Prologo
..I primi anni settanta sono stati le mie colonne d'Ercole. Beh, insomma, diciamo le mie e di qualche centinaio di migliaia di giovani nell'Europa di allora, ancora divisa e lontana. Se lascio andare i pensieri ho un ricordo emozionante di quei giorni, oggi ancor più a distanza di tanti anni. La fine del liceo, i disordini all'università , il '68 ancora troppo vicino per non amarlo senza capirlo. Marx e Nietzche a braccetto sui muri di Valle Giulia.
La prima alcova sui sedili reclinabili della cinquecento regalata da papà . Dieci copie del Manifesto comprate e distribuite gratis per eleggere Valpreda e salvarlo dalla galera. L'eskimo, le minigonne, il pathouli di Molaiem, i maglioni norvegesi di lana cruda. La chitarra, Battisti e le ragazze. Tante, forse anche troppe. Mischiare tutto e agitare forte. Ecco il groviglio, turbinoso e romantico, agitato e incoerente di quegli anni. Una sindrome di insoddisfazione repressa, del mangiarsi la vita senza neanche assaporarla. Un sopravvissuto senza coscienza di esserlo, ecco chi ero.
Poi la società è cambiata, verso il 1980, con il primo passaggio violento all'era mediatica. Solidarietà , partecipazione, l'odore delle piazze, tutto all'improvviso in soffitta. "Il personale politico" che diventa preistoria, roba da psicanalisi sociale. Il nuovo grido di battaglia, a distanza di pochi anni dai cortei dei fiori, è "apparire prima di essere" , o anzi meglio, a prescindere dall'essere.
Il villaggio globale dell'informazione che mangia e si fa mangiare ormai coinvolge tutti, senza distinzione. La gente, massa o messa che sia, di accesi rivoluzionari o di timidi bigotti, comincia ad essere assimilata e digerita senza pudore dal santone di turno, che inghiotte e poi rigurgita tutto dall'occhio magico della TV. Senza rifiutare nulla. Tutti clonati e tutti protagonisti. Ma di una commedia che non è più la vita reale. E oggi, all'alba del terzo millennio, l'immagine ha di fatto sostituito le parole. Anche i più austeri quotidiani diventano fumetti nell'inseguire mamma TV, una tv che si "ascolta" ormai come una radio, perché la vista ha ucciso l'udito in questa incolta bramosia che non è più sete di conoscenza, ma vera teledipendenza dalla nostra quotidiana dose di vita precotta.
Per questo oggi mi volto più volentieri indietro, verso il passato. Un passato fisico e denso, come una bella torta al cioccolato. Dolcemente, lasciandomi trascinare dai ricordi, anche da quelli più stupidi, come in una beata ed incosciente trance. Chiudo gli occhi e vado, navigo veloce verso trent'anni fa........
Roma, primavera del 1970
Valle Giulia
1
"...cercare una mignotta quì è come cercare un ago in un mare di aghi..."
Questa è la prima cosa che ricordo dell'Università . Una scritta graffiata sulla parete verdolina di un cesso squallido e maleodorante, al piano terra della facoltà di Architettura, a Valle Giulia, di fronte al gabbiotto del portiere. Quel giorno avevo oltrepassato per la prima volta la fatidica soglia emozionato e gonfio come un tacchino. Mi guardavo intorno, sorridendo ebete a una folla sconosciuta di studenti che riempiva aule e corridoi, muovendosi compatta e sicura come in un supermarket durante i saldi di fine stagione.
Per un po' mi ero fatto trascinare dalla corrente, sperando chissà perché di capire in quel modo qualcosa. Poi avevo cominciato a sentirmi stanco e mi ero deciso finalmente a chiedere informazioni al portiere. Schiavo di quello stupido immaginario, in base a cui la matricola deve vergognarsi della sua condizione, avevo sussurrato, forse farfugliato le mie domande. Ma la sua risposta non arrivava mai. C'era sempre qualcuno, da dietro, che gridava più di me, che faceva domande più precise e più giuste. Io ero in prima fila davanti a quell'uomo gallonato, di mezza età , con i baffi brizzolati e il cipiglio severo. Continuavo ad agitare timidamente il dito alzato sperando nella sua attenzione ma lui mi guardava, ogni tanto, come fossi stato una lastra di vetro. Così alla fine mi allontanai dalla calca e imboccai il cesso. Scoprii così che era l'unico posto poco frequentato lì dentro. Mi accorsi del graffito mentre mi svuotavo la vescica e ne rimasi affascinato. Da allora elessi il WC al piano terra come cesso personale, perché sentivo che quella frase, in qualche modo, sembrava favorire la minzione insieme al ragionamento.
E così quel giorno, dopo due anni di università, ero ancora lì a cercare di interpretare il giusto senso di quelle parole. L'anonimo grafomane voleva forse dire che la facoltà era una specie di monastero oppure tutto il contrario, un bordello senza speranza ? Anche quella volta tirai su la lampo dei jeans in preda a un dubbio amletico, poi pensai che era assurdo meravigliarsi di una simile sciocchezza in un posto come Valle Giulia. Aprii la porta del bagno e mi tuffai di nuovo nella folla che sciamava verso l'aula magna. Una ragazza che stava telefonando mi strattonò , mentre le passavo davanti, indicandomi torva la dispensa di Analisi matematica che era appena scivolata dalla tasca del mio montgomery.
La ringraziai e mi misi a raccogliere i fogli che si erano sparsi per terra, qualcuno già calpestato. Bella idea quella di non prendere una borsa, una busta, un contenitore qualsiasi. Va bene che il cliche "genio e sregolatezza" non prevedeva borse, ma ora la dispensa era andata e senza i numeri di pagina, per rimetterla a posto, avrei avuto bisogno di qualcuno che avesse già dato l'esame per capirci qualcosa.
Ero un po' sbandato, lo ammetto, ma non capita sempre di iscriversi all'università all'indomani di una rivoluzione. L'anno prima, il 1969, era stato traumatico non solo per gli universitari ma per tutta la società. Io comunque, per non farmi mai mancare niente, mi ero trovato nel bel mezzo del casino proprio il giorno del mio primo esame di progettazione. Ero arrivato in facoltà con la collega con cui facevo "gruppo di studio", Enrica. Una ragazza bionda e magra, abbastanza simpatica, ma che soprattutto abitava vicino a casa mia e aveva già il tavolo da disegno (io lo avrei comprato solo l'anno successivo). Insieme a noi, nella mia cinquecento, c'era Enzo, mio ex compagno di liceo, che in quel periodo batteva i pezzi ad Enrica. Avevo appena finito di parcheggiare nella stradina laterale della facoltà che improvvisamente vedemmo correrci incontro un gruppo di studenti. Stavano scappando davanti a quelli della Celere ! Noi eravamo ancora dentro l'auto, così ci accucciammo sotto i sedili per non farci vedere. Enzo e Enrica però si rialzarono troppo presto e i loro biondissimi capelli furono visti da un poliziotto ritardatario, che mise mano al fischietto e richiamò gli altri. Prima che potessimo uscire dall'auto, con le mani in alto come delinquenti, la mia povera cinquecento aveva ricevuto anche lei (ma che c'entrava, poverina ?..) le manganellate dei poliziotti. Per farla breve, per quell'anno passaporto sospeso e processo, insieme ad altre centinaia di studenti, per le accuse generiche di "resistenza aggravata (ma a chi??) e adunanza sediziosa". Ricordo che al processo, celebrato un anno e mezzo dopo, c'era anche una coppia che era stati beccati in una fratta di Villa Borghese, tutta intenta a … beh , affari loro. Anzi mica tanto, perché al processo lui si presentò con la sua nuova lei e la ragazza con il nuovo partner, e davanti al giudice dovettero riferire minuziosamente il loro "alibi".
Nel 70, perciò, ero iscritto appena al secondo anno di Architettura, ma in quanto a esami ero già un pezzo indietro : Arredamento, Composizione architettonica, Disegno e rilievo dei monumenti. E lì , fine delle trasmissioni. Insomma, non mi ero sforzato più di tanto. Comunque stavo in buona compagnia: con tutto il disordine dell'anno prima, ero certo di non essere tra i peggiori studenti. E poi erano successe altre cose nel frattempo, tutte importanti, a parte l'università : le vacanze da solo con gli amici, la patente e la cinquecento, le prime storie un po' "serie" con le ragazze. Avevo anche allungato i capelli e la barba (un po' rada e caprina, ma meglio di così non veniva) perché suonavo in un gruppo rock, gli "Anthem", ci chiamavamo così da una canzone dei Deep purple.
In politica avevo le idee chiarissime: la polizia, l'Università , le "Istituzioni" facevano schifo e basta. Quel gran rifiuto era sempre sulle labbra, lo ripetevamo fra noi nelle assemblee affumicate, lo scrivevamo sui muri della facoltà , lo urlavamo nei cortei. La facciata di Valle Giulia era smerlettata di disegni naif, di scritte a metà tra Gramsci e Nietzche.
All'università non avevo amici, ma solo conoscenti. Forse perché avevo cambiato città troppe volte e quell'essere uno sradicato mi spingeva a non approfondire subito un rapporto. Ero stato cinque anni, da "straniero", al sud, in una provincia ombrosa e diffidente e poi, proprio quando finalmente erano cominciate ad arrivare le prime amicizie, il trasferimento di mio padre, il trasloco.
Ma ormai ero a Roma da quasi tre anni e la amavo già svisceratamente. I nuovi amici che mi ero fatto, tutti compagni di liceo, li trattavo come preziosi balocchi, da non condividere con nessuno. Del gruppo, però , ero stato l'unico, finita la scuola, a prendere architettura. Enrico, ex compagno di banco, studiava medicina. Enzo, il milanese, si era iscritto a Lettere classiche, Paolo ad ingegneria. Insomma, all'università, per il momento, ero da solo.
Uscii dalla facoltà affrettando il passo : il cielo minacciava pioggia. La cinquecento era posteggiata appena al di là della sbarra. La raggiunsi e mi rifugiai dentro, posando i rotoli sul sedile accanto, il montgomery buttato dietro in mezzo a mille altre cose. Certo che prima o poi avrei dovuto darle una pulitina, povera auto. A quell'ora di metà pomeriggio il lungotevere era pieno di traffico, così arrivai a Trastevere già in ritardo. Questa volta non mi avrebbero aspettato, ne ero certo. Ero sempre l'ultimo, qualsiasi cosa si facesse, ormai erano tutti rassegnati. L'appuntamento era davanti al cinema Reale, a piazza Sonnino. Mi inventai un parcheggio di fortuna sull'altro lato del viale, chiusi l'auto e attraversai di corsa la strada. Come avevo previsto c'erano già tutti, anche due ragazze nuove. Bene. Enrico mi guardava ridendo, picchiettando con l'indice l'orologio.
- ..Avevamo detto alle sei....quaranta minuti di ritardo..!-
ma sorrideva sornione, il genovese. Si staccò dal gruppo avvicinandosi a me e mi prese sottobraccio per parlarmi all'orecchio:
-...hai visto che bone... ? Le ha beccate Roberto, sono compagne di classe della sorella.-
- Quale sorella ? - chiesi guardando verso il gruppo poco distante -.. io pensavo fosse figlio unico..-
- ..anch'io, già…! E invece ha una sorella di 18 anni, e sembra che sia pure carina..-
Fissai il mio amico negli occhi :
Perché "sembra.." ? Tu non l'hai vista ?
No, non è ancora arrivata..
Non riuscivo a capire :
Ma scusa, come mai arrivano prima le amiche, che non conosciamo per niente..?-
Enrico mi diede uno strattone, abbassando la voce:
- ..perché con una delle due, quella bionda, ci vuole provare Roberto....capito ? La sorella sta per arrivare con l'autobus, è andata a lezione di inglese quì vicino, a piazza Mastai.._
Adesso era tutto chiaro, anche il perché dell'appuntamento a viale Trastevere. Mi avvicinai con Enrico al gruppo, puntando dritto verso le preziose primizie:
- ..io sono Stefano, il ritardatario di professione..-
Risero all'unisono, lanciandosi tra loro occhiatine complici. Non erano davvero male, soprattutto la bruna aveva uno sguardo piuttosto promettente. Allungando la mano fece lei le presentazioni:
- Io sono Rita, e lei Nadia...piacere di conoscerti, Stefano. -
Si aggiustò per un attimo il maxicappotto, lasciando intravedere una vertiginosa mini di velluto nero. Questo bastò a darmi coraggio, mi misi tra di loro prendendole sottobraccio e ignorando l'occhiataccia di Enrico:
- Bene.. allora se ci siamo tutti possiamo entrare..-
Avevo già scordato la lezione. Roberto, il più vecchio di noi, si fece avanti, prendendo dalla borsa della bionda le sigarette che le aveva affidato. Era chiaro, Roby aveva già marcato il territorio, ma in fondo era tranquillo perché mi vedeva puntare su Rita.
