Il Segreto di Casa Tindamo
IL SOGGETTO*
(*) Lo script è in realtà un testo romanzato dello stesso autore. Da esso è stata tratta direttamente la sceneggiatura
- Virgilio -
1
La bella stagione era appena iniziata ma al Sud madre natura ha sempre fretta. Una imprevedibile miscela, caldo vento africano e brezza fresca, aveva nel corso della notte trasportato sul mare un'aria smaniosa ed irrequieta che era riuscita ad insinuarsi nel quieto paesaggio invernale conquistando via via prima la battigia, poi la macchia a ridosso della costa sabbiosa ed infine le morbide dune circostanti il piccolo golfo. Così, in un insieme impazzito, accanto alle arance del vecchio casale si aprivano le gemme delicate di mimose e ciliegi e per terra, nei varchi tra gli alberi, cominciava a stendersi un fitto tappeto di margherite. Sullo sfondo il mare, con i raggi del sole nascente che disegnavano lame dorate sull'acqua appena increspata dalla frescura mattutina.
Il paese dormiva ancora mentre il piccolo furgone percorreva agile la strada principale. In quell'ora umida e sonnacchiosa il rombo del motore sfiorava appena le porte sprangate lasciandosi dietro di nuovo un fitto silenzio. Perfino la chiesa e la pasticceria della stazione erano ancora deserte e l'unico segno di vita veniva dallo spaccio del piccolo forno, alla fine dell'abitato. La fragranza del pane caldo e del sesamo tostato invadevano la strada e convinsero il conducente a fare una sosta.
Virgilio era l'elettricista del paese. Un ragazzo sveglio, meglio dire un uomo perché aveva da poco compiuto 30 anni. Era alto e bruno, gli occhi scuri della madre, il fisico asciutto e atletico. Non pensava ancora al matrimonio, lavorava sodo ed era sempre di buon umore. Insomma, proprio quel che si dice " un bel carattere ". Era figlio unico perché la madre lo aveva avuto tardi e subito dopo era entrata in menopausa. Anche per questo, forse, i suoi lo veneravano. La donna gli faceva trovare ogni mattina camicie profumate sul letto e quando lui si infilava la tuta da lavoro gli si metteva davanti tirandogli su le maniche e sbottonandogli il colletto della camicia, come si fa ad un piccolo scolaro. Ma Sara, la madre, pensava certo ad una moglie.
Quando fu sulla porta dello spaccio Virgilio salutò, annusando l'aria buona di pane caldo :
"Salute, donna Lina. ..Già al lavoro, eh..?"
La donna alzò gli occhi stanchi e guardò sorridendo il giovane. Lina era vedova e aveva una sessantina d'anni. Stava al bancone da quando, una decina di anni prima, le era morto il marito. Era stata bella da giovane ma ora si era lasciata andare, come unica civetteria portava la spilla di oro basso a chiudere la camicia sotto il grembiule scuro. Portava ancora il lutto ma nessuno ci faceva caso perché in Calabria una donna su tre veste di nero. C'è sempre un morto in famiglia da queste parti, e non sempre di vecchiaia. Solo d'estate Lina cambiava abbigliamento, ad agosto, per non scoraggiare i turisti.
" Virgilio, bello mio, come andiamo ? Che Dio ti protegga, hai sempre il sorriso sulle labbra.."
"Sono fatto così, donna Lina..e poi, che motivo avrei di lamentarmi...?"
La donna annuì in silenzio, squadrandolo con ammirazione. Virgilio era l'orgoglio del paese, gli altri giovani in genere scappavano via non appena iniziata la scuola superiore : se ne andavano in città e anche oltre se potevano, nemmeno sfiorati dal rimorso di lasciare i luoghi di infanzia e le proprie radici. Lina incartò la merce con precisione e la pose sul banco, facendo scivolare con la mano briciole e denaro nel cassetto sottostante. Virgilio salutò la donna e uscì con le due buste calde in mano: i biscotti salati per la madre e una pagnotta ancora fumante. Entrando nel furgone li posò con delicatezza sul sedile accanto e staccò un pezzo di crosta dal pane, masticando lentamente e guardandosi intorno: erano ormai le sette passate e il traffico si era animato. L'uomo rimase in silenzio ancora per qualche attimo assaporando il boccone caldo, poi decise che era ora di rimettersi in movimento : a qualche chilometro da lì aveva da montare una antenna.
Il forno era l'ultima costruzione del paese : subito dopo la strada faceva un'ampia curva, poi una breve salita per superare il ponte sulla torrentella e quindi un tratto rettilineo, che fiancheggiava il casale della baronessa.
