

Il Tir si fermò qualche miglio oltre il confine messicano. Alvaro Cunha scese dalla cabina per fare un goccio d’acqua. La strada era deserta e il sole cominciava a farsi sentire. Magari fosse rimasto al fresco di Baton..! In Messico, quando pioveva, il beneficio durava solo pochi secondi, giusto il tempo necessario perchè quella terra assetata si bevesse tutta l’umidità senza lasciarne fuori nemmeno una goccia. L’autista sputò per terra allacciandosi i pantaloni, poi andò a il portellone posteriore. Girando dalla parte della strada notò qualcosa di strano su una delle ruote. Si avvicinò a osservare meglio, preoccupato : sulla gomma si era attaccato qualcosa, sembrava una specie di pellicola pelosa di color verde. La toccò con un dito : era un po’ viscida, come l’erba pestata a lungo. La cosa strana era l’uniformità con cui quella cosa aveva aderito al pneumatico. L’autista si sporse, chinandosi, sotto il Tir, per osservare anche l’altro lato della gomma. Anche lì era diventata tutta verde. Bestemmiando contro la sorte uscì da sotto il camion e tornò in cabina. Cercò sotto al sedile e trovò il suo coltello...diciamo da difesa. Una lama a punta lunga una trentina di centimetri, praticamente una spada, e molto affilata. Scese con quella dalla cabina, controllando prima che non passasse nessuno. Ritornò alla gomma e provò a grattare via quella schifezza. Veniva via con facilità, meno male ! Se la stradale lo avesse fermato con la ruota in quello stato probabilmente gli avrebbe fatto la multa. Riuscì a togliere quasi tutta quella specie di chewingum dalla ruota, perlomeno sul lato esterno. Alla fine pulì sulla terra asciutta il suo coltello, soddisfatto del risultato ottenuto, poi risalì in cabina. Il Tir ripartì dolcemente, lasciando il piccolo cumulo di poltiglia a seccare al sole. Sullo sfondo, lo specchio immobile ed infuocato del lago Cuervo, che iniziava la sua battaglia quotidiana contro la siccità.

 

 

 

 

 

3

 

Usa, spiaggia di …………………, 4 Agosto 1998, ore 12.10

 

 

 

 

Susan si stiracchiò girandosi sul dorso. Il suo corpo giovane e snello era dorato alla perfezione e la tintarella contrastava deliziosamente con il rosa chiaro del costume. Il sole era davvero cGaetano e cGaetano l’aveva così impigrita che non le andava nemmeno di aprire gli occhi. Cercò a tentoni sotto al lettino di Bob, steso accanto a lei, la borsa frigo. Riuscì a sfiorarla, ma non ad arrivarci. Così, a malincuore si alzò mettendosi a sedere e inforcando gli occhiali da sole. Bob percepì il movimento e aprì gli occhi.

" Vuoi che andiamo a fare una nuotata...? Comincia a fare cGaetano..!"

"No...vai tu, io avevo solo sete. Ora mi rimetto giù...."

Bob si guardò attorno :

" Ma quei due dove stanno..? E’ tutta la mattina che non li vedo..."

"Al chiosco, laggiù. Betty è indisposta e non può stare al sole..!"

Frank e Betty erano appoggiati alla balaustra del chiosco, all’ombra della tettoia di canne. Bevevano una coca in due dallo stesso bicchiere con due lunghe cannucce. Betty guardava assorta la spiaggia, ma all’improvviso si girò verso Frank :

" Di un po’, tu che pensi di Susan..?"

"..E’ carina..." rispose lui distratto.

"No...voglio dire.... come li vedi insieme, quei due ?"

Frank staccò le labbra dalla cannuccia. La coca era finita. Prese il bicchiere e lo posò, girandosi, su un tavolino.

" A me sembra che vadano d’accordo... a te no ?"

"Si, si, certo... - fece eco lei pensierosa - ... ma mi sembrano, non so come dire... è come se fossero già sposati da anni... Mai che lui le facesse una carezza, una coccola...!"

Frank rise di gusto, facendola imbronciare :

"..Chi...Bob ? Non è mai stato il tipo, lui ! E poi, sai, è timido. Non lo da a vedere, fa lo sbruffone, ma in realtà è peggio di me..."