- Deve arrivare ancora mia sorella, poi possiamo entrare. Quella è peggio di te, quanto a puntualità ..-
-.. così avevi una sorella e la tenevi tutta nascosta..-
- ma che dici, Stefano... mia sorella Anna ! Chissà quante volte l'avrai vista, quando facevamo greco a casa mia.-
Aveva ragione. Mi concentrai, cercando di ricordare quel mucchio di ossa e foruncoli che ogni tanto era entrata nella stanza di Roberto, sempre con scuse banali. E ogni volta Roberto l'aveva cacciata in malo modo. E Anna arrivò di li a poco: ma ossa e foruncoli erano scomparsi, e dalla crisalide era nata una bella farfalla, alta e snella, che volteggiava davanti a noi nel suo mantello loden. Mi pentii subito di aver preso Rita sottobraccio, ma ormai il dado era tratto, e poi tutto sommato era meglio così , con il fratello presente..
Entrammo finalmente al cinema. Lo avevamo scelto solo perché era vicino alla scuola di inglese di Anna, ma non andò male: davano "Venga a prendere il caffè da noi" di Lattuada, con Tognazzi. Un po di risate e qualche coscia. Quella sera Roberto si mise con Nadia ed io con Rita. Il film noi quattro non lo vedemmo molto, occupati ad esplorarci nel buio l'uno con l'altra, mentre Enrico chiacchierava con Anna, che ogni tanto si affacciava verso di noi e rideva del fratello che faceva il pesce morto. All'uscita chiesi a Rita di accompagnarla a casa e lei accettò subito. Salutammo gli altri, Rita si avvicinò a Nadia con aria cospiratrice e le disse che le avrebbe telefonato più tardi. La bionda assentì , stringendosi sognante al braccio di Roberto. Naturalmente tornando facemmo tappa all'archivio di Stato i cui parcheggi, con il buio erano assai frequentati.
2
Con Rita durò un paio di mesi. Con i primi caldi i nostri appuntamenti si diradarono, poi però un bel giorno, senza un preciso motivo, non ci parlammo più . Non che avessimo avuto mai tanto da dirci, tutte le volte che eravamo usciti. Lei era libera sempre a metà pomeriggio, e quindi il tempo per stare insieme non era mai stato tanto. Si finiva sempre con il prendere un gelato, chiacchierare un po' e poi...giù i sedili. Per quel tipo di cose non avevo mai dovuto pregarla tanto, anzi qualche volta era stata lei a proporlo. Quando parcheggiavo, si toglieva il soprabito e lo ripiegava diligentemente dietro, a mo' di cuscino. Aveva delle gambe un po magre, ma molto belle, con una piccola voglia sull'interno della coscia destra, proprio all'inguine. All'inizio delle effusioni faceva un po' la gatta morta, ma quando poi partiva la lasciavo fare, chiudendo gli occhi mentre le sue mani armeggiavano con la mia lampo. Si, decisamente Rita era stata una delle più sveglie che avessi incontrato fino ad allora. Una sera la sentii raccontare alle amiche di noi due e dei nostri incontri con una tale dovizia di particolari da farmi gongolare, mentre ascoltavo, non visto, da dietro una colonna del parcheggio di S. Giuliano.
S. Giuliano era la parrocchia del quartiere. Se don Antonio, il parroco, avesse solo immaginato che cosa succedeva di pomeriggio lì sotto, ci avrebbe cacciato tutti quanti a pedate. La parrocchia era un complesso architettonico molto bello e moderno. La chiesa in se non era riuscita granchè , con quei costoloni di cemento armato che salivano fino al soffitto, richiamando molto alla lontana le nodosità delle chiese tardo gotiche. Invece il resto della costruzione non era niente male. Il cineforum era bellissimo, con le poltrone in velluto rosso, comode e profonde : una vera sala di prima visione. Al piano di sopra, disposte ad emiciclo, c'erano tutte le stanze che noi del gruppo avevamo praticamente sequestrato. La scusa iniziale era stata quella di organizzare un doposcuola per i ragazzi che non potevano permettersi lezioni private. A questo scopo avevamo anche preparato una specie di volantino con tanto di imprimatur parrocchiale, da consegnare ai presidi delle scuole lì intorno. Il testo era stato ben studiato: forbito quel tanto da superare la diffidenza dei presidi (e poi c'era il timbro della parrocchia) : " Presso la parrocchia di S. Giuliano è in corso un doposcuola pomeridiano gratuito. L'iniziativa, a cura di studenti universitari, è destinata agli studenti meno abbienti.. etc. etc."
Fatto il giro delle scuole, eravamo tornati tutti con molte adesioni. Tutti, tranne Umberto, tornato a mani vuote. Lui si era perso il foglio e così aveva descritto a voce la cosa ai presidi. Conoscendolo, gli chiedemmo che cosa avesse mai detto per tornare a mani vuote e lui, impermalosito :
Che ho detto… ? Quello che c'era scritto, no..? Che qui si fa un doposcuola e per questo stavamo cercando gli studenti più abbietti…
Questo era Umberto, su cui ritorneremo più avanti.
Il doposcuola era partito bene e poi, pian piano, avevamo cominciato con introdurre un tavolo da ping pong ( io ero bravissimo ), poi una sala musica, e via dicendo.
Alla fine, conquistata la fiducia di don Antonio, avevamo preso in gestione anche il cineforum. Il patto era stato quello di scegliere film non licenziosi ed aprire alla fine della proiezione un dibattito. Comunque, evidentemente la cosa doveva aver funzionato, visto che il parroco continuava ad accordarci fiducia, nonostante in chiesa ci vedesse ben poco. Quando ci radunavamo il pomeriggio, giù al passo carrabile sul retro della chiesa, ogni tanto qualche coppia spariva e tutti sapevano dov'era finita. Nel parcheggio. Sotto agli uffici parrocchiali c'era un vasto piazzale coperto, con pilastri ogni quattro metri, destinato appunto ad area di parcheggio. Li sotto i lavori edili non erano mai stati ultimati, c'erano ancora calcinacci dappertutto e qualche ferro spuntava dalle colonne di calcestruzzo. Ma nessuno si era mai lamentato, anzi... le due uniche luci di cantiere, chissà come, si erano rotte dopo un pò ed in fondo al piazzale, proprio sull'angolo del muro, qualcuno aveva portato una vecchia Peugeot 404, da rottamare. Era una macchina molto comoda, tanto che alla fine ci litigavamo i turni. Avevamo lasciato tra l'auto e il muro un po' di spazio, lo stretto necessario per aprire le portiere e nascondersi dietro, se si fosse avvicinato qualche prete più del dovuto. Ma un bel giorno qualcuno dovette fare la spia perché arrivò un carro attrezzi e si portò via, tra gli sguardi impietriti di tutti noi, quel comodo letto ambulante.
Per fortuna S. Giuliano aveva anche altre risorse. Dietro al campo di basket c'era un locale separato da tutti gli altri, in mezzo ai pini. Era perfettamente circolare, una volta dentro si scendeva una lunga rampa di scale accostata al muro fino a circa tre metri sotto. Giù c'erano dei sedili in pietra senza schienale, disposti a corona semicircolare. Forse quel posto sarebbe dovuto diventare in futuro una cappella, forse non lo sarebbe mai diventato perché la scala era stretta e non molto comoda. Meglio per noi, perché don Antonio un bel giorno ce ne dette le chiavi:
-...vi raccomando ragazzi, state attenti quando scendete..-
Faceva già caldo, nonostante si fosse appena all'inizio di giugno. Vedendoci sudati ed annoiati, il sagrestano, che era dalla nostra parte, ci aveva suggerito lui di chiedere le chiavi:
-...lì sotto si sta freschi, come in frigorifero, e poi non vi disturba nessuno così… Però all'inizio vi conviene lasciare la porta aperta ed aprire anche le due finestrelle dietro, sotto ai pini, per mandare un po' via l'umido..-
Una volta scesi giù avevamo scoperto che, con una delle chiavi del mazzo, si apriva anche la porta di un piccolo locale attiguo, che era stato destinato ad accogliere una piccola caldaia per riscaldare d'inverno la cappella. Ma la caldaia non era stata mai installata ed il locale era piccolo, ma non poi così tanto da non poterci mettere una branda. E così , sparita la Peugeot, avevamo trovato un posto assai più comodo e sicuro, dove rifugiarci in caso di "bisogno".
In casa mia eravamo quattro figli, divisi a coppie. Io e mia sorella Patrizia, più grande di me, poi Guido e Barbara, la coppia minore. Questi ultimi, in quegli anni, frequentavano ancora il liceo, Patrizia invece era fidanzata e stava per sposarsi. Lei aveva fatto diverse scuole, poi alla fine con fatica aveva preso il diploma di economa dietista. Era una ragazza molto intelligente, ma secondo me si era fidanzata troppo presto, a quindici anni, e questo aveva certo compromesso il suo rendimento scolastico. Il mio futuro cognato era calabrese, io gli volevo bene come ad un fratello. Ugo lavorava in un ministero, aveva conosciuto mia sorella nel periodo in cui eravamo stati in Calabria.
Da lui, ancora al Sud, avevo appreso i primi rudimenti della pesca in mare e della caccia alle ragazze. Una volta mi aveva persino fatto da paraninfo, accompagnandomi ad un appuntamento con una ripetente, più grande di me di due anni, e ci aveva lasciati soli in macchina per un paio di ore, nella zona nord della città , dalle parti dello stadio. Quando poi era tornato io mi ero vergognato come un ladro, diventando tutto rosso. Mariolina, invece ( così si chiamava la ripetente ), non si era scomposta neanche un po', evidentemente era già abituata a situazioni del genere. Quella era stata una delle ultime storie calabresi. Ma sarei tornato giù spesso, anche abitando a Roma. Durante l'estate infatti la mia famiglia era solita dividersi tra casa di una mia zia, in montagna, e appunto il mare, il bellissimo mare di Squillace.
Roma invece aveva purtroppo un mare squallido. Le spiagge erano grigie, anonime, piene di polvere e di catrame. L'acqua poi...neanche a paragonarla con quella di giù . A Ostia, il primo anno che stavo a Roma, avevo affittato un moscone sperando che, allontanandomi dalla spiaggia, avrei trovato un'acqua diversa, più simile a quella calabrese. Invece l'unico incontro era stato un topo morto, così gonfio da sembrare un gatto. Ricordo che rimasi ad osservarlo affascinato, aveva la pancia tesa come un tamburo, gli occhi aperti e vivi e la bocca spalancata piena di alghe. Proprio uno schifo. Ma Ostia per fortuna offriva altro. I lidi erano pieni di ragazze, tutte in bikini, che invece al sud era ancora una rarità . A mare andavo spesso, anche prima della patente, con Paolo, un altro compagno del liceo. Lui era il tipico pallonaro romano, aveva sempre l'aria dell'uomo vissuto: una mattina rispose a mia madre, che gli voleva offrire un caffe mentre io mi vestivo:
- ..no, grazie, signora, ho già preso un whisky..-
Paolo era davvero un pallonaro, ma sapendolo si poteva stare con lui e divertirsi. Abitava in via Canzone del Piave, vicino casa mia. Prima di uscire di casa mi diceva di aspettare perché doveva passare dalla sua banca. Andava in salone, dove un nonno completamente svaporato riposava, perennemente in vestaglia. Il vegliardo viveva, anzi più che altro dormiva, da tempo in casa del figlio, ma stando a quanto riferiva Paolo era un taccagno e anche sospettoso. Così, la sua pensione se la teneva sempre tutta in contanti, ben custodita nella tasca della sua vestaglia. Ben custodita mica tanto, poi, se Paolo riusciva sempre a borseggiarlo di 10 o 20 mila lire, approfittando del suo sonno.
Paolo aveva una vespa 50 truccata fino a 90 cc e la guidava con grande bravura. Passava tra le macchine facendo il pelo alle carrozzerie, io dovevo stringere le ginocchia per non urtare. Facevamo sempre la via del mare perché sulla Cristoforo Colombo il vespino non poteva andare. Lo zaino con gli asciugamani toccava tenerlo a me, tra le gambe. Arrivati a Ostia facevamo sempre tappa da Sisto, un bar che faceva la mattina delle krapfen buonissime, calde e profumate. L'aria della mattina era frizzante e umida anche d'estate, soprattutto se si girava in vespa, per questo un caffè era d'obbligo.
Il padrone del bar aveva inventato un sistema curioso per far arrivare le ciambelle calde al bancone esterno, che veniva allestito solo durante l'estate: una specie di piccolo siluro vuoto, con una finestrina trasparente, agganciato ad una funivia. Dal laboratorio della pasticceria il carico partiva ed arrivava al bancone sospeso per aria, lasciando con il naso in su tutti i clienti. Era una stupidaggine forse, ma chissà perché quel bar era sempre pieno.
3
Penso che il cemento che unì il nostro gruppo così saldamente sia stato, a parte l'amicizia, quell'essere un po' tutti stranieri dentro Roma: io venivo dal Sud, Enzo da Milano, Piergiovanni e Enrico da Genova. Augusto di Sciacca, Roberto era di Livorno, Rudy dal monte Amiata e Gianfranco da Affile, un delizioso paesino di montagna. Ce lo fece vedere un giorno, portandoci a casa dalla nonna, una vecchietta simpatica e rinseccolita. Quando arrivammo la donna ci venne incontro dalla porta di casa ( lei abitava alla periferia del paese in una casa isolata, che era divisa dal bosco da un grande spiazzo). Non avevamo ancora posato piede a terra che ci avvertì, spazzando la terra con una scopa di saggina : "Attenti, figlioli, che qui è pieno di foderi" Guardammo in basso e vedemmo migliaia di preservativi. Certo che abitando lì la vecchia, la sera, poteva fare anche a meno della televisione..