Casale Tindamo era ormai solo un rudere ma quelle pietre cotte al sole, malgrado l'abbandono, esercitavano davvero un fascino incredibile. Le mura corrose dal tempo e attaccate da muschio e licheni sembravano calamitarsi addosso i colori dell'ambiente circostante: dal rosso bruno della terra al grigio sporco del granito fin su, alle vecchie tegole, marcate da una muffa color senape. Ai due lati della casa la recinzione : due muri a secco della stessa pietra scura e un po rugosa, qua e là interrotti dalla roccia affiorante, a circondare e proteggere il frutteto retrostante. Il casale stesso poggiava in parte sulla roccia, ma in modo così naturale che sembrava venirne fuori : soltanto un occhio allenato avrebbe distinto al volo dove finiva la natura e dove cominciava invece l'opera dell'uomo. Secoli, forse millenni prima, quelle rocce dovevano essere state uno scoglio, con il mare attorno.
Virgilio c'era stato tante volte, da bambino, nel frutteto, di nascosto con gli amici. Questo infatti era la meta obbligata di tutti i ragazzini, d'estate. Lì dentro faceva sempre un gran fresco perché le piante, incolte da sempre, avevano continuato a crescere in libertà e le chiome scure e fitte degli aranci proteggevano dal sole anche a mezzogiorno. Il posto ideale per giocare a nascondino.
I padroni della tenuta, il barone Tindamo e la moglie Caterina, erano morti prima che Virgilio nascesse. Poi i loro figli avevano venduto parte delle proprietà ad un villaggio turistico e si erano trasferiti a Roma. Quella tenuta, casale compreso, era rimasta invece senza compratori, perché la sovrintendenza non aveva autorizzato la demolizione della casa. E Virgilio di questo era contento, perché ogni volta che passava lì davanti poteva ammirare quella bellezza, anche se cascava a pezzi anno dopo anno.
Nei giorni precedenti aveva piovuto molto e questo era un bene per quella terra assetata. Adesso era tornato il sole e un poco d'umido ristagnava intrappolato qua e là tra le pietre. Qualcosa lampeggiò mentre il furgone passava davanti al casale e Virgilio rallentò per vedere meglio. Pareva proprio che sotto a un punto del muro di cinta il terreno avesse ceduto, forse per l'acqua. Poteva anche essere, visto che il casale era senza manutenzione da tanto tempo. Decise di accostare e fermarsi a dare un'occhiata al fenomeno: gli sarebbe dispiaciuto se fosse accaduto qualcosa perché quella costruzione rappresentava ormai l'unico monumento storico di un paese che velocemente si andava affrancando, col fiorire improvviso di tanti cantieri in economia, da un modesto ma dignitoso passato verso la stuzzicante avventura del turismo stagionale.
L'elettricista attraversò la strada ancora deserta e si avvicinò alla casa. Effettivamente la violenza della pioggia aveva portato via molta terra lungo il muro di cinta, mettendo a nudo in qualche tratto l'antico basamento. Una lattina di birra gettata da qualche camionista era rimasta incastrata sotto una pietra. La lamina di alluminio era tutta accartocciata e rifletteva il sole da qualsiasi posizione la si guardasse. Era senza dubbio quella la causa del bagliore notato da Virgilio. Raccolse la lattina, osservandola deluso per un attimo per poi lasciarla cadere. Ma il profumo intenso delle arance lavate dalla pioggia, appena di là del muro, lo aveva nel frattempo già sedotto come da bambino : lanciò uno sguardo sulla strada deserta e poi si avviò veloce verso il casale.
C'era un tratto dove un masso di granito liscio, agevole da scalare, interrompeva la recinzione muraria. Dalla parte del frutteto quella grossa pietra, incuneandosi sghemba nel terreno, creava un riparo: Virgilio lo ricordava bene perché era in quel punto che i ragazzini facevano "la conta" per il nascondino. Arrivò in cima facendo i salti a memoria ma poi qualcosa non funzionò perché all'improvviso perse l'equilibrio. La sommità del masso, resa viscida dalla pioggia ristagnante, gli fece mancare la presa e così l'uomo ruotò all'indietro sbattendo violentemente la testa: un attimo dopo era senza conoscenza, giù alla base del masso al di là del muro, in mezzo al fango del frutteto.
- Federica -
2
La donna cominciava a sbuffare vistosamente, spazientita per quell'interminabile lettura. Fece per alzarsi ma il notaio alzò gli occhi e la guardò come un vecchio professore severo. Tutto sapeva di vecchio lì dentro: i quadri, i mobili e le tende, gli stucchi ingialliti del soffitto in quella stanza, al terzo piano di un austero palazzo nel quartiere Delle Vittorie, a Roma. Federica Chieffi era indispettita: costretta all'improvviso a spostarsi dai suoi affari, a partire da Milano per quell'assurdo testamento di una donna che non aveva mai conosciuto ! Ne fosse almeno valsa la pena : invece no, tutti fazzoletti di terra in piena campagna, con qualche baracca. Una vera follia ! Non vedeva l'ora che tutto finisse e aveva già dato istruzioni al suo legale per liberarsi della sua quota non appena terminate quelle inutili formalità. Non voleva avere a che fare con proprietà in aree depresse, perciò meglio disfarsene subito.