"Tu non sei timido. Per niente...!" Lei rise maliziosa.

" Lo dici tu .. - fece Frank - ...hai fatto caso quando arrossisco..!"

"Si, certo..- rispose lei, avvicinandosi ancora di più e facendogli il solletico sotto la t-shirt - ...però hai le mani lunghe..."

Lui cominciò a ridere contorcendosi, perchè non sopportava il solletico. Poi si divincolò e aggirò Betty portandosi alle sue spalle : le prese le mani incrociandole le braccia e intrappolandola da dietro. Alla fine la baciò sul collo, mordendole il lobo dell’orecchio :

" Guarda che se non ti piace puoi sempre dirmelo...!"

"E chi ha detto che non mi piace...!"

Betty era dolcissima. Più di quanto Frank avesse potuto sperare dalla vita. Lui e lei facevano lunghe passeggiate, camminando l’uno accanto all’altra, parlando oppure semplicemente ascoltando ognuno il rumore dei loro passi nella quiete della risacca serale. Lei aveva una grande personalità e le idee molto precise per il futuro. Studiava medicina e si sarebbe specializzata in pediatria. Il padre era dentista a Baton e l’avrebbe certamente aiutata. Non aveva mai fatto a Frank domande dirette sulla sua famiglia probabilmente perchè Susan l’aveva informata dei problemi economici della famiglia di lui e non voleva rischiare così di metterlo in imbarazzo. Ma fu Frank alla fine ad affrontare l’argomento, con franchezza e lealtà, senza nascondere nulla.

Lei ascoltò in silenzio e alla fine Frank tacque guardandola negli occhi, temendo di cogliere un qualche segno di delusione. Ma Betty invece gli disse che quello che lui aveva raccontato era bello e che si sentiva quanto importante fosse per lui la famiglia, quanto amasse suo padre.

Una coppia, insomma, andava a gonfie vele mentre l’altra invece, dopo qualche giorno era già arrivata al capolinea. Susan si era fatta affascinare all’inizio dalla Corvette, dalla villa, dallo stesso Bob che, con il suo fare distaccato e ridanciano al tempo stesso, le era sembrato più grande, più maturo di quel che in effetti era. Poi, la sera che arrivarono i genitori di Betty a trovarle Bob la presentò come "sua moglie" e questo fatto la fece arrabbiare da morire. I genitori di Betty conoscevano bene sua madre ( era una paziente del padre ) e avrebbero potuto equivocare, riferendole chissà cosa al ritorno. La madre di Susan era stata da poco abbandonata dal marito per una ragazzina dell’età della figlia ed era perciò molto attenta alle compagnie di Betty. Aveva accettato a malincuore che lei ne andasse al mare da sola con l’amica, non prima di essersi fatta promettere una condotta più che rigorosa. Figuriamoci ora che avrebbe potuto pensare..!

Così quella volta Susan stampò le cinque dita sulla guancia paffuta di Bob e uscì piangendo di casa, lasciando a Frank l’ingrato compito di ricomporre la situazione davanti ai Morgan, rimasti impietriti dalla situazione. Betty infatti era corsa via in soccorso dell’amica, lanciando un muto rimprovero a Bob, che continuava a sorridere come un’ebete. Ma Frank se la cavò alla grande : si fece coraggio e prese sottobraccio i Morgan, portandoli a visitare il giardino della villa. I due sulle prime gli sembrarono grati per averli tratti di impaccio, ma continuavano a rimanere tesi e nervosi. La performance di Bob li aveva colpiti e si stavano probabilmente chiedendo se per caso anche Frank fosse stato della stessa pasta ......

