La Storia Di Salvatore - Autore : Francesco D'Alessandro
Nota della Redazione : Francesco ci ha spedito una storia breve, ma lunga come la vita. la vita semplice di un minatore siciliano, percorsa velocemente come dal finestrino di un treno ma non per questo priva di una profondità reale. Il mondo di Salvatore è semplice e spietato, ma sincero, come il suo pane quotidiano, la sua fatica, i suoi sogni e i suoi amori.
La storia ricalca i momenti più salienti, dall'ascesa economica al tracollo finanziario, inizia nei primi anni del novecento e finisce nel dopoguerra. Il protagonista Salvatore è un giovane minatore venuto dal nulla il quale uscendo ogni giorno dalla miniera in cui lavora come operaio con uno stipendio da fame, decide di dare una svolta alla sua vita e attraverso vari episodi riesce a costruire un piccolo impero.
Camminava adagio, a stento, barcollando, ma nel viso vi si leggeva una fierezza e una forza d'animo che sembrava un ricco e benestante proprietario. Salvatore era stanco, aveva fatto più di 18 ore di lavoro nella miniera di zolfo, ma qualcosa gli diceva che prima o poi avrebbe cambiato la sua vita .Era già buio pesto e nel viottolo di campagna arrivavano le voci e gli odori del piccolo paese, Salvatore pensava a ciò che avrebbe dovuto fare della sua vita ma non riusciva a trovare un lavoro che gli permettesse di vivere decentemente. Salvatore aveva 16 anni e gia da allora sapeva ,perché aveva visto, che con quel lavoro avrebbe potuto vivere altri cinque o sei anni.
"Non hai il fisico " gli disse una volta il padrone della miniera ma lo assunse lo stesso perché aveva bisogno di manodopera, pur sapendo di mandarlo a morte certa nel giro di pochi anni, ma il lavoro e gli affari vengono prima di tutto.
Mentre avanzava senti un altro odore, un' odore familiare, che conosceva benissimo, era il sigaro di massaru Antonio un piccolo contadino che con un piccolissimo fazzoletto di terra era rispetto agli altri considerato massaru e benestante. Massaru Antonio aveva visto crescere Salvatore e in qualche modo gli voleva bene, non voleva che facesse quel mestiere, ma non sapeva neanche cosa fargli fare, lui considerato un saggio sapeva ciò che Salvatore non doveva fare ma non sapeva cosa doveva fare, era il suo pensiero ogni volta che lo vedeva
" Sabbanadica a vossia" disse Salvatore non vedendolo ma già consapevole della sua presenza, "Ciao Turi" gli rispose con una boccata di fumo, "come mai così tardi?" sapendo bene che era quella l'ora in cui Salvatore ritornava."Ho pensato a vossia" disse Salvatore " Ha quello che mi avevate consigliato, e ho deciso di comprare una piccola miniera, mi mancano pochi soldi, ma presto li avrò".
Massaru Antonio tiro un'altra boccata di fumo che raggiunse il volto di Salvatore il quale cominciò a tossire, "E' questo quello che compri ? tosse e un buco in terra, non mi sembra un buon affare." "Cosa dovrei fare allora ?" rispose acido Salvatore "Quello di cui le persone non possono farne a meno, solo cosi andrai sempre più avanti" "Sabbanadica a vossia" rispose Salvatore e tirò dritto.
Quella notte Salvatore pensò alle parole di Massaru Antonio, ma prima che avesse potuto trovare qualche idea di cui era veramente convinto il paese si mise di nuovo in subbuglio e Salvatore capì che era già ora di alzarsi e andare a lavorare. Al lavoro si accorse di aver dimenticato qualcosa, e su quel qualcosa che Salvatore pensò per tutta la giornata. Giornata che divento frenetica, perché più ci pensava e più prendeva corpo l'idea di ciò che avrebbe voluto fare per uscire da quell' inferno. Al ritorno accelerò il passo fino a quando non avvertì di nuovo l' odore di quel sigaro dopo di che stettero tutti e due a parlarne per l' intera notte. Al suono dei grilli e delle cicale Salvatore costruiva la sua vita e Massaru Antonio contento della iniziativa del giovane finì la sua scorta di sigari. Passò un anno da quella notte e Salvatore aveva quasi finito la sua opera, aveva speso tutti i suoi piccoli risparmi e con l'aiuto di Massaru Antonio e con l'approvazione di tutti i suoi paesani si era costruito un piccolo mulino ad acqua, approvazione perché il più vicino distava dal paese trenta chilometri, Salvatore l'aveva costruito appena fuori dal paese vicino a un torrente e su un pezzo di terra che Massaru Antonio gli aveva dato in affitto a un prezzo simbolico di pochi soldi all'anno. Quel giorno in miniera aveva dimenticato il suo pane.