Roberto, quello di Livorno, a scuola era un vero mostro in Greco. Dai suoi precedenti professori era stato abituato a tradurre senza vocabolario e questo fatto faceva piacere a tutti noi. Anche lui era nel club della 500, ma la sua auto era di un modello molto vecchio, con le portiere contro vento e i sedili non reclinabili. Trovò ad un certo punto una ragazza molto scafata e così cominciò la sua questua perché gli prestassimo un sedile "giusto". Lo facemmo subito, naturalmente, e anzi questo gioco di scambiare i sedili continuò anche dopo l'emergenza di Roby. Io ad esempio avevo scoperto che, montando al contrario il sedile del passeggero, potevo guardare negli occhi (e non solo) la ragazza di turno senza distrarmi dalla guida. Ma la novità non durò tanto, perché poi il sedile così non si reclinava..
Roberto era anche molto bravo a pallone e poi .. sapeva fare "gli occhi bianchi". Si toglieva gli occhialetti da vista (tipo Albano, per intenderci) e toccandosi le palpebre riusciva a mandare le pupille così in alto da diventare un vero mostro. A pallone giocavamo non solo nel campo dei preti comboniani, ma anche alla magliana, nel dopolavoro della Esso. Qui il tappeto di gioco aveva le misure regolamentari e si giocava in undici, così al nucleo base (dai comboniani si giocava in 8) aggregammo gli scarti delle altre squadre della Esso (dei veri morti viventi..). Il campionato della Esso era molto divertente perché spesso ci capitava un arbitro gay, un signore basso e impomatato, magro magro e con la divisa sempre impeccabile. Quando gridava con la sua vocetta "Fallooooo !" con tale enfasi che improvvisamente dovevamo fermarci tutti perché ci mancava la forza nelle gambe dal troppo ridere.
Insomma, per tornare al gruppo, l'unico romano vero era Paolo, che però era stato anche il primo, poi, a perdersi di vista. Questo miscuglio di etnie e dialetti, di ricordi strappati qua e là dall'Italia, aveva evidentemente contribuito ad avvicinarci.
Quell'anno c'erano i mondiali. Io ero appassionato di calcio e nella nostra squadra ero ala destra. Mi avevano soprannominato Corpesinho, per via della statura non eccelsa e del fisico asciutto. Ma in compenso ero molto agile e sapevo fare gol di rapina. Avevamo messo su una discreta compagine chiamata "Prapers" dalle iniziali dei nomi di tutti noi. Al campionato dei preti comboniani eravamo arrivati secondi, battendo squadre che nel quartiere erano molto più accreditate. Grazie anche ai miei gol.
Ma gli azzurri dell'Italia, certo, erano un altra cosa. Le partite di solito le vedevamo a casa di Enzo, il milanese, che aveva un televisore grande, in un salone bellissimo, tutto mogano e moquette. I suoi non c'erano mai: il padre era ingegnere, di quelli che inventano le leghe per le monete. Doveva certo guadagnare un sacco di soldi, perché Enzo aveva una bellissima casa. Tutta la fase preliminare del campionato la vedemmo lì , una volta vennero persino le ragazze e facevano il tifo come noi.
L'Italia, pur avendo stentato all'inizio era arrivata alla semifinale. La squadra da battere questa volta era la Germania ovest e così si preannunciava uno scontro memorabile. Nel primo pomeriggio arrivò a casa una telefonata. Era Enrico:
- ..guarda che stasera non si va più da Enzo.._
Ecco, ti pareva non dovesse succedere qualcosa per guastare la festa. Rimasi per un attimo zitto, poi chiesi:
-..che cosa è successo...sono tornati i suoi per caso ? -
- No, no.. - mi rassicurò Enrico - .. è per via del fratello, Guido, quello sposato, ricordi ? -
- Si, l'ho conosciuto. Simpatico...ma che c'entra ? ...lui ha casa sua..-
- Appunto, ci ha invitato tutti a casa sua per vedere la partita. Da lui c'è la cognata, Laura. E' venuta da Milano a passare una settimana a Roma, e forse la sorella vuole farle conoscere qualcuno. Sai, magari si annoia...-
- ...e così ... - risposi ghignando - .. dovremo esser noi a distrarla, vero..? -
- Vedi di non fare il maiale, come tuo solito... -
Enrico faceva sempre il papà del gruppo, quando si trattava di donne. Siccome era timido si era ritagliato nel gruppo questo ruolo che tutto sommato gli stava bene addosso. Lo tranquillizzai:
- Non ti preoccupare, andiamo a vedere la partita, no..? E poi i milanesi mi stanno proprio sul cazzo, con quella puzza sotto il naso e quel modo di parlare..-
- Bene, meglio così ..- tagliò corto Enrico - ..allora ricordati, fatti un nodo al fazzoletto, altrimenti stasera finisce che vai a casa di Enzo e non ci trovi nessuno. Ci vediamo...-
- Aspetta un attimo...io non so dove abita Guido..-
- E' facile, due palazzi prima di Paolo, sullo stesso lato, al numero 32. L'interno è il 5, segnatelo perché non c'è il nome sul citofono..-
Scarabocchiai l'appunto su un pezzo di carta e salutai il mio amico. Così andavamo a casa di Guido. Lui certo non lo ricordavo bene, ma la moglie invece l'avevo ben presente. Una volta era venuta con il marito da Enzo, e si era seduta sul divano mentre io e Enzo giocavamo a scacchi sdraiati sulla moquette. Rossella era davvero una bella donna, aveva la voce calda, bassa e roca, un bellissimo corpo. Ma quella sera a stregarmi erano state le sue gambe, inguainate in raffinate autoreggenti. Lei non faceva che cambiare posizione senza curarsi molto di noi, sdraiati per terra.
Se la sorella venuta da Milano le somigliava appena un po', la serata da Guido si preannunciava molto interessante e io dovevo prepararmi bene. Così feci una lunga doccia, poi indossai i Levis di via Sannio e una camicia usata, Indian madras, che mi piaceva molto. Asciugai con cura i capelli e abbondai in profumo, il Pub, che in quel periodo alternavo all'essenza di muschio. Mia madre seguiva le grandi manovre con il sorriso sulle labbra:
- ...che c'è , stasera, qualche gattarella nuova..? -
- Ma che dici...come se io non mi lavassi mai...-
risposi un po' risentito e punto nel vivo.
-...No, no, non dico questo.. - replicò ridendo mamma - ..però mi sa che ho ragione, vero.. ? Come è finita poi con quella brunetta...Rita..?
Mia madre rimaneva sempre indietro, con le donne. Sbuffai di nuovo:
- Guarda, ma', che con Rita è tutto finito da un pezzo. Ora sono solo...-
Povero figlio mio... - continuava a canzonarmi - devi proprio stare male..
- Invece sto benissimo, specialmente quando gli altri non si impicciano degli affari miei...-
Va bene, va bene, come non detto. Prendi le chiavi, comunque. L'ultima volta ci hai bussato alle tre di notte, a tuo padre ci è mancato poco che gli prendesse un colpo...-
- Ma quella volta non è stata colpa mia...mi si era fermata la cinquecento a viale Marconi..- piagnucolai -..e me la sono fatta a piedi fino a casa..-
- Così impari a mettere la benzina in macchina, quando esci..-
Stavo per rispondere che quella volta la benzina non ci entrava per niente, era stato lo spinterogeno a farmi fermare. Ma lasciai perdere, le donne di motori non capivano nulla e poi cominciavo a far tardi, e quella sera non volevo che accadesse. Avevo come una sorta di presentimento che stava per succedermi qualcosa di molto importante, e questo pensiero mi rendeva elettrico:
- Va bene, hai ragione tu, non discuto. Allora prendo le chiavi e cinquemila lire dal tuo borsellino. Posso..? -
Potevo, certo che potevo. Mamma era un vero tesoro. Sempre presente, sempre vigile. Era lei la nostra ambasciatrice con papà , prima e dopo le sgridate, quando ne combinavamo qualcuna di troppo. E poi io ero il suo cocco, gli altri fratelli glielo rinfacciavano sempre.
Uscendo di corsa, naturalmente avevo dimenticato a casa l'appunto, il pezzo di carta sul quale avevo segnato l'indirizzo di Guido. Me ne accorsi a metà strada, e stetti per un attimo lì per tornare indietro a riprenderlo. Poi guardai l'orologio, pensai alle prese in giro e così decisi di tentare la sorte. Per fortuna, nei pressi della casa di Paolo, vidi la 500 di Enrico, già posteggiata. Accostai e scesi lì accanto. Il cofano motore dell' auto era ancora bollente, quindi dovevano essere arrivati da pochissimo, maledizione. Mi guardai intorno, sperando di vedere qualcuno o di ricordare qualcosa. Mi arrivò invece un fischio canzonatorio:
- Che ti sei perso, questa volta, la memoria..? -
Erano tutti affacciati al balcone, tre piani sopra la mia testa, a gustarsi la scena. Bene, ormai tanto, figura più , figura meno..:
- Ciao...che interno ? -
Quanto ci dai, se te lo diciamo..? Sul balcone erano rimasti Paolo e Enrico, e facevano gli stupidi, approfittando della situazione di vantaggio. Paolo si girò per un attimo verso l'interno della stanza, poi si sporse dal balcone verso di me, ruotando le mani su delle bocce immaginarie. Capii che stava mimando le forme di qualcuna, per farmi rabbia:
- E dai, non fate gli stupidi, che la partita sta per cominciare.._
- ..Si, la partita..sentilo, il poverino, lui vuole salire per vedere la partita, veroooo..?.-
ma mentre quelli ridevano qualcuno dall'interno del portone aprì , ed io approfittai dell'occasione per sgattaiolare dentro, seguito dallo sguardo sospettoso e diffidente di un anziano condomino. Non presi l'ascensore, perché non ero certo del piano. Salii le scale di corsa, cercando di non fare tanto rumore, e controllando i cognomi sulle porte. Quando vidi il numero cinque finalmente mi ricordai le parole di Enrico, e gli schiamazzi dietro la porta mi dissero che avevo indovinato, prima ancora di bussare. Venne ad aprirmi Rossella, era bellissima ed io arrossii violentemente, quasi avesse letto nei miei pensieri. Il rossore era una delle cose che mi facevano andare in bestia, perché per il resto ero piuttosto disinvolto.
- ...ciao Stefano.. come stai ? - mi stampò un bacio sulle guance. Aveva le labbra calde e morbide - ".. E' un secolo che non ci si vede..? Perché non ci vieni ogni tanto a trovare..? -
Le sue parole mi fecero di nuovo avvampare il viso, mentre dietro a Rossella si affacciavano quegli stupidi dei miei amici. Prima che potessero infierire lei mi venne in soccorso:
- .. su, su, lasciatelo in pace, non vedete che ha fatto le scale di corsa..? Vieni, Stefano, lasciali perdere, ti do un bicchiere d'acqua che sei tutto accaldato.. -
- ..ci vuole altro che acqua, l ..... - Paolo e Enrico non mollavano l'osso, mi seguivano spingendomi in avanti per farmi urtare il bel posteriore di Rossella. Un gruppo di asilo sarebbe stato più serio. Io scalciavo e davo pugni all' indietro, reprimendo risate e parolacce all'indirizzo di quelle due bestie.
Poi vidi Laura. Era in cucina, seduta al tavolo. E lì , all'improvviso fu silenzio. Come una martellata improvvisa al cuore. Gli altri sparirono di colpo, inghiottiti dal nulla. Ho il ricordo della sensazione che ebbi prendendole la mano la prima volta. Continuavo a parlarle cercando di essere simpatico ma mi sentivo come ubriaco, mi pareva di dire solo sciocchezze. Lei mi guardava e sorrideva, aveva due occhi rotondi color nocciola come quelli delle bambole di una volta. Poi parlò e mai come in quel momento trovai così simpatica e accattivante l'inflessione milanese. Rossella si accorse del coup de foudre e uscì dalla cucina portandosi via i miei amici che protestavano. Ma io quelli non li sentivo più , mi ero già perso.
Di Germania Italia non ricordo assolutamente nulla. So che è stata una bellissima partita, appassionante, che ci hanno fatto perfino un film. Ricordo bene soltanto il dopopartita, quando eravamo usciti per strada, tutta l'Italia era per strada quella sera. Prendemmo le auto, Laura venne con me, aprii il tettuccio e lei si sedette sulla cima dello schienale, con la testa fuori dalla capotte e i riccioli biondi al vento. Arrivammo fino al centro, in un corteo impazzito che cresceva ad ogni incrocio. Perfino un camion dei pompieri, a sirene spiegate e la scala meccanica che andava su e giù , con un pompiere pazzo in cima a sventolare la bandiera. Ogni tanto ci affiancava la cinquecento di Paolo, gli amici mi guardavano, ridevano e approfittavano di quel casino generale per dare la stura ai gesti più sconci, ai più luridi ammiccamenti. Li avrei fucilati in quel momento, ma Laura sembrava divertirsi un mondo, rideva e gridava anche lei, sembrava molto felice. E io ero cotto come un piatto di bollito dimenticato sul fuoco. Non mi veniva nemmeno in mente di sbirciare il generoso panorama di lei seduta a quel modo, con la gonna che mi svolazzava praticamente sulla testa. Ero anomalo, innaturale, decisamente cotto.