Per fortuna lui percepì in tempo la tensione nell’aria e capì che stava sostenendo un esame importante, da cui sarebbe dipeso il futuro del rapporto con Betty. Così si decise e parlò ai Morgan a cuore aperto, l’unico modo che poi conosceva. Disse loro che tra lui e la loro figlia era nato un sentimento bello e forte, che avevano voglia di continuare a frequentarsi, che lui studiava e lavorava nello stesso tempo, etc. Il dott. Morgan, all’inizio accigliato per l’improvvisa confessione, alla fine si rilassò in un sorriso: pareva proprio che la sua Betty avesse scelto uno con la testa sulle spalle. Disse a Frank di stare tranquillo, che se Betty avesse voluto avrebbe potuto continuare a frequentarla anche in città. I Morgan rimasero fino alla sera e invitarono tutti i ragazzi al ristorante. Ma Bob glissò convenientemente l’invito, con la scusa di avere già preso un impegno. Durante la cena, sollecitato dal dott. Morgan, Frank continuò a raccontare delle sue ricerche, della vegemorfina, del lavoro alla Greenfield, tacendo solo sulla gita in città con Betty. Raccontava con tale enfasi ed entusiasmo che gli altri pendevano ammutoliti dalle sue labbra. Alla fine se ne rese conto e tacque imbarazzato.

" Sai Frank.. - disse lentamente il dott. Morgan - .. tu mi ricordi un po’ me da giovane..."

Solita vampata di calore sul viso di Frank, che continuava a tacere mentre Betty incrociava lo sguardo con la madre. All’uscita dal ristorante Susan si avvicinò all’amica, bisbigliandole all’orecchio :

" Beh... allora...quando vi sposate..?"

Betty le rispose con un pizzico. Ma era felice. Quella giornata iniziata così male non poteva finire in modo migliore.

 

A tanta felicità uno scotto doveva pure essere pagato. I Morgan, alla fine della serata, consigliarono alle due ragazze di rientrare con loro in città. Nessuno se la sentì di opporsi, tanto più che la storia tra Susan e Bob era finita. Susan era tra l’altro la più contenta perchè così avrebbe avuto modo di evitare che la frase di Bob finisse alle orecchie della madre. Frank e Betty erano un po delusi, ma alla fine il pensiero di potersi rivedere in città fece loro tornare il buonumore. Così le ragazze prepararono le valige e se ne andarono. I Morgan pregarono educatamente Frank di salutare per loro anche Bob, che continuava a brillare per la sua assenza e partirono, lasciando il ragazzo da solo nella villa silenziosa.

L’amico Bob si fece vivo, completamente ubriaco di birra, soltanto a tarda notte. Aveva fatto il giro dei bar ed era tornato con un livido sotto lo zigomo e gli occhi iniettati di sangue. Capì subito che le ragazze erano andate via e parve rilassarsi, come se si fosse tolto un peso.

Frank sospettò allora che la sparata della mattina non fosse stata del tutto casuale ma non ebbe modo di accertarlo perchè l’amico, appena toccato il letto, piombò in un sonno profondo. Così gli tolse le scarpe e lo lasciò dormire, mentre cominciava a preparare i bagagli. La vacanza era davvero finita.

 

 

 

 

4

Baton Rouge, USA. 5 Agosto 1998, ore 17

 

 

 

La Pontiac rallentò fermandosi davanti alla saracinesca della rimessa. L’amica di Ellen si girò di lei, accigliandosi :

" ..Beh, che succede ? Non hai il telecomando ? "

" Si, Anabel, ce l’ho...eccolo qua.. - rispose Ellen imbarazzata - ... ma ha le batterie scariche e mi sono scordata di ricomprarle..."

" Ah, ma allora non sei cambiata per niente, in tanti anni...! - Anabel rise aprendo la portiera - ... io speravo che almeno con la vecchiaia..."

" Parla per te, carina..! Io non mi sento vecchia per niente...!"

In effetti era vero, Ellen Berger era in splendida forma, sopratutto dopo la settimana in campagna. Si sentiva bene, con la testa leggera anche se era contenta di ritornare a casa e al suo lavoro all’università. Aveva proposto ad Anabel di ricambiare subito l’ospitalità e l’amica aveva accettato con entusiasmo. Le due si conoscevano da molti anni e si frequentavano sempre con molto piacere. Parcheggiata l’ auto, scaricarono i bagagli ed entrarono a casa. Ellen ispezionò la cassetta delle lettere e poi, sistemati i bagagli, andò in cucina a preparare il caffè. Anabel aprì le tende e si andò a sedere sul divano, accendendo la TV.