Quasi le avesse letto il pensiero il suo avvocato, che stava in piedi dietro alla sua sedia, le sfiorò una spalla sussurrandole all'orecchio:
" Coraggio, Fede.... ormai manca poco, sta per leggere l'elenco dei beni.."
Il notaio notò il movimento e accelerò la lettura:
"...a mio nipote Sergio lascio la tenuta di S. Caterina, l'annesso podere coltivato ad orzo e grano, il capanno e gli attrezzi....."
Federica si sistemò sulla sedia accavallando le lunghe gambe e guardando il notaio con aria di sfida. L'ometto alzò per un attimo gli occhi dai fogli, aggrottando la fronte: ai suoi tempi una giovane così nuda si era vista solo al teatro della rivista e quella sfacciata, invece, stava assistendo alla lettura del testamento della nonna. Alzò la voce, sperando di incutere un maggiore rispetto per la situazione:
"....ai numeri civici 30 e 31 di corso Italia a Cariati marina, dando mandato al notaio Parisi di vendere l'appartamento annesso e pagare con il ricavato l'ipoteca accesa sui due immobili, dividendo l'eventuale rimanenza in parti uguali per i suddetti Giuseppe e Giovanna...."
Federica ascoltava stupefatta : mai sentiti tanti nomi, tutti parenti mai visti o conosciuti. Meno male che non era venuto nessuno ( il notaio aveva le deleghe degli altri eredi), altrimenti avrebbe dovuto assistere a chissà quali litigi. Era al limite della sopportazione, ma si trattenne perché Parisi aveva appena pronunciato il suo nome.
"...nipote Federica Chieffi, che spero ami tanto il mare, lascio il casale di Montepaone, in località " la Torrentella" e il frutteto di aranci collegato...."
Federica sospirò, allargando platealmente le braccia.
"...a condizione che la stessa vi trascorra almeno una settimana e non si liberi della proprietà per almeno un anno dalla data in cui la riceve. "
La giovane trasalì, girandosi di scatto verso Aldo Fazioli, il suo legale.
" Che scherzo è questo, Aldo ? Che significa " che non si liberi.." ? L'avessi saputo, non mi sarei nemmeno mossa da Milano..."
" Calma, Fede, ora stai calma che ci penso io". L'avvocato attese che il notaio finisse la lettura e poi intervenne, avvicinandosi cauto alla scrivania:
" ...la mia cliente, vede, non può onorare l'impegno... Lei capisce, notaio... è una donna d'affari, molto occupata.."
Il notaio guardò prima il legale, poi lentamente ruotò gli occhi rotondi e vivaci verso la donna.
" In tal caso la procedura è complessa, cari signori. La baronessa nel merito è stata molto precisa, come d'altronde lo è stata sempre, durante la sua vita..."
" Va bene, d'accordo, molto precisa...e allora ?" Federica aveva perso le staffe, si era alzata avvicinandosi minacciosamente anche lei.
" Allora, gentile signorina Chieffi ... - riprese imperturbabile il notaio - ... significa che lei non ha ascoltato con attenzione tutta la lettura del testamento. Ma forse il suo legale..." e così dicendo il vecchio sorrise sardonico al giovane avvocato, che arrossì fino alle orecchie per l'imbarazzo.
"Va bene.. - proseguì trionfante il vecchietto - ..allora..vediamo.. .." e cercò con calma tra i fogli quello giusto : ".ah, ecco :.. le proprietà eventualmente rifiutate dagli eredi devono essere vendute in asta da organizzare, a cura degli stessi, nella località in cui è situato il bene in oggetto..."
" Così vuol dire insomma... - sbottò Federica - ...che se voglio vendere io comunque laggiù ci dovrò andare, vero ?"
" Ho paura di sì, signorina... - il notaio sembrava ora più accomodante - ... vuol dire che si prenderà una piccola vacanza dai suoi affari. Magari potrebbe rilassarsi..."
" Ma che ne sa lei dei miei impegni..." La giovane era in piena crisi di nervi. Non era abituata a farsi mettere i piedi in testa, tanto meno dal notaio Parisi. Stava per replicare ma Fazioli tagliò corto:
"D'accordo, notaio Parisi... dove deve firmare la signorina..?"
Quando rimasero soli, nell'ascensore che scendeva, Federica attaccò il giovane avvocato:
" Certo che mi hai fatto proprio un bel servizio oggi... potevi almeno informarti prima..!"
" Sarebbe stato inutile, Fede.."
" E non chiamarmi Fede ! Sai bene che detesto i diminutivi."
I due non si scambiarono più una parola per tutto il tragitto fino all'albergo. L'avvocato Fazioli le lanciava ogni tanto un' occhiata, per controllarne l'umore. Lei continuava a tenere il broncio, le braccia incrociate e le ginocchia appoggiate alla plancia della BMW, ma in quella posa la sua mini non riusciva a coprire che parte dell'elastico delle autoreggenti. La vista era eccitante ma per l'uomo non era certo il momento più adatto per tentare avances : forse più tardi, se si fossero incontrati a cena. D'altra parte la disinvoltura di Federica Chieffi nei rapporti sociali era una fama arrivata fino a Roma, attraverso il tam tam dei tanti uomini che, curando le sue proprietà, erano finiti nel suo letto.