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"Staglia" era il grido che Salvatore urlava al suo aiutante ogni volta che una partita di frumento finiva e ne doveva incominciare un’altra. Era una parola che ogni contadino non avrebbe mai voluto sentire, una parola che racchiudeva molte più cose di quante siano le sue lettere, una parola che se detta troppo in fretta stava a significare un periodo di magra e di stenti. Molte volte, Salvatore conoscendo quella realtà è conoscendo le famiglie di quei poveri disperati ritardava a pronunciarla dando cosi l ‘illusione che quella misera partita di grano non finisse mai. Poco importava poi se la quantità di farina era sempre la stessa, per le moltiplicazioni,
diceva spesso Salvatore si dovevano rivolgere a qualcuno più bravo di lui. Al contadino restava solo la consolazione di avere fatto lavorare il mulino per un certo numero di ore, l’orgoglio di poterlo raccontare in piazza , in modo che tutti pensassero che a lui e alla sua famiglia non sarebbe mancata di certo la farina per mangiare.
La realtà purtroppo era un’altra e Salvatore perdeva giornate intere a regolare le macine per far si che nemmeno il più piccolo chicco di grano andasse sprecato e di questo i contadini gliene erano riconoscenti.
"Staglia" gridò per l’ennesima volta Salvatore quando voltandosi vide il volto di Massaru Antonio. Erano passati quattro anni da quella lunga notte ma Salvatore preso da suo lavoro non aveva più rivisto Massaru Antonio, adesso se lo ritrovava davanti diverso, invecchiato, stanco.
"Ti saluto Turì" Salvatore come era suo solito annuì con la testa , parlava sempre poco ma con Massaru Antonio si erano sempre capiti, sembrava una sfida a chi leggesse i pensieri dell’altro.
Ammutolito per quella presenza che adesso quasi non riconosceva Salvatore scrutava con discrezione il volto e la persona di Massaru Antonio, aveva saputo da alcuni contadini che i suoi figli erano partiti per l’America e che lui restato solo si era ammalato. Continuando in quella sfida Massaru Antonio rispose "Si invecchia Turì, e tempo di andare via, è tempo di comprare un buco in terra". Stavolta Salvatore fece finta di non capire, anche se era molto difficile ingannare quel vecchio. Aveva sempre ammirato Massaru Antonio per la sua forza interiore, per la sua antica nobiltà d’animo e adesso si ritrovava davanti un uomo solo e debole quasi come se la morte avesse già preso parte di quello che di quello che gli spettava. Volse lo sguardo verso il frumento che Massaru Antonio aveva portato per macinare e capì. Erano poche decine di chili ed era tutto il frumento che da solo, vecchio e debole, aveva potuto raccogliere, capì che quel frumento non gli sarebbe potuto bastare per l’intero inverno, capì che per Massaru Antonio quello era l’ultimo. La sua mente ritornò a quell’ultimo giorno in miniera, la sua mente come allora, freneticamente, cercava una soluzione, qualcosa che potesse fare per aiutare il suo grande amico senza ferirlo nel suo orgoglio. Sapeva benissimo che non avrebbe accettato ne da lui, ne da altri, niente di niente.
Aveva due garzoni che lavoravano per lui, li chiamò entrambi, a uno disse di prendere alcuni sacchi che stavano nella casa vicino al mulino, all’altro gli affido il suo cavallo "corri" gli disse.