Laura sarebbe dovuta partire di lì a due giorni, ma si trattenne invece ancora una settimana. La mattina la andavo a prendere, se Guido e Rossella erano già andati al lavoro salivo sù , mi spogliavo e mi mettevo a letto con lei. La prima volta che facemmo l'amore ero talmente eccitato che finì male, non ci riuscii e mi mortificai tantissimo. Lei mi consolò , stringendosi dolcemente e parlandomi piano. Aveva un modo tutto suo per parlare di quelle cose, buffo ed insolito. Per dire scopare adoperava il verbo "zompare", che a me faceva venire in mente certi giornaletti dove la donna urla con la lingua di fuori: "...si, trivellami tutta..". Ma Laura invece era dolce. La prima volta che la penetrai sentii un gran calore, il suo corpo sudato sembrò avvolgermi, ingoiarmi. le sue unghie affondarono sulle mie spalle senza farmi sentire dolore. Poi mi chiese scusa, mi portò al bagno e mi medicò a lungo, mettendomi perfino un cerotto:
- scusa, non volevo proprio. Ma in quei momenti non mi fai capire nulla, sai..Ti amo tanto. -
Me lo ripeteva in continuazione, a letto, quando eravamo a piedi per strada, mentre guidavo l'auto. Con lei visitai Roma per la prima volta. Le volevo fare da Cicerone ma mi accorsi all'improvviso che conoscevo ben poco della mia città . Andammo all'orto botanico, ai mercati traianei, a visitare la cappella Sistina. Perfino sulla cupola di San Pietro, dopo un numero inverosimile di gradini. Dovunque, a qualsiasi ora, sotto il sole più caldo o alle ore più profonde della notte.
A casa mia mi avevano dato per disperso e anche gli amici, capita l'antifona, si tenevano a rispettosa distanza. Tanto, quel fuoco, doveva prima o poi incontrare il mare.
Milano e Roma erano tanto, troppo distanti. Ogni giorno che passava, nei nostri sguardi liquidi e innamorati passava ogni tanto il velo della inevitabile prossima separazione. E ogni volta, con ostinata ipocrisia, lo avevamo rimosso. Perché rovinare quegli attimi ? Perché negare a un condannato l'ultimo desiderio ? Così non ne avevamo mai parlato, ma la sera prima della partenza Laura mi abbracciò forte e si mise a piangere, improvvisamente, senza ritegno. Era disperata, e io più di lei. Crudele destino, veder crescere un amore e poi doverlo spegnere, soffocarlo, perché non ci bruci in una ultima, inutile vampata.
La mattina seguente la accompagnai al treno, fin dentro lo scompartimento. Lei non piangeva più , aveva consumato le lacrime, sembrava tranquilla nella sua rassegnazione. Ci facemmo mille promesse, lei mi guardava negli occhi con rabbia, quasi volesse strapparmi il viso per portarlo con se. Poi partì , e mi sentii come morto dentro.
Percorsi piano, strascicando i passi, la lunga banchina tra i binari, ormai desolatamente vuota, fino all'interno della stazione. Mi rituffai tra la gente, tutti sembravano avere una gran fretta di fare qualcosa, tanti sorridevano, parlavano tra loro, facevano progetti. Io invece, all'improvviso, avevo perso il senso del domani. Il pomeriggio, sul tardi, mi feci vivo in parrocchia, ma con il cuore listato a lutto. Il primo a vedermi fu Rudy, che incautamente mi aggredì ridendo:
- ..ciao Stefano. Chi non muore si rivede. Pensavamo tutti che ti fossi trasferito a Milano..-
-..magari..! - risposi talmente convinto che Rudy divenne serio, mi dette uno scossone cambiando voce:
- ma dai, sei impazzito ? Quella domani ti ha già scordato. Te lo ha detto che a Milano ha il ragazzo..? -
Stetti per un attimo lì per rispondergli male, poi ragionai che l'amico stava parlando seriamente, non per canzonarmi:
- guarda Rudy che questa volta è davvero una cosa seria per me. Ti prego, adesso non parliamo di Laura, ora non voglio pensarci....e poi sì , lo sapevo che ha l'uomo, me lo ha detto subito..-
- ..e che è stata pure con Paolo te lo ha detto anche...? -
No, questo non me lo aveva detto, Rudy lo intuì subito e capì di essersi spinto troppo oltre. Lo guardai con gli occhi stralunati, come nell'opera di uno scultore indeciso.
Pensai a Paolo e Laura nudi, che si rotolavano nel letto, magari lo stesso letto....era terribile, disgustoso, impossibile.
- Ehi, Stefano, sveglia, che lo spettacolo della vita continua..-
Rudy mi prese dolcemente sottobraccio, come fossi stato un cagnetto impaurito, e mi condusse al nostro muretto davanti al parcheggio, lì dove fino a due settimane prima avevo passato interi pomeriggi a ridere, scherzare con tutti loro. Mi sedetti a cavalcioni, graffiando con una pietra il cemento grigio del sedile mentre parlavo. Le parole ora mi uscivano pi facilmente, in testa si era rotta la diga e la pressione cominciava a diminuire:
- ...Paolo...non è possibile. .naturalmente non stai scherzando, vero ? Guarda che è importante, lo capisci..? -
Rudy mi guardò , un po' sollevato:
- Certo che lo capisco. Noi non ti abbiamo detto niente perché abbiamo pensato che l'avresti saputo da lei. E poi, Stefano, proprio tu...che ti vanti di conoscere così bene le donne..-
- ..va bene, va bene, hai ragione. E' stata colpa mia, mi sono completamente rincoglionito...ma dimmi, con Paolo.. quando è successo.. -
-.. ma che importa ormai, rifletti. - Rudy aveva ragione - ..se vuoi, questo puoi chiederlo direttamente a lui.. ma ne vale la pena..? -
- ..io vorrei sapere soltanto se non è tutta una balla.. lo sai anche tu che Paolo un pallonaro laureato, no ? -
Mi aggrappavo ad un esile speranza, che via via si faceva più robusta. Ma Rudy fece esplodere il mio palloncino:
- ..no, non ti illudere. Questa volta è proprio vero, verificato: il giorno dopo che Laura arrivata a Roma tu eri fuori e noi siamo andati da Enzo, poi da lì al cinema con Paolo, lei e Grazia...sai, quella che abita sulla Tuscolana...-
- .. così era vero. Interruppi il racconto di Rudy, tanto sapevo già che cosa succedeva al cinema, in quelle situazioni. Mi alzai all'improvviso, come se mi fossi ricordato all'improvviso di qualcosa di molto importante:
- ..Bene, che novità ci sono state, nel frattempo..? -
Il mio amico mi squadrò , raggiante. Ero tornato finalmente tra di loro. Mi dette una pacca sulle spalle ed entrammo dentro, perché al piano di sopra, in una delle sale, stava per concludersi il campionato di ping pong.
4
Laura passò , come altre ragazze, sulla pelle tenera e sensibile del mio cuore ancora bambino. Di lei conservai per molto tempo una foto formato tessera, dalla quale continuava a guardarmi con quegli occhi da bambola, che tanto mi avevano stregato. Imparai piano piano a non dar peso ad ogni sorriso, al primo improvviso batticuore. Anzi, a dire la verità , diventai col tempo perfino un po' cinico. Quando iniziava una storia con una, mettevo subito le cose in chiaro, quasi fosse stato una specie di rapporto di lavoro, sul tipo: " Bene, noi due stiamo insieme per questo e per quest'altro; facciamo sesso il pomeriggio alle cinque, qualche coccola la mattina della domenica, vediamo gli amici tre volte a settimana." E la cosa incredibile era che, pur ponendo queste condizioni, non trovavo mai nessuna resistenza. Poi, magari, durante la storia, qualche ingrediente imprevisto cambiava un po' le cose, ma non era così frequente.
Era a me e a Piergiovanni ( altro affiliato al gruppo, in gamba con l'altro sesso) che gli altri avevano affidato il non ingrato compito di rimorchiare, ogni tanto, qualche ragazza nuova da aggregare alla comitiva. Ormai eravamo tutti cresciuti e motorizzati, così c'era modo di spassarsela, di andare in giro dovunque ci fosse piaciuto. Quando la proporzione tra i due sessi, nel gruppo, diventava ottimale (accadeva raramente..) si metteva subito in cantiere una gita.
La prima grande spedizione fu un viaggio ad Amalfi. Un nostro amico si era appena fidanzato con una che poi era subito partita per le vacanze. L'unione non era stata ancora cementata granchè ed il tapino temeva che qualche indigeno della località di villeggiatura potesse insidiare la sua dolce metà . Così si era rivolto a noi, cercando aiuto. In più la ragazza, Renata, che aveva ad Amalfi una grande casa, praticamente quasi disabitata, fece sapere che, se avessimo voluto, non avrebbe avuto nessun problema ad ospitarci tutti. E disse anche che poi, ad Amalfi, aveva un sacco di amiche.
Questo fu l'argomento vincente. Ci preparammo con grande professionalità . Una carovana di sei cinquecento, tutte tirate a festa per la grande occasione. Erano stati registrati i freni, lucidate le carrozzerie, puliti vetri e sedili. Qualcuno di noi andò perfino da Mario, il meccanico di fiducia del gruppo, per far tarare il motore. Questo Mario era davvero un personaggio fuori dal comune. La sua officina era e probabilmente rimarrà la più sporca e disordinata che abbia mai visitato: Non si capiva dove finivano i rifiuti e dove invece cominciavano gli attrezzi da lavoro (ma tanto lui lavorava con gli uni e con gli altri…) e anche lui era intonato all'ambiente. Era basso, rozzo e sempre unto fino all'inverosimile. I clienti che gli portavano l'auto per la prima volta rimanevano così impressionati da essere indotti a risalire in auto e ad andar via. Era così sporco di grasso anche in faccia da riuscire con difficoltà a indovinarne i lineamenti. Con tutto ciò sosteneva, mentre riparava il motore con pezzi di ferro, residui di altre auto etc., di essere un dongiovanni e addirittura gran chiavatore. Diceva di essere così maschio da riuscire a sollevare un peso di trenta chili appesò lì, in cima allo sventra papere, direbbe Benigni. Ma per fortuna non ci dette mai modo di appurarlo.
Poi arrivò il gran giorno. Avevamo deciso, per rendere meno monotono il viaggio, di non fare l'autostrada e di costeggiare fino ad Amalfi. Così il viaggio durò ben sette ore e mezza. Ogni paese era una tappa: una volta al bar, un'altra in salumeria, poi ancora alla stazione di servizio.
Ci si fermava sempre tutti insieme, la gente per strada si girava pensando che fosse un corteo di sposi. All'inizio della costiera amalfitana Toni, il promesso di Renata, entrò in un negozio di giocattoli ed uscì trionfante con dieci pistole ad acqua, che distribuì al gruppo. Da quel momento iniziò il divertimento. Passavamo nel centro di ogni paese, facendo la strada principale, quella dello "struscio". A quell'ora, le quattro del pomeriggio, la gente cominciava a passeggiare, tutti con il vestito bello ( era domenica), un po' sbracciati perché faceva già caldo. La nostra strategia era questa: il primo della fila, con il finestrino aperto, si sbracciava e gridava, per attirare l'attenzione dei passanti, che si giravano verso il centro della strada. Poi, dietro, cinque auto con dieci pistole caricate ad acqua. Ci lasciavamo dietro donne con i vestiti bagnati, mariti inviperiti che tentavano di inseguirci. Uno di questi uno si tolse la scarpa e centrò in pieno il cofano dell'auto di Augusto, l'ultimo di noi che chiudeva quel pazzo carosello. Avevamo tutti gli occhi rossi dalle lacrime per il gran ridere e ad un certo punto ci fermammo perché eravamo davvero esausti.
Arrivammo ad Amalfi. La casa di Renata era davvero grande, una intera palazzina d'epoca appena dietro al porto. Il portale d'ingresso, in austero peperino, dava in un cortile interno sul quale si affacciavano ballatoi per tre piani, tutti con porte finestre ad arco, tutti rigorosamente dipinti a calce. Il piano terra era per i magazzini, la cantina etc. Al terzo piano abitava la famiglia di Renata. A nostra disposizione rimaneva tutto il secondo piano e metà del primo, perché il resto dei locali era in restauro. Facemmo la corsa per scegliere ognuno la stanza migliore, sistemandoci tutti al secondo piano. Il locale bagno era uno spettacolo : una vasca incredibile che doveva avere non meno di cento anni. Era poggiata al muro sul lato corto e poggiava tronfia su quattro esili appoggi in ghisa lavorata a testa di leone. Del resto tutta la vasca era in ghisa, mentre era chiaro che l'interno era stato porcellanato più di una volta. Insomma, sembrava davvero di farsi il bagno in un film western, mancava solo la bionda di turno con la brocca dell'acqua calda...