L' avvocato prese coraggio e tentò un timido approccio:
" Senti, Fede..rica, pensavo che, per stasera, noi..."
Lei tagliò corto :
" Aldo, no, ti prego, lasciami in pace, ora ho un tale mal di testa tale che non mi va di pensare a nulla." Fece una pausa, guardando dritto davanti a se, poi riprese : " ..niente di personale, sai, ma in questo momento sento solo il bisogno di prendere una pillola e farmi una dormita.."
" Certo, certo...figurati... comprendo il tuo stato d'animo.."
L'uomo era deluso e un po inquieto, ma preferì non tentare altri approcci per non rovinare tutto e si concentrò nella guida. La voce della donna, tornata improvvisamente allegra, lo fece trasalire:
" ..Anzi no, senti, ho deciso: domani prendo un aereo e me ne vado laggiù. Chissà se da quel buco non possa ricavare qualcosa di utile..."
" Ecco, brava, così va bene... - l'uomo si sentiva di nuovo in sella - .. vedrai che troveremo facilmente un compratore.."
" No, guarda che non hai capito.... - la donna si girò, gli splendidi occhi verdi erano di gelo - ...io quel viaggio lo faccio da sola, so benissimo cavarmela da me...visti i risultati di oggi."
Così era fatta. Come uno stupido, la frittata se l'era cucinata tutta da solo stavolta. Ora il suo non era più un presentimento, la sua cliente stava per dargli il benservito. Arrivati all' hotel l'avvocato fermò l'auto e l'affrontò di nuovo:
" Mi sembra che tu ora stia esagerando. La tua è una tempesta in un bicchier d'acqua. Stai forse dicendo che per questa sciocchezza il mio compito è finito..."
".. per sempre ! Ci rivedremo a Milano, per i dettagli..- la donna lo guardava fisso negli occhi, anche gli angoli della bocca si erano induriti. All'uomo non rimase che registrare la situazione:
" Bene...signorina Chieffi.... allora buon viaggio !"
La giovane scese dall'auto e scomparve in un secondo, lasciando l'avvocato alle sue preoccupazioni.
Qui comincia l'avventura...
1
Quanto tempo era passato ? Virgilio alzò con circospezione la testa, pulendosi il fango che gli incrostava una guancia. Sentiva dolori dappertutto e le tempie gli rimbombavano. Per fortuna però sembrava ancora tutto intero. Si mise a sedere per terra, continuando a massaggiarsi la nuca che gli doleva. Aveva ecchimosi ovunque, sul braccio sinistro la tuta si era lacerata e un graffio lungo e profondo continuava a sanguinare. L'uomo sorrise, pensando a come avrebbe giustificato quella disavventura. Sentiva già la voce della madre che gli diceva ".. quando metterai la testa a posto.." e altre amenità simili. Quando si sentì sufficientemente sicuro si alzò in piedi ma la testa prese a girargli ancora di più e così, barcollando, si appoggiò al masso da cui era caduto. Fu allora che la vide.
L'acqua piovana aveva scalzato la base del masso rivelando qualcosa che nessuno si sarebbe aspettato di trovare lì: ancora semisepolta dalla terra umida e con un angolo incastrato sotto la grande roccia erà lì, davanti ai suoi occhi, una lastra di pietra, una sorta di sportello tombale, sicuramente un manufatto. Incredibile. Si chinò con fatica ad osservare meglio: non era pietra locale, era rugosa e porosa come la pomice ma aveva la stessa compattezza del marmo. L'uomo dimenticò tutti i suoi dolori e aiutandosi con una frasca ripulì dal fango il terreno alla base del masso. Era davvero una pietra, probabilmente di una antica tomba, e quella cosa lì serviva a chiudere l'entrata. Con la punta di un ramo cercò la scanalatura dell'imbocco e la trovò agevolmente. La sagoma era quadrata, ma un angolo della botola era ostruito dal masso sovrastante. La fattura era rozza e la superficie della pietra non era omogenea, ma questo favoriva certo le sue capacità mimetiche. Oltre tutto il materiale utilizzato era di un colore ocra pallido nemmeno uniforme, molto simile a quello del terreno circostante. L'unico particolare che rivelava invece una grande perizia costruttiva era lo smusso, un solco molto preciso e non superiore a qualche millimetro, che separava la botola dalla roccia preesistente, su cui era stato praticato il foro di entrata. Entrata verso dove..?