Salvatore allora incominciò a parlare, come non aveva mai fatto, di come aveva fatto per costruire il mulino, come lo aveva ampliato, come aveva costruito giorno dopo giorno la fiducia dei contadini che lo rispettavano e lo preferivano. Massaru Antonio ascoltava esterefatto e cercava di capire il perché di tutte quelle parole, il suo Turi non le aveva pronunciate tutte assieme neanche in tutta la sua vita. Ogni tanto guardava il sole, poi spazientito e insospettito si rivolse a Salvatore "Turì ma quando ci metti a macinare quattro cocci di frumento?" Salvatore ritornò al suo silenzio, cerco con lo sguardo il volto del garzone il quale abbasso il capo in segno di affermazione.
"Staglia"gridò di nuovo Salvatore e rivolgendosi a Massaru Antonio "il suo frumento è stato .
macinato a dovere e dalla quantità della farina debbo dirvi che avete avuto un buon raccolto" Massaru Antonio capì il significato di quelle parole solo quando vide i quattro sacchi pieni di
farina. Salvatore in quei pochi attimi in cui aveva cercato di distrarre Massaru Antonio aveva fatto aggiungere dal garzone del frumento di sua proprietà, aveva pensato che era l’unico sistema per farli accettare a Massaru Antonio, aveva anche pensato che ogni tanto, sia pure con qualche trucco, le moltiplicazioni dovevano riuscire anche a lui.
Mentre Massaru Antonio caricava la sua farina ritornò di corsa il secondo garzone e consegnò una scatola di sigari a Salvatore il quale la prese e la diede a Massaru Antonio dicendogli "di questi vi sono veramente debitore" Massaru Antonio l’aprì ne prese uno l’accese e sbuffando come una locomotiva s’incamminò verso casa.
Per strada Massaru Antonio pianse la sua morte, pianse per il suo piccolo amico che non avrebbe più rivisto, poi piano piano, cambio il suo pianto in lacrime di felicità sapendo che Turi ce l’avrebbe fatta.
Salvatore vide per l’ultima volta Massaru Antonio allontanarsi e pianse di dolore
Decise di andarsene Aveva già preso moglie e da lei aveva avuto due figli, Dorotea e Vincenzo, per loro voleva un destino diverso dal suo, per loro voleva una vita priva di stenti.
Il mulino che aveva costruito adesso non gli bastava più, da tempo aveva deciso di costruirne
uno più grande ma sapeva bene che ci volevano grandi quantità di frumento e in quel posto di
grande non c’era proprio niente Un’ anno prima in occasione di un viaggio, a Napoli, vide qualcosa che lo affascinò.
Un mulino nel pieno centro della città che funzionava senza acqua. Era entrato li dentro furtivo cercando di capire come funzionasse quel mostro rumoroso, quando il proprietario si accorse di quella presenza capì subito dall’interesse di Salvatore verso quella macchina, e da perfetto napoletano, gesticolando e farfugliando un dialetto quasi incomprensibile, gli spiego come funzionava e come da quelle parti non era più una novità avere un mulino che funzionava con un motore a gasolio.
Vendette il suo mulino a buon prezzo, saluto i conoscenti e fatti i bagagli partì. A vederlo qualcuno, penso subito che Salvatore sapesse dove andare e cosa fare. Era sempre sicuro di se.
Era un grosso paese nel pieno centro della Sicilia, al contrario del suo che si trovava tra le montagne, dove la terra dava scarsi raccolti e dove l’occupazione principale erano le miniere e la pastorizia, questo invece era circondato da fertili colline, e tutta la sua economia si basava sull’agricoltura.
Arrivò che era notte fonda e trovata l’unica trattoria aspetto sveglio, l’alba.
Al mattino quando uscì si incammino verso il punto più alto e da li ammirò tutto il paese, con lo sguardo cercava il posto più adatto, il posto dove Salvatore avrebbe costruito la sua fortuna. Non tralasciava nulla al caso, guardava le vie principali, le chiese, le entrate del paese, i luoghi di ritrovo, le fontane. Doveva essere un posto facilmente raggiungibile ma allo stesso tempo ricordandosi del rumore di quella macchina, doveva essere distante dal centro abitato, quel tanto che bastava a non disturbare nessuno.
Nei giorni che seguirono conobbe diverse persone e attraverso mille consigli decise di comprare un pezzo di terra appena fuori dal paese. In paese nessuno sapeva chi era quel forestiero, che mestiere era venuto a fare e la curiosità dei paesani incominciò a costruire le più svariate ipotesi.