Ad Amalfi rimanemmo ben tre giorni, girando il paese, chiassoso e affascinante, in lungo e in largo. Le chiese, il mercato coperto con le bancarelle orientali e la puzza di incenso, l'odore di porto e di pesce fritto, le ceramiche coloratissime. Toni riuscì a conquistare sufficienti garanzie per la sua storia con Renata e così alla fine fummo di nuovo tutti felici e.. partenti. Anche perché avevamo finito i soldi, dilapidati in pizza, camicie orientali acquistate al mercato, gelati vari ed altre stupiderie. Tornando a Roma facemmo l'autostrada. Ci sorpassavamo solo tra di noi, l'acceleratore schiacciato al massimo su quella fettuccia d'asfalto che non finiva mai.
Sandro era, tra di noi, quello che suonava meglio la chitarra. Anzi, era davvero un mostro con lo strumento in mano. Ex compagno di liceo, aveva preso medicina e studiava insieme ad Enrico. Riccetto, con gli occhiali e mingherlino, non era molto disinvolto con le ragazze (veniva da Avezzano) ma in compenso aveva una fame di sesso da far paura. Un giorno ci radunò la mattina a casa sua (abitava a Spinaceto) senza darci prima molte spiegazioni. Arrivammo quasi tutti, un po' incuriositi perché era la prima volta che Sandro prendeva un'iniziativa del genere. In camera sua, dopo essersi accertato che la madre non spiasse dietro la porta, ci informò che si era fatto spedire, fermo posta e in pacco anonimo, una bambola gonfiabile. La cosa suscitò subito l'ilarità generale e qualche presa per il culo ma lui ci zittì subito :
Siete venuti per aiutarmi o no ?
Naturalmente per aiutarlo. E chi se la perdeva un'occasione del genere? Così andammo tutti insieme alle poste dell'Eur a ritirare ULLA, bionda provocante scandinava in puro lattice di gomma ( Sandro non volle mai dirci quanto avesse speso). Il pacco era bello grosso ma facemmo a gara per portarlo, come si fa con la cassa da morto di un caro amico. Arrivati a Spinaceto non salimmo, naturalmente, a casa di Sandro. Lui si era fatto dare dall'amministratore le chiavi della sala comune, un grosso locale all'ultimo piano del palazzo, dove c'erano i lavatoi e dove si facevano le riunioni di condominio. L'acqua, appunto, era essenziale per il progetto. Le istruzioni (in svedese, tedesco, spagnolo, francese, inglese e giapponese) dicevano che dentro Ulla ci andavano circa 35 litri di acqua leggermente tiepida. L'acqua c'era ma non si poteva scaldarla. Sandro, che intanto aveva già "scartato" Ulla sotto gli occhi trepidanti di tutti noi, disse che quello era un particolare del tutto trascurabile e che ci avrebbe pensato lui a "scaldarla" dopo. Così si cominciò l'operazione. Un grosso tubo fu attaccato al rubinetto e collegato direttamente all'apposita presa che ULLA aveva tra le spalle. Man mano che l'acqua entrava, le dita dei piedi e delle mani si riempivano, le gambe da flaccide diventavano tornite, i seni si gonfiavano come due bei meloni. Assistevamo silenziosi e affascinati a quella trasformazione, come fosse stato un parto. L'espressione di Ulla, che aveva le labbra arricciate a forma di O (chissà perché..) cambiava in continuazione man mano che la linfa vitale fluiva dentro di lei. Qualcuno si azzardò a carezzarle il seno ma Sandro, che si era già innamorato perdutamente, reclamò il suo "ius primae noctis" :
Eh no, che cavolo ! Ci sono prima io !
E prese a spogliarsi. Faceva proprio sul serio : si spogliò completamente mentre due di noi correvano alla porta di ingresso per controllare che fosse stata chiusa a chiave e alla fine, si sdraiò su di lei. Non credo che ebbe mai il tempo di penetrarla perché dopo un paio di secondi ULLA esplose, lasciando Sandro con il pisello piantato sul cemento e noi attorno tutti bagnati fradici. La cosa avvenne così rapidamente che nessuno pensò, sulle prime, a dove l'acqua stesse andando. Mentre Sandro smoccolava in avezzanese tutta la sua rabbia contro la povera Ulla ridotta a brandelli noi avevamo preso a ridere fino alle lacrime. Cominciammo a correre per la sala inondata d'acqua per recuperare i resti della vichinga. Piergiovanni trovò un seno, Paolo un pezzo della faccia e la … beh, insomma, quella cosa lì. Gli arti praticamente non esistevano più e anche del sedere era rimasto pochissimo.
Insomma, una vera tragedia per Sandro, noi invece continuammo a ridere per un mese, ognuno con il suo "trofeo di guerra" gelosamente custodito in auto. Ricattammo subito Sandro costringendolo a organizzare, in quella stessa sala, una festa con ragazze "vere", ma promettendogli in cambio che nessuno avrebbe fatto mai saputo dell'incidente.
5
Il mercato di Ottobre
I primi di ottobre i Prapers si spostavano in massa davanti al Vivona, il liceo classico.. Nessuno di noi, però, diceva mai niente agli altri perché in fatto di donne "..la guerra è guerra". Le "nuove" del liceo erano puntate, esaminate, catalogate con tanto di voto. L'approccio era sempre lo stesso, quello dei libri. Ormai erano passati tre anni da quando avevo lasciato la scuola e di libri miei da vendere, nemmeno a parlarne. Tra l'altro li avevo trattati sempre malissimo da esaurirli spesso prima ancora della fine dell'anno scolastico. Ma avevo due fratelli più piccoli di me al liceo e così, con la scusa della maggiore esperienza (??), requisivo sempre tutti i loro testi "smessi" per cercare di piazzarli. La tecnica era sempre la stessa : si prendevano i libri più "gettonati" e si mettevano in bella vista sul sedile dell'auto, lasciando la portiera aperta. Non avendo più libri miei, prima che iniziasse l'ora di mercato mi mettevo a "personalizzare" quelli dei miei fratelli, cancellando il loro nome e mettendoci il mio. Spesso aggiungevo il numero di telefono, così la compratrice di turno sapeva come rintracciarmi..
Noi "ex" ci si riconosceva a colpo d'occhio, all'ora di uscita, quella più delicata. Eravamo tutti in piedi, con la portiera aperta, aggrappati allo sportello aperto come pirati al timone del proprio galeone. Che le ragazze ci vedessero subito "motorizzati" era essenziale, indispensabile per marcare subito la differenza d'età rispetto ai pivelli che ancora frequentavano il liceo.
Quelle del ginnasio in genere le scartavamo a priori, a meno di qualche clamorosa eccezione, come una rossa di quinto (il secondo anno nel liceo classico) che si diceva fosse scappata di casa due volte. Era sicuramente ripetente e appena usciva di scuola si metteva a fumare come una turca lanciando occhiate nervose a destra e a manca.
Lei cercava un vocabolario di Greco e io ne avevo uno. Al mio mancava qua e là qualche pagina, ma con il taglierino ero riuscito ad eliminare i segni dello strappo così non si vedeva niente. Arrivò con un amica e cominciò a sfogliare il vocabolario, appoggiando una gamba sul predellino della 500 e dandomi modo di osservarla per bene.
"Ma qui è tutto scarabocchiato..! - fece - "..guarda..c'è anche un numero di telefono..! "
"E' il mio .. - risposi spogliandola con gli occhi - ".. solo per quello dovresti pagarlo a prezzo intero..!"
L'amica, una specie di topo con gli occhiali, avvampò di vergogna e di rabbia e la strattonò per andar via, ma lei invece stette al gioco e continuò a sfogliare lentamente il vocabolario. Alla fine lo prese. E io presi lei.
Accettò il passaggio il terzo giorno di scuola e non mi feci vedere davanti al liceo per una settimana. Poi lei un giorno venne accompagnata dalla madre (aveva fatto sega con me per due giorni di seguito) e così la cosa finì.
Ma le più ambite rimanevano le ragazze grandi, quelle della terza liceo. Lì la guerra, anche tra noi del gruppo, era senza quartiere. Non c'era amicizia che potesse reggere, chi imbarcava una donna metteva subito in moto e partiva a testa bassa, salvo poi rifarsi vivo nel gruppo quando, dopo un paio di giorni (ma a volte bastavano poche ore), il rapporto si era per così dire "consolidato"…
Gianna era appunto una di terza liceo, e di una classe tutta femminile. Carina, di buona famiglia (abitava al villaggio azzurro), aveva due splendidi occhi verdi e un fratello un po' troppo appicicaticcio, purtroppo. Ma scoprii ben presto che non era disinvolta come mi sarei aspettato e così, dopo qualche settimana, il rapporto cominciava ad infiacchirsi, almeno da parte mia. Lei però era una brava ragazza, dolce e garbata, e io non riuscivo a trovare un pretesto dignitoso per farmi mollare. Così mi inventai una balla e le raccontai che avevo incontrato a Roma una vecchia fiamma conosciuta in Calabria e che avevo timore che potesse succedere qualcosa. Gianna, dolcissima, apprezzò così tanto la mia "onestà" che mi lasciò subito libero di "provare" i miei sentimenti nei confronti dell'altra. Anzi, per non mettermi in imbarazzo, si tolse (che dolce..!) la sciarpa di seta che portava sempre al collo e me la porse dicendo :
"Ecco, guarda, facciamo così : se ti dovessi accorgere che quest'altra ti ha preso a tal punto da non volere più stare con me, mi restituirai questa e io capirò…"
Fui così cafone da restituirgliela due giorni dopo. Lei mi guardò ammutolita, poi si girò e se ne andò via. Ho rivisto la sua foto un po' di anni fa, su una rivista. Si era sposata con un attore romano emergente. Tanto meglio per lei, in fondo..
6
Rudy era il più vecchio del gruppo. Era arrivato da noi attraverso un amico comune, che lo aveva portato a un torneo di ping pong. Buffo : in divisa da marinaio sembrava Braccio di ferro. Rudy aveva lasciato la scuola a 15 anni e si era arruolato in marina, probabilmente anche per andarsene da casa. Il padre e la madre erano separati e lui così aveva molta più esperienza di vita di tutti quanti noi. Era magro e con la barba sempre un po' lunga, quando parlava gesticolava sempre molto e su ogni cosa riusciva a dire la sua. Dei suoi racconti di marinaio ricordo soltanto il fatto che raccontava di essere sempre in bolletta e a Napoli, per calmare i morsi della fame durante la libera uscita, qualche volta la sera prendeva un bicchiere di acqua ferruginosa che, a suo dire, calmava lo stomaco come un cenone di capodanno. Non era però un pallonaro come Paolo, sapeva ascoltare in silenzio e alla fine il suo parere era sempre tenuto in grande considerazione. La prima volta che si presentò in parrocchia era appunto in uniforme. Arrivò con un macchinone grandissimo, un vecchio Ford Taunus 1700 color oro stinto. Ci entrammo, non so come, tutti dentro e cominciammo a girare per l'Eur tenendo i finestrini abbassati malgrado fosse ancora marzo.
Col Taunus finivamo sempre a viale Europa, dove c'era più movimento. Con tutto il casino che facevamo le ragazze che passeggiavano a piedi si giravano e Paolo diceva sempre di accostare perché conosceva questa o quella, ma la verità era che non conosceva quasi nessuna e aveva solo una gran faccia tosta. Scendeva dall'auto ancora in movimento con un balzo, arrivava davanti alla "preda" e con un sorriso a trentadue denti diceva : "Beh..? Come andiamo ?" Qualche volta andava bene, qualche altra aveva rimediato pure un vaffanculo ed era risalito in auto dicendo che si trattava di una stronza, che faceva così perché lui l'aveva mollata, qualche tempo prima, senza preavviso.
Comunque, a onor del vero, ci aveva anche rimediato in questo modo qualche festa. Riusciva a fare invitare "ufficialmente" un paio di noi ma poi, quando si era lì, aperta la porta di ingresso gli altri si imbucavano dentro spingendo i primi. Non era il massimo del galateo, ma insomma… in questo modo si allargava il giro. Una volta dentro si decideva velocemente la "strategia" in funzione della situazione. L'importante era individuare subito la padrona di casa e starle alla larga, comportandosi bene, fino a che non si fosse abituata alla nostra presenza. Se il movimento era ricco, allora i più disinvolti si buttavano subito nella mischia, mentre i più timidi tra noi cercavano di dare una mano scegliendo i dischi giusti o tenendo un paio di posti liberi sul divano, quando il ballo fosse finito. Nei casi di particolare carestia di donne, si metteva in giro una scopa per far cambiare cavaliere alla donna puntata. Il primo che riusciva a portarne una fuori sul terrazzo a "prendere una boccata d'aria", poteva segnare una tacca sul ruolino di marcia, perché il terrazzo era in genere frequentato dalle coppie già consolidate e poi lì era buio e le mani andavano dovunque.. A pensare che oggi, invece, sedicenni scafatissime sono pronte a prenderti e a portarti dritto in camera da letto..! Troppo semplice ! Vuoi mettere l'eccitazione di una mano che sale verso il seno e viene tolta una, due, tre volte, ma sempre con meno resistenza ? Fino a quando, poi, si riusciva a guadagnare il primo bottone della camicetta.