Il giovane si fermò incerto sul da farsi, con il cuore che andava a mille. Quella cosa lì sembrava essere molto antica e per quanto ne sapesse da quelle parti c'erano stati i Greci, i Saraceni e chissà chi altro. Ricordò anche che a scuola, tanti anni prima, aveva sentito parlare più di una volta della tomba del celebre Cassiodoro, che nessuno aveva mai trovato e che pareva fosse proprio da quelle parti. Tanto che nei pressi del paese c'era una lottizzazione turistica abusiva, i cui lavori erano stati sospesi, che si fregiava del nome dell'antico scrittore. Forse era proprio lì davanti a lui in quel momento, e con chissà quali tesori nascosti dentro. Era così emozionato che la voce al di là del muro lo fece trasalire:
" Virgilio, Virgiliooo...dove stai ?"
Tonino, l'amico con il quale aveva appuntamento, aveva certo notato il furgone parcheggiato e lo stava cercando. Capì che nessun altro doveva sapere, almeno per il momento, quel che aveva scoperto. Con la frasca coprì di nuovo di terra la pietra tombale, poi prese altra terra e foglie per mimetizzare il tutto. Alla fine si diresse verso il muro, strappando al volo da un ramo un'arancia:
" Eccomi, Tonino, sto arrivando..."
Con un balzo fu di nuovo sul muro e salutò l'amico, che aspettava al finestrino di un grosso Ducato. Tonino lo guardò incuriosito, notando subito la tuta sporca e le abrasioni sul viso:
" Ma che hai fatto, Virgilio...sei caduto ! Disgraziato, sei un uomo e ancora giochi, beato te. Vieni giù, va, fammi vedere se ti sei fatto male. E ora chi la sente a Sara, che le hanno rovinato il figlio.."
Virgilio sorrise, cercando di camuffare l'emozione che portava ancora dentro:
" A mia madre non ci diciamo niente, capito..! Anzi, ecco, diciamo che sono cascato dalla scala, che si è rotto un piolo...."
"Eh no, bello mio. - fece l'amico canzonandolo - ..così la colpa è mia, che fui quello che ci mise la scala.. Trovatene un'altra di scusa.."
Tonino aveva ragione, i due andavano insieme a montare l'antenna proprio perché Virgilio era sprovvisto di una scala abbastanza lunga, che possedeva invece l'amico. Per non insospettirlo accondiscese subito:
" Vabbè, ho capito, le dirò la verità, che mi volevo fottere un'arancia.."
"E si capisce... - rise Tonino - ..il ragazzo aveva bisogno delle vitamine Tindamo.."
Si misero a ridere, quella storia delle vitamine l'avevano tirata fuori tante volte da bambini, per giustificare, quando erano stati pizzicati dal guardiano, il furto di arance. Virgilio raggiunse la strada, spolverandosi le maniche della tuta dal fango e battendo le scarpe sull'asfalto. L'amico, guardandolo più da vicino, si accorse del graffio al braccio:
" Ma guarda tu come ti sei ferito...ti duole ?"
"No, no, è solo un graffio. Io sono una brutta bestia...ci vuol altro.."
L'amico invece era scettico e preoccupato:
" Guarda che se non ti senti facciamo domani. Tanto don Rafele può aspettare, stasera si diverte ancora con la moglie, invece della TV.."
Tornarono a ridere, perché la moglie di Rafele Chillà era la donna più brutta del paese. Lui era un brav'uomo, da giovane aveva fatto il pescatore, poi l'emigrante in Germania e alla fine era tornato a casa. Lei invece era una specie di strega. Il pover uomo l'aveva dovuta sposare all'improvviso per il "fattaccio" e dopo il matrimonio la donna, che già era stata punita nell'aspetto da madre natura, si era lasciata andare ancor più, diventando una vera megera che comandava il marito a bacchetta. Così a don Rafele erano rimaste solo le capre e la tv e un giorno, vedendone una accesa nel laboratorio di Virgilio, si era innamorato di tutti quei canali esteri che si riuscivano a captare con la parabolica. Sentendo parlare tedesco gli era tornata in mente la giovinezza e Virgilio, vedendolo imbambolato, gli aveva stuzzicato un poco l'appetito spiegandogli che la sera tardi davano dei programmi un po' ..particolari. Così, l'affare era stato subito concluso quel giorno si doveva andare infatti a montare l'antenna.
Ma il braccio ferito effettivamente doleva e per fare un lavoro del genere doveva essere in forma. L'elettricista, riprendendo fiato, guardò l'amico :
" Si, Tonì,… forse è meglio che rimandiamo. A salire le scale con questo braccio non me la sento oggi..."
L'amico gli diede una pacca affettuosa sulle spalle:
" Ma certo, Virgi', non ti preoccupare. Quello è un lavoro di fino, non puoi farlo così. Ora torna a casa e medicati che magari, anche se è solo un graffio, poi si infetta e allora sono guai. Io me ne vado in cantiere, tanto è ancora presto..."
"Davvero non ti dispiace, Tonino..?."