Quando poi un mattino Salvatore giunse nella sua proprietà con dei muratori , tracciò le fondamenta e iniziarono i lavori di inalzamento dei muri, i paesani fecero a scommessa sul destino di quella casa, Salvatore seguiva i lavori dando indicazioni ben precise e quando un muratore disse "assomiglia a un mulino" Salvatore gli rispose "è un mulino" il muratore lo guardò e dentro di se pensò "è matto".La sera stessa si sparse la voce del matto con il mulino senza acqua e i giorni che seguirono fu un via vai di persone che andavano a curiosare, a pensare ,a guardarsi intorno per vedere se c’era qualche remota possibilità di portare dell’acqua in quel luogo, se qualche cosa, a loro che abitavano li da sempre, era sfuggita ai loro occhi, ma non trovarono nulla che potesse avvalorare l’ipotesi del funzionamento di quel mulino. Salvatore capiva i loro sguardi sapeva che non gli poteva dare nessun torto. Ogni sera come una fiaba a puntate, nelle varie osterie si raccontava dove erano giunti i lavori di Salvatore, qualcuno domandava a qualche vecchio mugnaio di come si poteva trasportare dell’acqua in quel posto, e i mugnai ridendo parlavano del loro giovane concorrente con sprezzo e ilarità. Qualcuno poi non si sa, se più vivace di mente o se per effetto dell’alcol fece osservare,"io non so come farà quel forestiero ma se quel mulino riuscirà a macinare del grano voi tutti sarete disoccupati", "e a due passi dal paese e se quel mulino funzionerà chi verrà a macinare da voi distanti almeno mezza giornata di mulo, non parliamo poi dei rischi che si corrono a trasportare il frumento o la farina". I vecchi mugnai si zittirono.
Quando i muratori finirono arrivarono altre persone, venivano da lontano e portavano con se strani .strumenti che nessuno aveva mai visto
Era una giornata calda, si vedeva già dall’afa mattutina, Salvatore mise in moto e il paese cambiò volto. Accorsero tutti. Increduli. Spaventati. In quella calda giornata Salvatore divento Don Turiddu.
La grande guerra era finita da un anno, Don turiddu aspettava quel figlio partito tre anni prima e che non sarebbe mai più tornato. Gli era giunta una lettera dal ministero dicevano che era morto, che era stato impossibile recuperare il cadavere, che era un eroe della patria, niente di più. Vincenzo era sempre stato diverso da lui, era un idealista, parlava con tutti, credeva che nella vita bisognava fare qualcosa, per poter essere poi ricordato nella morte, Don Turiddu una settimana prima che Vincenzo partisse, a sua insaputa, si era recato al distretto, aveva incontrato un capitano, in cambio di Vincenzo aveva offerto se stesso, l’ufficiale guardandolo gli disse che non si poteva, che era avanti negli anni, che non aveva il fisico."bastardi" penso Don Turiddu "cercano carne fresca e ne cercano anche molta".
Dalla moglie aveva avuto altri quattro figli. Tutti maschi. Francesco, Antonio, Carmelo e Giovanni lo aiutavano nel suo lavoro, cosi come prima faceva Vincenzo. Già Vincenzo. Pieno di vita voleva essere ricordato da morto, "come si fa a dire certe bestialità", "e poi ricordato da chi", gli ripeteva spesso. No, Don Turiddu, dalla patria non voleva nulla, neanche i ricordi.
Andò fin lassù a cercarlo, vide cos’era stata la guerra, vide quella terra povera e aspra, e a suo dire, nessuno l’avrebbe comprata, un falsario non gli avrebbe dato un soldo falso, " Vincenzo l’ha pagata con il sangue". Maledisse gli uomini che avevano voluto quello sterminio e che adesso, come allora, seduti nelle loro poltrone, gridavano " Vittoria, Vittoria"
Ritornò a casa distrutto, aveva in corpo le urla di dolore di quelle persone e con esse anche quella di Vincenzo. Era insopportabile.
"Adesso basta" gli gridò la moglie "è finita, dimentica" no almeno lui, Don Turiddu, non avrebbe tradito Vincenzo, lui avrebbe ricordato per sempre.