Oltre alle feste c'erano le cacce al tesoro. Quando il gruppo segnava un momento di "bassa marea" (un po' per la depressione, un po' perché c'erano troppe cozze in giro), allora si dava una bella rimescolata al mazzo. Nelle cacce al tesoro poteva succedere di tutto, ma bisognava organizzarle bene, possibilmente barando. A noi non interessava tanto vincere, quanto riuscire ad allargare il giro. E le regole cambiavano a seconda delle circostanze, tanto eravamo noi ad inventarle. Ad esempio, una volta si iscrissero alla caccia tre coppie completamente sconosciute. I ragazzi erano dei veri stronzi, molto competitivi, le donne invece andavano bene. Prima di iniziare la caccia, stabilimmo che si doveva procedere all'estrazione delle coppie mischiando tutti i nomi. I tre maschi protestarono un pochino, ma messi in minoranza accettarono. Naturalmente l'estrazione degli accoppiamenti era truccata e così, alla fine della caccia, due di quelle tre coppie rimasero scoppiate. Io e Piergiovanni avevamo colpito ancora.
7
Dal terzo anno in poi, l'università diventò all'improvviso una cosa più seria. I contatti nel gruppo si fecero più rari, si cominciarono a selezionare feste ed amicizie, qualcuno si perse di vista. Come Paolo, scomparso nel nulla, o lo stesso Enzo, trasferitosi di nuovo a Milano. Rimasi in contatto stretto solo con Enrico (che era anche pieno di sorelle..) e di Piergiovanni, anche lui genovese. I "Prapers" avevano perso i pezzi ma non lo smalto : nel gruppo erano entrate stabilmente ragazze come Adriana, Carla, Nadia e altre. E ancora Gianfranco e Ombretta, la prima coppia di sposi, Augusto (mio compagno di università, purtroppo..) e Umberto, veneziano, vittima predestinata degli scherzi di tutti.
Durante l'anno, adesso, forse ci si divertiva meno, ma in compenso il campeggio "tuttinsieme" era diventato una ivera istituzione estiva. Avevamo trovato un posto in Calabria, nei pressi di Isola Capo Rizzuto, veramente bellissimo. Si chiamava Marinella ed era un tratto di costa stupendo e incontaminato, non molto lontano dal villaggio Valtur. Uno zio di Enrico, che aveva fatto i soldi in Eritrea e poi era tornato in Italia, aveva fatto una specie di accordo con don Ciccio, il contadino tenutario del fondo fronte mare dove campeggiavamo. Non so bene come stessero le cose, ma il fatto comunque era che da don Ciccio, nel suo magazzino, si trovavano, ben ripiegate, una trentina di tende da spiaggia, quadrate, tipo padiglione militare. Probabilmente era una attrezzatura destinata alla nascita di uno stabilimento balneare che poi non si era più fatto, credo, per problemi di mafia. Comunque le tende erano lì ad attenderci e noi, in questo modo, partivamo da Roma senza nessuna attrezzatura e una volta giunti sul posto ognuno si montava la sua tendina, anzi tendona. Ce ne erano così tante che ne tiravamo su anche una come spogliatoio, un'altra come dispensa, un'altra ancora per… insomma, per gli ospiti e così via. Alla fine tutto lo sterro davanti alla casa colonica era un vero e proprio accampamento militare.
La prima volta che arrivammo a Marinella don Ciccio ci venne incontro con la sorella Teresa. Questa era un donnone alto e grosso, dall'età indefinita. Il viso pareva giovane ma i capelli erano quasi tutti bianchi. In più aveva un occhio "offeso" a causa, come seppi dopo, di una malattia infantile non curata bene. Comunque Teresa ci sconvolse, quando arrivammo, non tanto per il suo aspetto, quanto per le sue parole :
"Volete una fica fresca?"
E dicendolo sorrideva, senza un'ombra di malizia negli occhi. Noi tutti, ancora stravolti dal viaggio, ci guardavamo l'uno con l'altro stralunati, pensando forse di esserci imbattuti in chissà quale isola etnica di origini e costumi magari svedesi. Rispondemmo in coro "si, certoooo!!!" e lei rientrò in casa uscendo con un gigantesco cestino di fichi profumatissimi. Trabocchetti della lingua ..
L'anno successivo don Ciccio, appena arrivammo, ci portò tutto tronfio ai margini del campo per mostrarci la "novità". Con quattro assi e un po' di lamiera aveva costruito, accanto a uno splendido fico d'india, un inquietante cesso turco all'aperto, di cui andava particolarmente fiero. Ci guardammo tutti negli occhi, qualcuno azzardò un timido complimento. Umberto, sempre esuberante a sproposito, manifestò per carineria l'impellente desiderio di provarlo subito, perché se la stava trattenendo da metà viaggio. Don Ciccio, raggiante, procedette immediatamente. Così fu aperta la porta del servizio sanitario e dall'interno, insieme a un orrendo fetore, fuoriuscì per quasi un minuto un nugolo di mosche carnarie particolarmente pasciute. Evidentemente il cesso era stato già sperimentato più volte. Umberto sembrò ripensarci e si girò spaurito verso di noi, ma lo spingemmo dentro a forza e chiudemmo la porta nonostante le sue urla. Uscì fuori dopo un quarto d'ora, sudatissimo e rabbioso, pieno di punture di bestie sconosciute.
La vita in campeggio era bellissima. All'inizio ci davamo delle regole (turni per cucinare, per andare a fare la spesa, per lavare, etc.) ma in realtà dopo un paio di giorni ognuno faceva quel che voleva e il risultato era sempre un gran casino. Finiva sempre che i più maturi si facevano carico degli altri, ma fino a un certo punto, però. Ad esempio, c'era Augusto che era un vero e proprio scansafatiche. La sua tenda era perfino più disordinata della mia e aveva in più una particolarità : i sacchetti della biancheria sporca. Augusto, infatti, era l'unico a riuscire a partire per il campeggio avendo già in auto un paio di sacchetti di biancheria da lavare. Forse la madre, esasperata dalla sua trasandatezza, approfittava del fatto e gli infilava in auto anche quelli. Comunque stessero le cose, Augusto consumava una quantità industriale di mutande e magliette ma, quel che era peggio, non le lavava mai. Invocando problemi di igiene Enrico gli impose di dare almeno una pulita alla sua tenda e, se non di lavare la biancheria, almeno di tenere i sacchetti in un punto più ventilato. Così la tenda di Augusto diventò una mongolfiera, con la zavorra appesa dappertutto alla tela esterna. Una notte la capra di don Ciccio (lì gli animali scorazzavano liberamente) si slegò e cominciò a girare per le tende. Il giorno dopo le mutande di Augusto, stracciate, masticate e sbrindellate, erano sparse dappertutto. Inseguito dalle nostre risate dovette fare il giro del campeggio per raccoglierle e andare a fare finalmente il bucato. Certo, più "bucato" di così davvero non avrebbe potuto essere davvero..
Comunque, dopo un paio di campeggi trascorsi a Marinella (così si chiamava la località) eravamo ormai diventati padroni della situazione. Conoscevamo tutti, compresi usi e costumi della contrada. C'era ad esempio Salvatore, un pastore con i capelli rossi (incredibile, in Calabria..) che scendeva ogni giovedì da S.Giovanni in fiore, paese dell'entroterra silano da cui proveniva tutta la popolazione residente nella zona. (Era stata una vera e propria deportazione quella fatta da Mussolini ai tempi dell'"Opera Valorizzazione Sila" : tutta la zona, arida e desolata, era stata divisa in piccoli fazzoletti di terra. Qua e là qualche silos per l'acqua, mai arrivata. Infine erano stati spostati gli abitanti, che erano rimasti, pur abitando sul mare, tutti montanari. L'iniziativa agricola era fallita e solo quelli che, come don Ciccio, avevano ricevuto un fondo fronte mare non erano ritornati al paese d'origine, perché riuscivano ugualmente a guadagnare qualcosa tra turismo e contrabbando).
Salvatore, insomma, era un pastore ma il giovedì si improvvisava macellaio : prendeva un montone, un paio di capretti, qualche gallina e scendeva a valle con il suo furgoncino a tre ruote. La macellazione si faceva davanti a tutti, nella piazzetta di terra battuta fra quattro case. Era uno spettacolo cruento e affascinante : don Ciccio rotolava fuori dalla rimessa un enorme ceppo e su questo, a colpi di accetta, si consumava il sacrificio. La carne ancora sanguinolenta veniva pesata, a pezzi, su una vecchia bilancia a mano e venduta ai contadini del posto, che si allontanavano poi con i loro pacchi gocciolanti.
Ma la carne era genuina e i prezzi buoni e così un anno, che in campeggio eravamo quasi una trentina, comprammo un montone intero e invitammo tutta la gente del posto. Enrico (che studiava medicina) ci fece sedere tutti di fronte al muro della casa dove era appeso a scolare sangue il povero animale appena squartato, improvvisando così una lezione di anatomia. La "scolaresca" era molto attenta e qualcuno fece anche qualche domanda azzeccata. Umberto, la nostra vittima predestinata, fu chiamato dal perfido Enrico a fargli da assistente e si riempì le mani di merda quando il nostro dottore ci mostrò come funzionavano gli intestini del montone. Ma su Umberto dovrò assolutamente fermarmi un po' più avanti, perché è davvero un personaggio che merita.
Un'altra nota di colore locale era costituita da Giuseppe, il figlio trentenne di un contadino di un fondo limitrofo. Giuseppe lavorava in Germania, come molti giovani del luogo, e l'estate tornava dai suoi. Si era fatto una 124 verde brillante e nel portabagagli teneva due amplificatori da festa paesana. Ogni tanto si fermava in uno spiazzo, tirava fuori le grandi casse e le collegava alla radio (doveva avere una batteria da camion, credo…). Le sue cassette erano una meglio dell'altra : tutte canzoni famose, ma per così dire rielaborate dalle originali in chiave erotica. La più pulita era "Lisa ti ho rotto il cul". Pare strano, ma quel turpiloquio cantato non infastidiva nemmeno le persone anziane, anzi ! Ogni volta che si sentiva musica (parole a parte) stavi pur certo di trovare una festa affollatissima, anche se le poche indigene non baffute e al di sotto dei trent'anni erano guardate a vista dai parenti.
Non potendo granchè contare sugli happenings improvvisati di Giuseppe qualche sera ci spostavamo a Crotone, alla ricerca di un po' di movimento nei lidi a mare. I gestori ci guardavano con interesse, malgrado fossimo forestieri, perché eravamo un gruppo numeroso e così potevamo addirittura contrattare un biglietto collettivo a prezzo ridotto. La gente, da fuori, vedendo "movimento", sarebbe stata invogliata ad entrare e così.. Nel nostro gruppo, però, c'erano purtroppo solo due o tre ragazze carine (tutte già accoppiate). Per il resto era una vera desolazione. Soprattutto una, di cui tacerò per delicatezza il nome, era particolarmente brutta. Nana, grassa e con la pelle diafana e malaticcia. Purtroppo quest'essere si era, non so perché, invaghito di me e quell'estate la ricordo come un vero tormento.
Quando si andava la sera in un posto affollato riuscivo facilmente a farle perdere le mie tracce e così rifiatavo un pochino. Una volta ero riuscito a puntare una splendida ragazza (probabilmente una turista) in una pista da ballo affollatissima. In quel posto si ballava con i dischi di un juke box , posizionato su un alto gradino ai margini della pista. Il bordo del gradino permetteva a malapena di appoggiare un piede, ma dal momento che io ero bassino mi andavo a mettere lì per guadagnare una ventina di centimetri e poter così puntare più agevolmente la preda.
E con la bella turista, per la verità, avevamo già incrociato un paio di sguardi molto, ma molto intensi. Forse lei, vedendomi da lontano spuntare con la testa tra la gente, credeva che fossi alto un metro e novanta. Comunque stessero le cose, a un certo punto scesi dalla mia postazione perché stava per iniziare un lento (l'avevo scelto io) e dovevo assolutamente riuscire a raggiungerla per invitarla prima che cominciasse la musica. Ma la bella sconosciuta sembrava scomparsa. Enrico, che aveva seguito la scena, mi avvertì che si era diretta verso la spiaggia, sola soletta. Bene ! Lo ringraziai per la dritta e mi avviai con passo spedito. In effetti, nella semioscurità (le luci erano solo sulla pista, ma questo andava benissimo !..) si intravedeva una figura femminile accoccolata per terra quasi sul bagnasciuga, a fissare il mare. Stava certamente aspettando me, dopo quel popò di occhiate ! Con l'adrenalina in circolo affrettai il passo ma arrivato a due, tre passi da lei mi accorsi con orrore che si trattava della nana del nostro gruppo, oltretutto triste e piangente ( e potevo immaginare il perché..). Mi fermai di colpo trattenendo il respiro, come su un terreno minato, e feci per girarmi il più silenziosamente possibile quando la nana, ahimè, si girò chiamandomi. Preso dal panico mi guardai attorno : non c'era anima viva e non sapevo in che modo giustificare la mia presenza. In lontananza Enrico e gli altri se la ridevano come matti, mentre io ero costretto dalla nana a sedermi accanto a lei (ma sempre a distanza di sicurezza) e a scambiare qualche parola. Dopo un minuto, approfittando della nomea di distratto che avevo, feci finta di essermi perso le chiavi della cinquecento e la lasciai di corsa per andare a cercarle. Mentre mi allontanavo, sentivo ancora il suo sguardo amoroso piantato sulle mie spalle.