" Pensare che a casa mia non la guardo quasi mai..." disse all’amica che arrivava con il vassoio e le tazzine fumanti.

" Beh, anch’io sai, non ti credere....giusto il telegiornale, non ho molto tempo... - fece Ellen - ...l’università, la ricerca...."

"Però, dopo tanti sacrifici, almeno il rettorato te lo avrebbero dovuto dare...! Sei così brava..!"

Anabel ammirava molto l’amica e sapeva quali rinunce aveva dovuto fare. Ellen era vedova da molti anni e avrebbe potuto, bella com’era, rifarsi tranquillamente una famiglia. Invece aveva scelto l’insegnamento.

Quasi avesse intuito i pensieri dell’amica, la Berger le sorrise, mettendosi a sedere accanto a lei :

" Vedi, Anabel, il fatto è che, parlano tanto ma poi, al momento opportuno, c’è sempre un uomo che ti passa davanti..!"

Anabel annuì, sorridendo di simpatia all’amica e sperando tra se di non aver fatto una gaffe. Per cambiare argomento si alzò e prese a complimentarsi per la casa :

" Ma lo sai che è proprio carino qui..? L’hai messa su davvero bene questa casa... - accarezzò la libreria di noce, sfiorando con la mano la segreteria telefonica e notando la luce rossa - ... e questo cos’è, l’antifurto ? "

"Uh, cielo, la segreteria.... - la Berger si alzò dal divano - ...che testa, mi sono scordata completamente di ascoltare i messaggi..."

"Se vuoi, posso andare in cucina.. " fece Anabel.

"Ma no, resta, sciocca... - Ellen rise - ... non ho niente da nascondere io..."

La voce un po turbata di Frank Costa la colse di sorpresa. L’amica se ne accorse e stava per allontanarsi, ma lei la trattenne :

"Ma dove vai....è un mio studente..!"

"Appunto.. !" scherzò Anabel, ma si sedette sul divano.

Alla fine del messaggio Ellen Berger spense l’apparecchio e si sedette pensierosa accanto all’amica :

" Che strano.... è come se avesse voluto dirmi qualcosa e poi, invece, ci avesse ripensato..!"

"Beh, qualcosa te l’ha detto...ti ha parlato di un mazzo di chiavi, no...? - Anabel era sulle spine : forse Ellen aveva una storia con uno studente e non le aveva detto niente.. - ...e che cosa ti fa, la pulizia di casa oppure il giardino...?" proseguì con malcelata noncuranza.

La professoressa Berger era ancora assorta nei suoi pensieri e non aveva colto la malizia delle parole. Con un attimo di ritardo comprese l’insinuazione e si girò quasi offesa verso l’amica :

" Ma no, sono del laboratorio....le chiavi, voglio dire ! Ma insonma, Anabel, che cosa vai a pensare..?"

"Beh...non saresti certo la prima, al giorno d’oggi..!" Anabel non era ancora convinta.

" Tu leggi troppi romanzi rosa, cara mia... - fece Ellen, appena un po contrariata dall’insistenza dell’altra - ..se pensassi a un uomo, me lo cercherei della mia età..!"

"Perchè, questo Frank...non andrebbe bene..? E’ brutto, pedicelloso e insignificante..?"

Anabel non mollava. Ormai era diventato uno scherzo, però divertente. Ellen stette al gioco, rilassandosi.

"E invece no, cara mia.. Frank è proprio il contrario : è un bel ragazzo, lavora il pomeriggio ed è... beh, credo proprio di poterlo dire, si. E’ un vero genio !"

"Ecco, vedi che avevo ragione...! - Anabel era esultante - ... siete fatti l’uno per l’altra ! "

Ellen si alzò dal divano per andare a prendere il telecomando TV, poi ritornò accanto all’amica. Rimase un’attimo soprapensiero, poi disse seria :

" Si, sai....da un certo punto di vista hai ragione.... ma non nel senso che pensi tu : quel ragazzo ha un’avvenire davanti, ma ha pochi mezzi. Lui ha … - cercò le parole - …ha molta fiducia in me e io credo di poterlo aiutare..! Ti basta ?"