Ricordò il giorno della partenza quando salutò suo figlio, cosi come aveva fatto con Massaru Antonio, la storia si ripeteva, a lui restava sempre e solo un pianto di dolore
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E’ fu la luce. No questa volta non era il creatore. Era semplicemente Don Turiddu che dopo aver ingrandito il mulino, dopo aver costruito accanto un moderno pastificio, adesso si era messo a produrre energia elettrica."la centrale" la chiamavano in paese anche se a parte un generatore di tre chilowattora, di una centrale elettrica aveva ben poco.
"Per ora è più che sufficente" disse Don Turiddu, aveva contato tutte le case, poco più di mille famiglie, aveva fatto qualche calcolo con la punta delle dita e a suo dire era tutto perfetto. Effettivamente le più grosse lampade in vendita non superavano le tre candele (tre watt di ora) e a parte le lampade non c’era più niente. Non c’era neanche il contatore, si pagava per contratto, non c’erano gli elettricisti, la squadra di operai di Don Turiddu pensava a tutto, metteva i fili, l’interruttore, la lampada e il gioco era fatto.
Lavoravano per lui una quarantina di persone, chi nel mulino, chi nel pastificio e chi nella centrale, aveva messo i figli nei punti da lui considerati chiave e tutti sapevano che l’efficienza e il rispetto per le persone venivano al primo posto. Ogni giorno un operaio faceva il giro di tutte la strade del paese e eventualmente a chi ne faceva richiesta sostituiva le lampade bruciate, all’imbrunire due operai mettevano in moto il motore per poi spegnerlo all’alba. Era tutto perfetto, lo era a tal punto che Don Turiddu diventò nel giro di pochi anni la persona più ricca e ammirata del paese.
Francesco aveva ormai venticinque anni, aveva aspettato qualche mese prima di dirlo al padre, adesso si era fatto coraggio e una mattina senza neanche salutarlo, forse per paura di perdere le parole gli disse "voglio a Concetta e anche lei mi vuole" lo disse così veloce che Don Turiddu faticò non poco a capirlo." Chi è Concetta?" "E’ la figlia di massaru Filippo" rispose Francesco, per Don Turiddu fu come ricevere una fucilata alle spalle.
Massaru Filippo era un grosso proprietario terriero, era anche un commerciante di grano e farina, come Don Turiddu era partito anche lui da zero, ma al contrario di Don Turiddu le persone avevano paura di Massaru Filippo .
Massaru Filippo non era mafioso, ma i capimafia più potenti gli stavano alla larga, non attraversavano neanche le sue proprietà per paura di insospettirlo.
Don Turiddu era capace di riunire,in un giorno, cinquanta operai, Massaru Filippo era capace di riunire, in una mezzora cinquanta uomini a cavallo tutti armati e con intenzione poco nobili.
Come Don Turiddu anche massaru Filippo aveva sei figli, tre maschi e tre femmine, i primi tre tutti maschi sfioravano i due metri d’altezza e superavano abbondantemente i cento chili.
Anche loro, come il padre incutevano timore, nelle feste, le persone tutte accalcate tra di loro, mediamente alte un metro e sessanta, al loro arrivo si spostavano, forse per rispetto al loro rango, sicuramente per paura di essere calpestati. Dei lunghi e grossi fucili messi sopra le loro spalle sembravano delle piccole baionette dei soldatini di piombo.
Massaru Filippo vendeva il suo grano a dei grossi commercianti di Catania, quando partiva la carovana di carretti, le persone che dovevano andare a Catania ne approfittavano e si intrufolavano nel mezzo dei carretti, era il viaggio più sicuro che potevano fare. Niente e nessuno gli avrebbe dato fastidio. Nelle sue proprietà aveva sempre dato rifugio a tutti, sia ai ricercati dalla legge, sia ai ricercati dalla mafia. A modo suo si considerava un uomo buono e caritatevole, a modo suo era un salvatore di vite. Guai però a infastidirlo, diventava un vulcano in piena eruzione.
Don Turiddu era preoccupato, non gli si poteva dare torto, doveva andare in casa di Massaru Filippo, gli doveva spiegare che suo figlio Francesco voleva sposare una sua figlia.