"Ma scherzi..?"
l'amico gli diede una pacca sulla spalla e risalì sul suo furgone. Il vecchio Ducato Fiat si perse in una fumata nera oltre il ponte sul torrente in secca, scomparendo dietro una siepe di fichi d'india.
Fu di nuovo silenzio e Virgilio restò un attimo a soppesare l'arancia, uno sguardo al muro ed uno alla strada, incerto sul da farsi. Poi decise che era meglio lasciare perdere per il momento, tanto quel posto era abbandonato da anni e le probabilità che altri scoprissero la tomba erano remote. Sarebbe tornato verso sera, con gli strumenti adatti. Salì sul furgone, mise in moto e tornò verso il paese.
2
Federica si girò ancora una volta a guardare quella ridicola torre di controllo. La rachitica struttura si ergeva tronfia ai margini dell' unica pista di atterraggio, dando al paesaggio il tocco surreale e un po angosciante di avamposto dell'ignoto.
La donna ritirò il bagaglio a mano che gli porgeva l'addetto ai servizi, più interessato ai suoi jeans aderentissimi che al controllo delle formalità. Salutò l'uomo con un sorriso bieco e si diresse verso l' uscita. C'era vento teso e da nord, che sollevava in mille mulinelli la polvere dal piazzale antistante la pista. Al parcheggio tre tassisti smisero di parlare tra loro e si girarono speranzosi verso lo sparuto plotone di viaggiatori che usciva dall'aeroporto. Il gallismo emerse prepotente alla vista di Federica, bella, giovane e oltre tutto sola : il primo di loro, baffuto e impomatato, le si avvicinò ossequioso facendo il gesto di prendere la valigia. Ma lei aveva già provveduto diversamente, prenotando da Roma una vettura a noleggio. Poco distante, nel parcheggio Avis, attendeva infatti l'addetto per consegnare le chiavi. Le avevano promesso una Punto, ma vedeva posteggiata soltanto una Golf blu notte e un' altra auto, una vecchia Simca, probabilmente dell'addetto. Storse la bocca per un attimo, ma affrettò il passo, sibilando un "no, grazie" al tassista che la tampinava.
Quel tratto della Calabria è il punto più stretto della penisola. Nell'entroterra c'è un monte dalla cui sommità è possibile ammirare i due mari, il Tirreno e lo Ionio. Il tratto che collega le due sponde è servito da una specie di autostrada e così il viaggio di Federica fu particolarmente rilassante. Il paesaggio era bello e la siepe divisoria tra le corsie era fiorita allegramente di giallo e rosso bruno. La costa sabbiosa, a tratti, si allontanava dalla strada per poi avvicinarsi di nuovo, talvolta creando piccole lagune dall'effetto molto suggestivo. Dopo S. Eufemia la strada puntava all'interno, attraversando una pianura in parte coltivata; sulle colline circostanti il bianco sparso di piccoli paesi si fondeva con i colori della campagna. Poi, all'improvviso, lo scenario cambiò: la strada penetrò in uno stretto vallone alluvionale, dove la vegetazione era molto più fitta e i rilievi più vicini. Sul fondo della gola scorreva una modesta fiumara, appena un velo d'acqua dal corso serpentino. Gran parte dell'antico letto era coltivato intensivamente, lunghi filari di piccoli alberi che da lontano parvero peschi. La Golf giunse in corrispondenza di due cave di sabbia di fronte ad una stazione di servizio. Federica rallentò perché la cosa era segnalata nei suoi appunti e lì nei pressi doveva esserci un bivio: la deviazione da cui si arrivava sullo Ionio, a Catanzaro Lido. Guidò l'auto verso la pompa di benzina e si fermò per studiare la carta stradale mentre faceva il pieno. Le rimaneva da percorrere ancora un piccolo tratto, pochi chilometri fino al litorale e qualcun altro scendendo poi in giù verso Reggio Calabria. Scese per fare due passi : tutto sommato, pensò, il vecchio notaio poteva anche aver avuto ragione. Cominciava a sentirsi rilassata, ben disposta, quell'aria fresca e pulita e la tranquillità dell'insieme mettevano di buon umore. Lasciò cinquemila di mancia al benzinaio che le aveva lucidato a specchio il parabrezza, rimise in moto e si arrampicò sullo stretto tornante che immetteva nel bivio. Guardò l'ora, le cinque e trenta del pomeriggio. Non si sentiva affatto stanca e forse aveva tempo di andare a dare un occhiata alla casa prima di arrivare in albergo. Decise allora di fare così, prendendo la valigia dal sedile posteriore per sistemarla nel portabagagli : meglio arrivare senza dare nell'occhio.
3
Donna Sara era preoccupata per il figlio : lo vedeva strano, inquieto, insomma diverso. Tornando dalla spesa se lo era ritrovato a casa, e in più con quella ferita al braccio e sulla fronte. Virgilio era un ragazzo tranquillo, non era il tipo da attaccare briga con qualcuno e poi in paese gli volevano tutti bene. Sorrise tra se, quasi per esorcizzare l'inquietudine: un' arancia ! Aveva rischiato di farsi davvero male per un'arancia. Benedetto figliolo, già uomo ancora faceva ragazzate...