Non aspettò la risposta e accese la TV. Anabel stava per replicare ma andava in onda il notiziario del pomeriggio e così tacque.

" ....la polizia locale ancora non sa spiegarsi come il grosso automezzo sia finito fuori strada. Il traffico al momento dell’incidente era praticamente inesistente. I bene informati parlano di guida in stato di ebbrezza, tesi che sarebbe confermata, se non ancora dalle analisi di laboratorio, dagli amici di Alvaro Cunha, l’autista messicano deceduto nel pauroso incidente. Per fortuna, oltre a lui, non si lamentano altre vittime..."

"Uffa.... ci fosse una volta che, accendendo la TV, ti raccontano una bella storia...che so, che hanno diminuito le tasse, per esempio..! Per questo io da me non la guardo mai...!" fece Anabel

Ellen sorrise all’amica, continuando a guardare. L’incidente aveva coinvolto un grosso TIR, lo si capiva quantomeno dalla mole delle lamiere contorte.

Il mezzo era rotolato più volte su se stesso, lungo il ripido pendìo che separava la strada dalle rive del lago Cuervo. Tutta la zona di impatto era illuminata dalle fotoelettriche della polizia messicana, che cercava di tenere lontano la massa di curiosi che si accalcava attorno alle transenne.

" Da quelle parti di solito non deve succedere granchè .. - commentò - vista la curiosità della gente...!"

" No, cara, il fatto è che l’uomo è come un avvoltoio... - le rispose Anabel - ... quando c’è la morte di mezzo, anche il più cinico si ferma a guardare...!"

" Hai ragione, sai - confermò pensosa la Berger - ...può darsi che sia un modo per esorcizzare la paura..."

Stava per spegnere la Tv quando fu attratta dalle parole del cronista :

" ....davvero il fatto è inspiegabile. Qualcuno avanza l’ipotesi che, oltre al carico di succhi di frutta che risulta dalla bolla di carico, l’uomo trasportasse clandestinamente dei semi dell’erba. Fatto è che, nel giro di una notte, probabilmente grazie anche alla enorme quantità di liquido rovesciata nel terreno, sia nato attorno al TIR un tappeto di erba fitta e resistente. Il sole di domani ne avrà ragione, ma stanotte è davvero un bel vedere..!"

Il cronista aveva ragione : una rapida carrellata della camera inquadrò un lato del pendio, proprio accanto alla riva del lago, che era indiscutibilmente coperto d’erba. Ellen Berger era affascinata dallo spettacolo insolito, ma il suo era puro interesse professionale, niente di morboso. Probabilmente il cronista era male informato, nessun tipo di erba poteva attecchire e crescere in così poco tempo, oltretutto in un terreno così ostile come il deserto messicano. Era talmente assorta che l’esclamazione dell’amica la fece sobbalzare :

" Ehi, guarda, Ellen...non è la fabbrica di Baton, quella della scritta ? "

Era vero, era proprio l’industria alimentare di Baton. All’inizio non ci aveva fatto caso, ma ora ricordava quanto le fosse familiare quella banda gialla e blu sulla fiancata del TIR. La fabbrica era proprio dietro all’università e lei, dalle finestre della sua stanza, di quei camion ne aveva certo visti passare tanti. La Berger sentì una strana fitta allo stomaco :

"Che strana coincidenza... - commentò tra se - prima l’erba, poi la fabbrica dietro la facoltà..."

Anabel la guardò divertita :

"Beh, ora sei tu che stai scrivendo un romanzo...! "

"Hai ragione.. - rispose Ellen, come scrollandosi di dosso un fantasma. Spense la TV e chiese all’amica - ... che ne diresti di un aperitivo ? E’quasi ora di cena..! "

 

 

 

 

5

 

 

 

 

Lago Cuervo, Messico, Messico, 5 Agosto 1998, ore 17,30

 

 

" Forza, forza, circolare...! Non c’è niente da vedere qui, circolare...! "

L’agente Wilson era fuori di se : mai vista tanta gente da quelle parti. Era arrivata pure la stampa e la TV. In fondo era un comune incidente, anche se spettacolare. Evidentemente i giornali erano a corto di notizie e così quelle iene si erano precipitate tutte lì, a cercare qualche particolare raccapricciante da raccontare alla gente. Che schifo.