Come tutti i padri disse a Francesco "proprio quella, non ce n’erano altre" "io voglio a Concetta" rispose testardo Francesco. Come tutti i padri Don Turiddu rispose "e va bene se è questo che vuoi andrò nella tana del lupo".
Una sera d’autunno Don Turiddu bussò alla porta di Massaru Filippo gli disse tutto quello che gli doveva dire, di Francesco e di Concetta, di come si volevano bene. Si era studiato quelle, parole una per una. Massaru Filippo lo ascoltò senza interromperlo poi, come si usava allora, gli disse di passare fra una settimana per avere una risposta.
Uscendo da quella casa Don Turiddu pensò "mi è sembrato di buon umore, non è proprio come mi avevano detto"
In effetti Massaru Filippo era soddisfatto di quella proposta di matrimonio, Francesco era un buon partito, gente onesta e gran lavoratori. Massaru Filippo riunì tutta la famiglia e gli disse ciò che era accaduto. Vide gli occhi di Concetta brillare, e senza ascoltare nessuno dei componenti decise, "e sia". I figli si guardarono negli occhi come per dire "noi che ci stiamo a fare qui" ma conoscendo il padre fecero gli auguri alla sorella.
Concetta era una ragazza a cui il padre aveva risparmiato le brutture e gli orrori di quel mondo, aveva sempre creduto che tutto nella vita era bello, usciva solo la domenica per andare a messa e lì aveva conosciuto il suo Francesco, ma una cosa non aveva detto al padre, che oltre a Francesco c’era un altro pretendente. Un ragazzo della stessa età di Francesco, lei faceva di tutto per evitarlo, ma se lo ritrovava sempre tra i piedi, non era come Francesco, era invadente, insistente, villano e arrogante, Concetta aveva deciso di non uscire più pur di non vederlo, ma per amore di Francesco almeno la domenica era costretta a incontrarlo per strada.
Era Gaetano e il suo interesse per Concetta non era amore. Gli serviva.
Gaetano aveva ventisei anni cinque dei quali passati in galera per estorsione, attività che assieme al fratello Giuseppe non aveva mai abbandonato, oltre ai furti di bestiame e allo scasso di pagliericci.
Concetta gli serviva per fare il salto di qualità, sposandola pensava, si sarebbe sistemato e attraverso la parentela acquisita con Massaru Filippo nessuno l’avrebbe più fermato.
Teneva quattro amici che lo informavano di quello che succedeva e quando gli riferirono che Don Turiddu era stato a casa di Massaru Filippo capì quello che stava succedendo, anche lui aveva visto gli sguardi di Francesco e Concetta che in chiesa si incrociavano con tenera complicità.
Il giorno dopo cerco Massaru Filippo e quando lo vide per strada lo fermò e con elegante cafoneria gli disse " sua figlia è fortunata ad avere un pretendente come me".
Massaru Filippo non cercava rogne e gentilmente come non aveva mai fatto nella sua vita gli disse che arrivava tardi, che Concetta ormai era impegnata con il figlio di Don Turiddu.
Gaetano vistosi trattato con quei modi educati pensò che Massaru Filippo era ormai vecchio e aveva perso la forza e la spavalderia di un tempo. Pensò che poteva calcare la mano, poteva ricorrere ai suoi sistemi e alle sue parole che lo avevano sempre distinto.
"Don Turiddu e la sua famiglia sono bestie da soma, sono capaci solo di lavorare, sempre al servizio della popolazione, io voglio che sia la popolazione al mio servizio"
"E’ proprio per questo che ho deciso di dare Concetta in sposa a Francesco" rispose sempre gentile Massaru Filippo ma già visibilmente irritato.
"Ci rivedremo Massaru Filippo" salutò Gaetano in segno di sfida.
Massaru Filippo non fece caso a quelle parole, era abituato a ben altro e di certo Gaetano non era il tipo che potesse spaventarlo.
.Tutto era pronto, nelle settimane precedenti le famiglie di Don Turiddu e di Massaru Filippo non avevano tralasciato nulla, la chiesa addobbata a festa, i dolci in abbondanza, gli invitati, la casa dove i due sposi sarebbero andati ad abitare. Era il migliore matrimonio che il paese avesse avuto negli ultimi anni, se ne parlava da diversi giorni e tutti aspettavano quel momento.