Dicevo prima di Umberto. Dire che era un personaggio è riduttivo. Lui era tutto e il contrario di tutto. Veneziano puro, veniva oltretutto da una nobile e antica famiglia. Umberto era l'unico a saper passare, parlando con una donna, da un impeccabile baciamano alla scurrilità più atroce nel volgere di un secondo, e quel che conta è che lo faceva con naturalezza estrema. Robusto e rubizzo (lo chiamavamo pomodoro) era l'unico ad avere una cinquecento arancione come la maglietta degli operai dell'ANAS. Non era molto furbo, ma in compenso era molto vendicativo. Dovevamo dosare i nostri scherzi perché le sue vendette potevano essere spropositate e pericolose. Tenuto sempre a stecchetto, dentro casa, dai suoi, quando era fuori dava la stura alla sua repressione. E noi, naturalmente , lo assecondavamo. La sua esuberanza e la sua semplicioneria costituivano una miscela instabile, da tenere costantemente sotto controllo. A mare, ad esempio, durante le battute di pesca subacquea, dovetti accorciargli la molla del suo fucile subacqueo perché continuava a puntarcelo contro per scherzo. Dopo l'intervento sul mollone l'asta usciva dalla canna a metà, come le pistole che sparano le bandierine. Ma continuava a essere pericoloso anche per se stesso ( per fare lo spavaldo si era messo una cintura da venti Kg. di piombi e stava rischiando di annegare..) e così gli ordinammo di salire sul canotto e di seguirci dappresso, a mo' di supporto logistico. Man mano che prendevamo pesci glieli passavamo e lui provvedeva a imbarcarli. Tutto andò bene fino a quando non gli passai un polipetto (poco più di mezzo Kg. ). Avendo schifo a maneggiarlo da vivo decise di ucciderlo e sfoderò il suo coltello da sub (una spaventosa daga romana). Mise il malcapitato cefalopode sul bordo del canotto (che era di gomma) e cominciò a pugnalarlo. Naturalmente al primo colpo morì il canotto e il polipetto riuscì a squagliarsela.
Un'altra volta, sempre durante l'estate a Marinella, Umberto si ubriacò durante la cena (anche un po' colpa nostra, quando accadeva..). Nel pomeriggio eravamo andati a caccia di granchi sugli scogli e ne avevamo presi tantissimi, così avevamo fatto una grossa padellata con molto peperoncino e il vino era andato via a fiumi. Quella sera erano ospiti da noi anche un gruppo di ragazzi milanesi conosciuti da poco, che avevano piazzato le tende giù sulla spiaggia. Tutto era andato per il meglio fino a quando Otto, il pastore tedesco di Gianfranco, non aveva trovato la busta dei rifiuti piena delle "cocce" dei granchi cucinati e l'aveva "ripulita ben bene, cominciando subito dopo a correre, con la lingua di fuori, in lungo e in largo tra le tende. Così tra quelli ubriachi, quelli che vomitavano e quelli che inseguivano il cane era davvero un gran casino. Alla fine eravamo tutti sulla spiaggia a ridere come stupidi e a buttarci in acqua; qualcuno, come Umberto appunto, stramazzato a terra dal sonno e dall'alcool. Non riuscimmo a svegliarlo e così lo lasciammo lì, buttandogli addosso il suo sacco a pelo. La mattina dopo lui tornò al campo e noi lo rimproverammo dicendogli che ci aveva fatto fare una gran brutta figura. Mentre ci guardava stralunato gli raccontammo che, sotto gli effetti dell'alcool, aveva avuto con uno dei turisti milanesi ripetuti e appassionati rapporti omosessuali durante tutta la notte (naturalmente il milanese era stato avvertito e si prestava al gioco). Umberto, al solito, ci credette e si vergognò a tal punto da chiudersi in tenda e non avere il coraggio di uscire. Quando il milanese passò a trovarci nel pomeriggio con la sua ragazza gli parlò con voce dolce, attraverso la tela della tenda, dicendogli che non se la doveva prendere, che un minuto di debolezza capita a tutti e che insomma… era stata comunque una bella esperienza ! Umberto a questo punto non resse più e uscì rabbioso dalla tenda tutto nudo con il pisello dritto in mano, mettendosi ad inseguire non il milanese ma la sua ragazza. Mica tanto scemo, in fondo…
Piergiovanni e Enrico, come ho già detto, venivano da Genova. I loro genitori si conoscevano fin da bambini e lavoravano alla Esso, così praticamente i due erano cresciuti insieme. Ma di loro solo Enrico era stato mio compagno di scuola, più precisamente di banco. Lui era più vecchio di me di circa un anno e mezzo e così, già all'inizio dell'ultimo anno di liceo, aveva cominciato a guidare. La madre, i primi tempi, lo accompagnava al liceo (ma guidava lui) con una seicento scassatissima, che la famiglia aveva comprato proprio per farlo impratichire alla guida. Ma Enrico era prudente e assennato e c'era da fidarsi. Così ben presto in auto fummo soltanto io e lui e ci pareva l'america. Piergiovanni era invece tutto il contrario di Enrico. Era alto, riccio, con un sorriso da jolly. Molto simpatico, magari anche un po' scapestrato. Aveva qualche mese meno di me ed aveva girato un sacco di scuole, senza frequentarne nemmeno una. Quando lo conobbi io si era appena iscritto al Kennedy, uno dei tanti diplomifici romani dove, pagando, si arriva anche sulla luna. Intendiamoci, però : Piergiovanni era tutt'altro che stupido. Era semplicemente un tipo pratico, sapeva quel che voleva ma lo voleva raggiungere a modo suo. Alla fine il diploma da ragioniere riuscì a prenderlo, ma di mettersi a fare apprendistato da un commercialista non se ne parlava nemmeno e così era entrato in una tipografia . Suonava anche lui la chitarra ed era fan scatenato dei New Trolls, che erano liguri. Mi insegnò tutte le loro canzoni e le cantammo tante di quelle volte che le ricordo benissimo ancora oggi. Insomma, allora ci divertivamo davvero con poco, magari solo a sparare cazzate passeggiando a piedi per viale Europa. Una sera Piero, dal troppo ridere, si cacò letteralmente nei pantaloni. Eravamo io, lui ed Enrico, oltretutto a piedi. Per fortuna eravamo vicini al laghetto dell'Eur e così, io ed Enrico ci mettemmo di guardia sul bordo di una fratta e Piero, in mezzo alle fresche fronde, teneva in una mano l'accendino per vederci qualcosa, e con l'altra si puliva alla meglio con una salvietta presa in un bar.
Dicevo della musica. Era davvero parte integrante della nostra vita. I Beatles e i Rolling Stones, Morandi e Battisti, i new Trolls, i Camaleonti, i Pooh di "Piccola Katy", Mina . Le canzoni venivano provate e riprovate alla chitarra, da soli o in coro attorno a un divano. Servivano a divertirsi e a riconoscersi, chi amava le stesse canzoni aveva la stessa pelle.
Io suonavo discretamente la chitarra. Mi piaceva suonare e cantare ma anche farmi ascoltare. Avevo una grande chitarra a dodici corde che mi portavo dappertutto, malgrado fosse ingombrante. Con quella, le canzoni di Battisti venivano fuori una favola. Quando si rompeva una corda la sostituivo lasciando sempre il moncone leggermente lungo, così da poterci infilzare il filtro della sigaretta accesa se qualcuno (o qualcuna) mi chiedeva di suonare. Pare strano, ma questa cosa qui faceva molta "scena" con le donne e così l'avevo praticamente brevettata. Mi ero portato la chitarra appresso anche quando ero andato, con Enrico e Massimo (un altro ex di scuola) a passare due settimane nel villaggio del club Mediterranee a Palinuro. Quel viaggio era stato il premio per la maturità classica ed eravamo eccitatissimi. Tre settimane intere (1 - 21 settembre) ma ne facevano pagare soltanto due perché era bassa stagione. Il tutto a lire 75.000 (oggi non ci si pagherebbe nemmeno l'autostrada..).
Il posto era bellissimo, immerso nei fiori e tra ulivi secolari. Niente case ma tucul in paglia, come fossimo stati in Polinesia. Ogni capanna (la nostra si chiamava "cheval") aveva fuori un cartello con il nome e così ci si orientava con i raggruppamenti dell'alfabeto. Ad ogni arrivo veniva organizzata una festa per i nuovi ospiti. Prima si ballava tanto, poi, verso la fine, venivano scelte a caso donne e uomini che dovevano andarsi a scambiare gli abiti l'uno con l'altra. Non ho ancora trovato maniera più rapida per.. fraternizzare.
Inutile dire che fu una vacanza estenuante. Donne così in abbondanza, da buttarle via. Una trentenne, anche se bellissima, lì dentro era già fuorigioco. Grazie alla chitarra mi guadagnai già al quarto giorno i galloni di G.O. (gentile organizzatore) onorario. Una collana con palline d'oro alla settimana gratis (dentro al club niente denaro contante) a patto che cantassi un paio di pezzi la sera, dopo l'orchestra (in genere Battisti o de Andrè). Naturalmente accettai, soprattutto per avere in dotazione il mitico e invidiato pareo con la G.O. stampigliata sopra. Questa cosa mi fruttò l'amicizia molto affettuosa di Muriel, una splendida mora, riccia, di una bellezza da mozzare il fiato. Aveva due perle nere al posto degli occhi (la madre era algerina) e un corpo vellutato da odalisca (era più alta di me di almeno una decina di centimetri). Quando le chiesi il cognome (non parlavo francese) mi rispose : "Muriel… Muriel solman (solamente)" e io pensai che invece quello fosse il suo cognome. Comunque la lingua, in un posto del genere non era davvero un problema, come ci aveva profetizzato, al nostro arrivo, un napoletano addetto alla cucina : "Non vi preoccupate … chisto (toccandosi) parla tutte 'e lengue.. !" E aveva proprio ragione. Basta dire che alla fine non ce la facevo davvero più, rinunciai addirittura ad un'altra settimana gratis che gli organizzatori mi avevano offerto per rientrare a Roma insieme a Enrico e a Massimo. Il mio pensiero infatti era alla Fiat cinquecento che, nuova di zecca, mi stava aspettando dal concessionario. Troppa grazia, insomma..
8
L'anno santo
Un giorno, a Roma, una squadra di imbianchini si presentò di buon ora in parrocchia. Mano ai pennelli, la squadra cominciò ad imbiancare i vetri di tutte le finestre. Pensammo dapprima ad uno scherzo, qualcuno disse che don Antonio aveva affittato, a nostra insaputa, tutti i locali ad un ufficio di una società petrolifera. Ci precipitammo tutti nell'ufficio del parroco a protestare, per non essere stati avvisati.
"Ma cari, non sapete che questo è l'anno santo ? Se frequentaste messa, qualche volta…"
Così, era arrivato l'anno santo. Ma quel che era più importante, eravamo sfrattati per due mesi dai locali della parrocchia per far posto ai pellegrini. Una rabbia !!! Poi però cominciarono ad arrivare i primi torpedoni e scoprimmo che i "pellegrini" erano nella stragrande maggioranza ragazze francesi, dai 16 ai 23 anni. Tutte bellissime e senza genitori. Davvero una manna dal cielo ! I vetri alle finestre erano stati oscurati perché i corridoi erano destinati a diventare vere e proprie camerate piene di brande. Cominciavamo già a pregustare boccaccesche incursioni notturne quando un'altra squadra di tecnici, nel pomeriggio, si mise ad armeggiare attorno al cancello che dalla strada dava accesso alla proprietà della chiesa. Una chiusura elettronica, nuove chiavi (niente per noi..) e addirittura una telecamera all'ingresso. La cosa diventava difficile. Allora adottammo una nuova strategia, presentandoci da don Antonio e chiedendogli ufficialmente di eleggerci come una sorta di sagrestani sul campo. In fondo, dicemmo, pur non frequentando messa avevamo strappato un sacco di gente dalla strada e l'avevamo portata in parrocchia, no? Don Antonio titubò, poi dovette cedere quando minacciammo di boicottare anche il cineforum proprio nel periodo di massimo afflusso dei pellegrini. Così furono scelti 10 di noi (io e mio fratello eravamo fra i fortunati) e ci fu affidato un mazzo di chiavi. Bene! Una breccia era stata aperta.
Così il Taunus di Rudy divenne la navetta per scarrozzare le parigine in clandestine gite fuori porta. Le ragazze stavano al gioco perché tra di loro la maggior parte aveva, come dire, le nostre stesse attitudini religiose. Un viaggio a Roma, magari da qualche oscura provincia della Provenza, non si rifiuta mai, quando anche fosse da fare in compagnia di preti… Ce ne era sì, qualcuna, che sembrava già una suora in miniatura, ma la nostra esperienza pluriennale ormai ci faceva individuare a colpo sicuro le "irrecuperabili", che scansavamo come la peste.