Virgilio uscì dalla sua stanza con la borsa degli attrezzi in mano e si trovò la madre davanti, che lo fissava silenziosa:
" Uffa ma', te lo dissi, sto bene, era solo un graffio. Ora mettiti tranquilla e fai le tue cose, che tuo figlio ha da fare..."
" Ma se sei tornato perché non stavi bene, perché ora esci di nuovo con la borsa ? Esci se vuoi, ma svàgati.."
Virgilio la guardò canzonatorio :
" Uh, con questo svàgati…! Non devo andare a fimmine ora. Ho da faticare. Comunque questo è un lavoretto tranquillo, con Rafele abbiamo rimandato.."
Per convincerla l'abbracciò, ma lei non pareva convinta :
" Questa povera donna ha solo paura che non ti ficchi in qualche guaio.."
" Che cosa è questa novità : ora non ti fidi più di me..?"
No, questo non poteva essere vero. Sara si fidava di suo figlio, ciecamente. Lo guardò rassicurata, si sciolse dall'abbraccio e gli diede un buffetto:
" Vai, vai tranquillo, che quando tornate vi faccio trovare le seppie arrosto...tuo padre sarà contento."
" Ecco, brava, renditi utile .."
la canzonò il figlio, e uscì di casa fischiettando. Arrivato al furgone aprì la borsa degli attrezzi, per controllare il contenuto. Aveva preso dalla cantina due grossi grimaldelli di ferro, poi la lampada a gas, una pila e la luce da pescatore, una piccola fascia elastica che si metteva in testa e che alloggiava una torcia piccola ma molto potente. Nel retro del furgone si trovava anche un piccone e una piccola vanga : se le portava sempre appresso perché spesso capitava di dover scavare per posare qualche cavo. Bene, c'era proprio tutto...anzi no, mancava la scala per scendere.
Ma era inutile correre con la fantasia. Non sapeva, non immaginava proprio che cosa avrebbe potuto trovare sotto quella botola. Magari si era solo suggestionato a causa della botta presa, forse quello era solo un tombino dell'Enel... No, non poteva essere così, il masso gli stava sopra. Pensò che invece di una scala, forse, sarebbe stata più utile una corda robusta. Così scese dal furgone e senza farsi vedere dalla madre, che lavorava proprio dietro alla finestra della cucina, entrò in garage uscendone con la sagola da rimorchio. Quella poteva andare bene, era lunga più di sette metri e...se non fosse bastata ci avrebbe pensato su in quel momento.
In paese era l'ora dello "struscio", la rituale passeggiata pomeridiana che popolava la strada principale di giovani ed anziani, di motorini e di auto con lo stereo a tutto volume. Ora non aveva tempo da perdere in chiacchiere, così prese una strada secondaria, meno frequentata, per arrivare alla fine dell'abitato. Riuscì a non farsi vedere da nessuno, soltanto l'amico Nicola, il meccanico della Ford, lo salutò con un cenno mentre passava davanti all'officina.
Quando fu fuori dal paese accelerò l'andatura, portandosi rapidamente nei pressi del casale. Lo superò, raggiungendo l'imbocco di una stradina non asfaltata, appena un centinaio di metri più avanti. Percorse ancora qualche metro e poi si fermò, quando fu sicuro che il furgone non era più visibile dalla nazionale. Scese con la borsa degli attrezzi e aprì il portellone posteriore per prendere il resto della attrezzatura.
Lanciò un'occhiata verso il sole, che si era spostato verso le colline: doveva far presto, aveva ancora due ore scarse di luce. Richiuse il portello ed il rumore ruppe per un attimo la quiete circostante. L'uomo si guardò attorno, per controllare se non vi fosse nessuno: tutto sembrava tranquillo, perlomeno per il momento. La stradina che aveva imboccato portava sul greto della torrentella, ma di acqua lì non se ne era mai vista. Soltanto qualche volta, d'inverno, quell'antico letto riusciva a captare qualcosa, ma mai sufficiente da portarla fino al mare. Qualcuno, più a valle, aveva addirittura costruito invadendo il letto del fiume.
Comunque, era meglio essere cauti: quella stradina così poco frequentata, ad una certa ora della sera, diventava spesso la meta di qualche coppia in cerca di intimità. Quindi doveva far presto, prima che facesse buio del tutto.