Massaru Filippo aveva dato in dono alla figlia quattro salme di buona terra, altrettanto Don Turiddu per non essere da meno aveva dato al figlio soldi sufficienti a mantenerlo per almeno un decennio. Era la coppia più felice, giovani, innamorati e benestanti, il massimo che si potesse avere dalla vita.
Uscirono dalla chiesa, sembrava che non toccassero terra, al ricevimento, a casa della sposa ricevettero tutti i migliori auguri. A Don Turiddu scivolò via qualche lacrima di gioia, Massaru Filippo trattenne le sue, lui non poteva farlo, neanche in quella occasione.
Finito il ricevimento gli sposi salutarono e se ne andarono nella loro nuova casa.
Fu un boato enorme, si svegliarono tutti chiedendosi cos’era successo.
Qualcuno arrivò di corsa a casa di Massaru Filippo "Hanno messo una bomba" "Hanno messo una bomba davanti la casa degli sposi"
Quando Massaru Filippo arrivò davanti quella casa trovò sua figlia piangente, ma fortunatamente incolume e Francesco leggermente ferito a un braccio. Era la prima notte di nozze. Arrivò anche Don Turiddu e vedendo quel disastro domandò il perche di tutto quel disastro. Massaru Filippo pensava a chi poteva essere l’autore di quello "schifo", pensava a chi dei suoi peggiori nemici, ancora vivi, poteva essere capace di fare ciò. Ne erano restati pochi e quei pochi se ne erano andati molto lontano. Chi poteva essere allora?.
Il giorno dopo il sole non era ancora tramontato che già si era sparsa la voce sull’autore di quell’attentato.A Massaru Filippo la cosa sembrò ancora più strana, "non si sa mai niente e adesso stranamente tutti sanno chi è".
Si presentò, davanti a Massaru Filippo, sempre con quell’aria da spaccone, "si sono stato proprio io" disse Gaetano "ho messo io quella bomba, l’ho detto persino ai sordi, adesso vi sfido a torcermi un capello, anche la legge sa e se mi succede qualcosa voi andate dritto dritto in carcere, con l’età che avete li dentro durate si e no due tre anni, dopo avrò tutto il tempo di badare a Francesco e alla sua vedova"
A sentire Gaetano il suo piano era perfetto.
Massaru Filippo pensava invece a Dio, pensava perche mai il Signore non li avesse creati tutti uguali, il perche ci fosse in giro gente così idiota come Gaetano.
Non gli rispose neppure è ando subito a casa di suo compare. Quando Massaru Filippo uscì da quella casa, salutò suo compare con un stretto abbraccio.
Cominciarono le indagini delle forze dell’ordine. A capo vi era un maresciallo mandato dai vertici di Roma che ben sapendo la situazione di quelle zone avevano scelto proprio lui.
Era molto intelligente ma anche lui cadde nella trappola di Massaru Filippo.
Convocati in caserma famigliari e testimoni, il maresciallo incominciò gli interrogatori, anche lui sapeva chi era stato ma non aveva le prove. Conosceva bene Gaetano e il tirapiedi di suo fratello, sarebbe stato molto felice di spedirli entrambi nelle patrie galere, ma a parte le voci che circolavano non aveva niente che potesse inchiodare quei due balordi.
"Allora Massaru Filippo cosa mi dite" domandò il maresciallo, "cosa volete che vi dica ho i miei sospetti, ma non ne sono sicuro", "se alludete a Gaetano" disse il maresciallo "ho anche io i miei sospetti ma non ho niente contro di lui".
"No Gaetano non c’entra per niente " rispose Massaru Filippo "Gaetano è solo un capro espiatorio, e un povero ragazzo messo dentro questa storia per coprire sicuramente qualcun’altro, io invece sospetto di mio compare Alfio , abbiamo avuto dei diverbi per delle terre confinanti e sicuramente quella bomba l’ha messa lui".
Anche il maresciallo trovò convincente quell’ipotesi, sia perché era possibile, sia perchè il nome di Gaetano era circolato troppo in fretta.