Monique, Constance, Chantal. I nomi che ricordo, occhi grandi, labbra carnose, quella deliziosa erre moscia e il nasino all'insù. Le parigine baciavano (e non solo…) da favola e quello fu uno dei periodi più "ricchi" mai trascorsi dal gruppo dei Prapers. Non c'era bisogno di corteggiamenti. Il passa parola tra le ragazze era il migliore biglietto da visita, chi saliva sul Taunus sapeva già tutto e accettava le "condizioni". Le gite finivano sempre prima dell'imbrunire perché c'era una sorta di contrappello e le ragazze che sgarravano venivano spedite al centro di Roma, in un terribile pensionato di suore che si diceva fosse peggio di una prigione. Ma fu davvero un gran vivere. Quando i pulmann ripartirono, erano in molte a salutarci dai finestrini con le lacrime agli occhi. Fu allora che in Francia si diffuse la leggendaria frase pronunciata dalle ragazze al loro ritorno : "..a Roma ce l'hanno santo !::"
9
L'università volgeva al termine, stancamente e faticosamente. Invece dei cinque anni previsti sarei arrivato alla fine a sette, ben due fuori corso, ma nemmeno uno di quegli anni sarei oggi disposto a rinnegare. Nel frattempo la sorella maggiore si era sposata e mio padre aveva cominciato a star male con il cuore. I primi ricoveri, le prime grandi paure, la tristezza che velava gli occhi di mia madre. La casa silenziosa. Sentii all'improvviso la necessità di far presto, di smetterla con i giochi, perché da un giorno all'altro poteva succedere qualcosa di terribile. In quel periodo mi ero fidanzato, addirittura ufficialmente. Lei era una delle ragazze della parrocchia, una bruna napoletana con grandi occhi, dolce e arrendevole. I miei amici dicevano che era troppo spenta per stare al mio fianco ma a me evidentemente piaceva così. Poi mio padre stette male e fu ricoverato. Andavo ogni giorno in ospedale e i miei incontri con Carla erano diventati rarissimi. Quando ci vedevamo cercavo di tenermi su con qualche battuta, per riacquistare un po' di brio. Così, una sera, per gioco le dissi :
"Sai, ti ho visto l'altra sera, all'archivio di Stato. Eri con uno, in macchina"
Carla mi guardò seria, poi scoppiò a piangere. Era vero. Io avevo fatto solo una battuta, invece era vero. Mi confessò tutto, tra i singhiozzi. Aveva rivisto un vecchio corteggiatore, io non mi facevo vivo e così…
Ci rimasi di merda. Non ne avrei avuto il diritto, per la verità, visto che anch'io l'avevo tradita un sacco di volte. Comunque, da vero maschio beota, non mi sarei mai aspettato una cosa del genere. Così troncai tutto. Un taglio netto, dopo tre anni esatti. Sua madre venne a cercarmi a studio, a dirmi che la figlia era stata una sciagurata, ma che ora aveva lasciato quell'altro. Ma io niente. Oltretutto mi ero reso conto che quello era stato, per Carla, il primo gesto di autonomia, di maturità. Così, in fondo era giusto che fosse finita in questo modo : i pifferi della montagna che vanno per suonare e vengono suonati. Dopo tante fregature rifilate agli altri, questa volta "l'acqua cheta che corrode li ponti" me l'aveva fatta sotto il naso.
10
Tornai così scapolo in un gruppo dove, nel frattempo, erano improvvisamente fiorite tante coppie stabili. Roberto, Rudy, Enrico, perfino lo stesso Augusto aveva trovato l'anima gemella. E l'aveva trovata davvero gemella perché Trudy (ribattezzata così per la forte somiglianza con la donna di Gambadilegno) aveva la stessa stazza di Augusto e quando i due si lasciavano andare a qualche effusione i vetri della loro 500 si appannavano subito e l'auto cominciava a traballare vistosamente. Vero amore sotto vuoto spinto, insomma…
Comunque, ora io ero da solo e gli altri tutti accoppiati. Negli ultimi tre anni ero stato io l'unico "incastrato", con tanto di fidanzamento ufficiale e viaggio a Napoli per il matrimonio della sorella della mia promessa sposa. Poi, la inattesa confessione di Carla aveva per fortuna rimesso a posto le cose. Mi ubriacai della inaspettata libertà dandomi alla bella vita e presentandomi ai miei amici ogni volta con una ragazza diversa. E ormai si trattava di vere donne, non più sciapette liceali. Magari un po' incasinate anche loro, ma senza dubbio con tanta personalità. Una di loro, Francesca, una volta si presentò ad un appuntamento offrendomi una rosa. Decisamente il 68 era ormai lontanissimo.
Con gli studi ero in dirittura d'arrivo. Paradossalmente, quello fu il periodo in cui dedicai all'università meno tempo. Ma ero cresciuto e con me anche la capacità di studiare e, forse, qualche astuzia in più su come affrontare gli esami. Avevo imparato a coniugare tra loro la mia capacità creativa con la mia pigrizia nel disegnare. Così, avevo messo in cantiere più esami allo stesso tempo, facendo gruppo con altri studenti (in genere donne, manco a dirlo). Io dirigevo il gruppo, seguivo le revisioni con gli assistenti, ero in grado sempre di dare le sterzate decisive. Gli altri, in genere, lavoravano seguendo le mie direttive. Ma che colpa avevo se tutti si sentivano gregari predestinati ? Riuscii a far lavorare perfino lo stesso Augusto, scroccone per natura in qualsiasi cosa (era famosa la sua frase "che c'hai 'na Marlboro ?" Cambiai apposta marca di sigarette per poter rispondere "no").
Dicevo dell'ultimo periodo, poco dedicato agli studi. Già, perché nel frattempo avevo cominciato a lavorare. Era un grosso studio edile, del gruppo Efim. Si lavorava a progetti importanti, come i villaggi turistici della Valtur e simili. Progetti veri, non come quelli degli esami all'università. Io stavo nella stanza dell'impiantista, Gianfranco. Lui era simpaticissimo, stando con me gli venne voglia di iscriversi all'università e cominciò a frequentare Architettura. Fu dopo averlo conosciuto che spostai lo studio da dietro casa mia (uno scantinato a via Lorenzoni ) nella rimessa di Gianfranco. In quel periodo avevamo tutti e due la fissa delle cose e delle case vecchie. Così per terra, nella rimessa, piazzammo un cotto paesano, poi tappezzammo le pareti di legno, tutto mordenzato color quercia. Alla fine più che uno studio di architettura sembrava la bottega di un restauratore di mobili. Con Gianfranco diedi parecchi esami, poi lui rallentò un poco il ritmo. Aveva problemi con la moglie, Ombretta, in piena crisi di riscatto femminista. Così a un certo punto mi ripresi il tavolo e lo trasferii prima a casa mia, in salotto (con grande disappunto di mamma). Poi a casa di Patrizia, una dolce e strana ragazza di Orvieto, ultima mia collega di università. Ormai la tesi, appunto su Orvieto, era alle porte.
11
La radio
Siamo alla fine del sogno, sento già aria di casa. I miei vent'anni erano passati da un pezzo e la cinquecento era stata revisionata seriamente già un paio di volte. Papà stava sempre peggio, era cardiopatico da anni e in casa cercavamo di contrariarlo il meno possibile. Dopo la fregatura di Carla, mi aveva preso la strana mania di far conoscere subito in famiglia le mie nuove ragazze. Così passò Susanna, psicologa trasteverina, poi Francesca (quella della rosa). Dopo ancora Silvia, che divenne in seguito moglie di Augusto (che sòla gli rifilai…!)
Mia madre se le guardava tutte, poi mi guardava quasi bucandomi con il suo sguardo come a dire : "quanto dura questa..?" E duravano poco, aveva ragione. Ma sentirmi "fidanzato" in casa mi dava come uno strano senso di sicurezza .
Un giorno mio fratello si presentò a casa con un suo amico, Davide. Questo era un mezzo pazzo, fanatico di registratori, musica, etc. Si chiusero in camera e cominciarono a chiacchierare tra loro, come cospiratori. La cosa andò avanti per qualche giorno, finchè roso dalla curiosità chiesi ad Guido che stesse combinando. Mi disse che stavano mettendo su una stazione radio, lì vicino, a ottavo colle. In quel periodo le radio libere nascevano e morivano come mosche e così la notizia non mi sorprese più di tanto. Però la cosa mi stuzzicava e così mi aggregai.
Radio Eurosound fu l'ultimo ruggito, ma che ruggito! Il mio esibizionismo stava al microfono come il cacio sta ai maccheroni e in breve tempo mi guadagnai il posto di speaker ufficiale. Insieme a Davide mettemmo su una trasmissione umoristica sul genere di "alto gradimento", registrando pubblicità fasulle e grottesche (qualcuno poi ci avrebbe copiato..) e creando mille personaggi. La radio andò bene, benissimo. Tenemmo a battesimo nomi come Pino Daniele (lanciava allora il suo primo disco "Ca calore.."), incontrammo Nada Malanima, perfino Venditti una volta. Insomma, andavamo davvero forte. E le donne, in quel periodo, arrivavano come le alici sotto la barca con la lampara di notte. Si fiondavano dentro la sala trasmissione già con lo sguardo "giusto", ci consideravano come dei veri divi. Era davvero uno spasso. Io avevo una scaletta musicale che funzionava come una agendina telefonica. Sapevo che, ad esempio, mettendo un certo pezzo dei Santana, avrebbe chiamato subito una ascoltatrice. Con un altro pezzo un altra, e così via. Quando mi venivano a trovare in trasmissione, qualche volta strizzavo l'occhio al fonico e lui metteva per un po' il nastro "no stop". Così, con le nostre fans, ci spostavamo sul divano nel salone per .. ehm.. conversare. Potenza dei media !
Poi, una sera, in pizzeria, il destino mi fece incontrare mia moglie. Fu Piergiovanni a convincermi ad andare:
"Dai Stefano, ti stai rincoglionendo con questa radio. Vieni in pizzeria stasera, che Evelina ci presenta il suo gruppo.
Così andai. Avevo la mia giacca di velluto nera, con le pennette e la Caran d'Ache a punta grossa, che faceva tanto architetto. C'era davvero una marea di gente, la nostra tavola era quella più lunga, quasi stile matrimonio. Io avevo puntato subito una biondina con l'aria svelta e un po' snob ed ero rimasto in piedi fino alla fine per cercare di sedermi accanto a lei. Ci riuscii, ma una volta seduto alzai gli occhi e incontrai dall'altra parte del tavolo il sorriso più bello del mondo. Due grandi, immensi occhi celesti. Uno sguardo intenso, anche un po' spaurito. Mi fece subito una dolcezza infinita, con quel suo essere fuori posto, in mezzo a tanta gente che chiacchierava e rideva sicura di se. Persi di vista immediatamente la biondina e mi concentrai su di lei. Sembrava davvero venire da un'altra epoca. Mi sorrideva con dolcezza, ogni tanto abbassava gli occhi, la conoscevo da pochi minuti e avevo già voglia di proteggerla da tutto e da tutti. Le chiesi il numero di telefono, ma passò una settimana prima che prendessi il coraggio di chiamarla. Mi stava succedendo qualcosa di veramente strano. Io, il mignottaro del gruppo, il tombeur des femmes per eccellenza, avevo paura. Forse di raccogliere un fiore così delicato, senza rovinarlo subito.
Ma alla fine la chiamai e ne fu felice. Seppi poi che era restata in attesa della telefonata fin dal giorno successivo. E seppi tante, tantissime altre cose. Non finivamo mai di parlare. Di guardarci negli occhi. Di innamorarci, ogni giorno di più, ogni volta per una cosa diversa. Lei era magra, anzi magrissima, una gazzella con grandissimi occhi. Passammo due, tre, quattro mesi di splendida ubriachezza amorosa e una bella mattina, alla fine di un lungo inverno, giunse la telefonata. Era lei, anzi era la primavera in tenuta d'assalto. Io stavo ancora dormendo e la sua voce al telefono mi arrivò come immersa nel cinguettio degli uccelli, nel vento fresco che schiude le corolle di fiori e le gemme sugli alberi. Non capii subito, assonnato com'ero, che cosa mi stesse dicendo. Cercavo di calmarla, ma lei era troppo felice, su di giri. Alla fine compresi una parola : "..incinta.." Mi svegliai di colpo. Lei continuava a parlare e io ero lì, inebetito.
EPILOGO
Da quella telefonata sono passati ormai più di vent'anni, quanti ne ha adesso mio figlio. I giovani sono cambiati da allora, ma in fondo nemmeno tanto. Gli ingredienti della loro vita, più o meno, sono rimasti oggi gli stessi. Magari è un po' variata la scala dei valori, non tanto quelli individuali come piuttosto quelli del "branco". Ed è questa, forse, la vera differenza : noi, i PRAPERS, non siamo mai stati un branco.
Fine