"Agente Wilson, si ricorda di me ..? Sono la Fuente, il marito di Carmen Ramundo, del laboratorio di analisi..!"

Che colpo di fortuna ! Jose la Fuente, corrispondente messicano del Tribune, non credeva ai suoi occhi. Proprio quel grassone di Wilson ! L’agente era uno dei clienti più affezionati del laboratorio di analisi : la moglie dell’uomo soffriva di asma bronchiale e almeno due volte al mese doveva fare il tampone.

L’agente Wilson, sentendosi chiamare per nome, si girò adirato, pronto ad un nuovo rifiuto, ma si fermò di colpo. Quello era il marito di Carmen, quel pezzo di dottoressa che faceva le analisi della moglie, al laboratorio di Chiuhuaua. Si rilassò in un sorriso e si avvicinò all’uomo che gli porgeva la mano :

" Salve...come va ? ...Jose... se non sbaglio, vero ? Il marito della dottoressa Ramundo !"

"Già, proprio così, agente...! La vedo piuttosto indaffarato, vero..? "

Jose non voleva rivelare di essere un giornalista. Il piccolo vantaggio che aveva sugli altri colleghi si sarebbe dissolto in un attimo.

" Vero, vero.... - ansimò l’agente - ... sembrano tutti impazziti, non riesco a capire.."

Jose, mentre l’altro parlava, scavalcò con noncuranza la bassa transenna e tirò fuori due sigari, offrendone uno all’agente. Wilson guardò in direzione dei reporter TV : non gli garbava l’idea di essere ripreso con il sigaro in bocca. Ma i giornalisti erano troppo occupati a riprendere il Tir e lui aveva davvero voglia di fare due tirate. Se l’era proprio meritato quel sigaro.

Stabilito il contatto, il giornalista azzardò con prudenza qualche domanda :

" Ma come diavolo potrà essere successo...? Ogni volta che sono passato di quì, non ho mai visto un’auto. Forse un colpo di sonno...!"

"Sarà... rispose Wilson, con l’aria furba del bene informato - .. ma a me pare che, più che Morfeo, c’entri Bacco...! In cabina abbiamo trovato una fiasca di gin semivuota..."

"Ah...ecco, ora si spiega.. ! - fece La Fuente, annotando mentalmente il particolare - .. allora non c’entra niente quello che dicono qui in giro : ho sentito parlare di una sbandata, di una ruota sgonfia..."

Wilson sputò per terra un pezzetto di sigaro e fece una lunga tirata. Poi rispose sprezzante :

" I giornalisti possono dire quello che vogliono. Quelli sono una razza malata, se non hanno la notizia se la inventano.... Sì, è vero, sulle ruote posteriori c’è traccia come di una poltiglia verde, ma ci vuol altro...! Ha idea di quanto pesi un bestione del genere ? Dia retta a me, quel poveraccio ha visto una curva dove non c’era..! Ed è stato sfortunato davvero : se fosse accaduto un chilometro prima, se la sarebbe cavata con un po di paura e nient’altro. Invece proprio quì, dove cominciava la scarpata del lago, poveretto !"

"Davvero...! - La Fuente assunse il tono di circostanza - ... avete già avvertito i familiari ? "

Wilson si girò verso l’uomo, un poco insospettito : quella era la domanda stupida dei giornalisti. Ma l’altro sorrideva e non aveva in mano nessun taccuino, per cui.. :

" No.. per fortuna pare che non avesse famiglia.. ma adesso mi scusi, devo proprio andare... mi saluti sua moglie, mi raccomando !"

" Non mancherò, d’accordo. Arrivederci agente..!"

La Fuente aspettò che il poliziotto si fosse allontanato, poi avanzò con circospezione verso la carcassa del Tir, illuminato a giorno dai riflettori. Nei pressi delle ruote posteriori non c’era nessuno : bene ! L’uomo si avvicinò a esaminare quella strana colla che ancora copriva le ruote e parte del sottoscocca. La toccò con le mani : s