Il maresciallo senza perdere tempo mandò due carabinieri a prendere compare Alfio per interrogarlo, ma ritornarono a mani vuote, "non c’è" "manca da ieri" "si è dato sicuramente
latitante".
Cominciarono gli appostamenti alla ricerca di compare Alfio, ormai era sicuramente stato lui. Lo presero dopo tre giorni e dopo un giorno di interrogatorio compare Alfio crollò " Si sono stato io ma con tutta la ragione di questo mondo, Massaru Filippo si è impossessato di parte delle mie terre e io per vendicarmi ho messo quella bomba". Le indagini erano concluse, il maresciallo soddisfatto del suo operato chiuse quel capitolo.
Gaetano quando seppe che avevano preso, reo confesso, compare Alfio si sentì mancare l’aria, capì che non poteva competere con quel vecchio, chiamò suo fratello, gli disse che doveva partire e che lasciava la sua opera incompiuta nelle sue mani. "Ci penso io " disse Giuseppe "quando tutto si sarà calmato ti avvertirò e insieme daremo filo da torcere a Massaru Filippo, il vecchio prima o poi dovrà darti sua figlia".
Gaetano fece i pochi bagagli è partì per Palermo. Non si accorse che dietro di sé aveva due sgherri di Massaru Filippo. Arrivò a Palermo, prese la prima nave. Non la vide mai l’America, Gaetano finì il suo viaggio prima di arrivarci.
Giuseppe adesso non usciva più, aveva paura, sapeva che Massaru Filippo non perdonava, con suo fratello si erano creduti i padroni del mondo, avevano svegliato un lupo molto feroce, solo adesso si rendeva conto chi effettivamente era Massaru Filippo e di cosa era capace di architettare, decise così di restare sempre chiuso a casa aspettando chissà cosa.
Massaru Filippo voleva la sua testa, nella sua vita aveva lasciato vivere solo i suoi nemici più intelligenti è questo non lo era, c’era da aspettarsi di tutto da uno come Giuseppe.
Massaru Filippo un giorno chiamò Don Turiddu gli disse che gli serviva un favore, gli disse di dover spegnere i motori della centrale solo per una decina di minuti. Don Turiddu non capì," a che vi serve" domandò "niente, devo solo togliere una lampada difettosa e devo farlo a quell’ora".Don Turiddu non capiva ancora il perché ma gli disse che lo avrebbe accontentato.
All’imbrunire di quella sera qualcuno si appostò davanti il piccolo giardino di Giuseppe, era armato, puntò il fucile verso la porta della casa e aspettò.
Era già buio quando si spensero tutte le luci, Giuseppe usci dalla casa per vedere se le altre case erano illuminate. Un colpo, solo un colpo, lo prese in pieno volto e finì la sua storia.
Don Turiddu l’indomani capì il perche di quel favore, si recò infuriato da Massaru Filippo, lo aveva reso complice di quel delitto. "Volevano la testa di Francesco e il corpo di Concetta" gli disse Massaru Filippo. Don Turiddu allora capì tutto, capì che quel vecchio aveva difeso la vita di suo figlio, capì e tacque.
Anche il maresciallo ebbe qualche sospetto su Massaru Filippo ma fatto qualche freddo calcolo si rese conto che alla fin fine era meglio avere tra i piedi Massaru Filippo invece di due balordi.
Quando tre anni dopo, compare Alfio fu scarcerato ci fu una grande festa e Massaru Filippo lo "perdonò".
Il paese cresceva, erano passati venti anni da quando Don Turiddu aveva realizzato la sua prima centrale elettrica, adesso ne aveva una più moderna. Aveva sposato gli altri figli in modo più tranquillo di Francesco. Non andava più al lavoro, si limitava a guardare come andassero gli affari, badavano a tutto i figli, lui ormai era vecchio. Massaru Filippo era morto da parecchi anni. Prima di andarsene, da buon cristiano, si era voluto confessare. Non da un prete qualunque "non avrebbe mai capito" disse una volta .Si fece confessare dal cappellano del carcere di Enna "solo lui avrebbe potuto assolvermi abituato come a sentire gli altri"
Don Turiddu un giorno si fece accompagnare nel punto più alto del paese. Rimase lì in silenzio per mezza giornata. Poi se ne andò.
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