Legò insieme con la sagola la vanga ed il piccone, mise la retina nuova alla lampada a gas, chiuse la borsa e si avviò verso il casale, passando dalla campagna. C'era un varco nel muro dalla parte del torrente, così non dovette faticare per arrivare al masso. Passò però dietro alla costruzione, per evitare di esser visto dal cancello sulla strada, sopratutto con quella attrezzatura. Si accorse dell'emozione che gli stava ritornando, man mano che si avvicinava alla sua scoperta. Si costrinse alla calma, ripetendosi che doveva essere prudente. Eppure la voglia di sapere era forte, l'avventura troppo eccitante. Virgilio era un tipo tranquillo ma aveva sempre sognato, se ne rese conto in quel momento, di vivere una storia come quella. Per un attimo nella sua mente si focalizzò l'immagine della copertina dell' "Isola del Tesoro", il libro di Stevenson che teneva sempre sul comodino. Sorrise a se stesso, pensando che si stava emozionando come un bambino e la cosa non gli dispiaceva affatto. Posò con delicatezza la borsa per terra e appoggiò al masso vanga e piccone, srotolando la corda che li legava insieme. Poi aprì la borsa e prese un cuneo di ferro, più piccolo dei grimaldelli. L'idea era quella di rimuovere la pietra dalla sua sede senza distruggerla. Voleva provare dapprima così, gli sarebbe dispiaciuto rovinare una cosa antica. Prese uno straccio e ripulì bene la superficie della botola. Si accorse così che da una parte c'era un'incisione, o forse era soltanto una crepa nel materiale. No, era senz'altro un'incisione, si capiva dalla regolarità dei caratteri, pur sconosciuti. Forse era greco, ma non gli sembrava di vedere nessuna lettera alfa o sigma, le uniche che conoscesse. Ma era comunque una scritta, lunga una ventina di centimetri, cominciava appena sotto il masso e probabilmente era anche più lunga. L'incisione era parallela al bordo della botola, distante da questo circa una decina di centimetri. Pensò un attimo da quale lato convenisse fare leva, senza rischiare di rovinare la scritta. Se anche lì sotto non vi fosse stato nulla, quel reperto da solo lo avrebbe ripagato di tutti gli sforzi. Pulì bene il solco con un piccolo cacciavite, poi prese dalla borsa la boccetta dell'acido. L'aprì con cautela tenendola lontano dalla faccia e versò un poco del liquido sulla pietra. L'acido cominciò subito a friggere, scavando nell'interstizio tra la botola e l'apertura. Bene, la cosa funzionava ! Terminò di versare tutto il contenuto, badando a distribuirlo uniformemente lungo tutto il bordo. Poi prese la bottiglia d'acqua e completò l'opera rimovendo l'acido dalla pietra. Ora poteva dirsi soddisfatto: la botola era pronta per essere sollevata, tutto il sedimento di secoli ( o chissà, forse millenni...) era andato via in un attimo con l'acido muriatico.
Si concesse una pausa, studiando il da farsi. Doveva fare in modo di spostare la botola senza correre il rischio di farla precipitare giù. A parte la perdita del reperto, senza dubbio di valore, il buco sarebbe rimasto aperto, e ciò non andava bene per niente, poteva finirci dentro qualche animale o peggio, un bambino. Doveva riuscire a sollevare la botola facendo leva contemporaneamente da due lati paralleli, e poi inserire uno spessore che la facesse rimanere semiaperta. Prese del filo zincato che aveva con se, facendone un cappio delle dimensioni della botola. Poi si occupò di incidere con il punteruolo di ferro l'angolo che era incastrato sotto il masso: lì avrebbe dovuto comunque rompere, per poter proseguire nell'impresa. Quando l'incisione fu completata, Virgilio piazzò il punteruolo al centro del triangolo da sacrificare e cominciò a lavorare di mazzetta. Per non fare rumore aveva rivestito il capo del punteruolo con lo straccio. La pietra si incrinò al terzo colpo, per fortuna anche lungo l'incisione fatta poco prima. L'uomo mise da parte il punteruolo e dette un colpo deciso con la sola mazzetta. L'angolo della botola si frantumò, precipitando nel buio sottostante. Aspettò un attimo, per far cadere la polvere che si era alzata, poi prese la torcia e si avvicinò, strisciando con precauzione alla base del masso, fino alla stretta apertura. Era un buco troppo piccolo e la torcia riusciva ad inquadrare solo un piccolo cono di polvere ancora in sospensione. Non si azzardò ad avvicinare la testa per provare a sentire, ma gli venne in mente una cosa che facevano gli scouts: prese dalla tasca un fiammifero, lo accese e lo avvicinò al buco. La fiammella si spense quasi subito, segno che all'interno c'era movimento d'aria. Virgilio non stava più nella pelle, ma si impose la calma. Prese i due grimaldelli lunghi e li piazzò in tensione su due lati della botola, lungo il solco di apertura. Quindi incastrò il cappio di filo zincato nel solco ortogonale ai due lati. Sistemato il filo cominciò a premere sui due grimaldelli, trattenendo il respiro. Sulle prime sembrò uno sforzo inutile, la botola sembrava ancorata con il cemento. Ma Virgilio non si perse d'animo, bagnò di nuovo la pietra e riprovò. La botola si mosse di pochissimo, ma comunque i ferri riuscirono a infilarsi sotto e fare presa. Giocando d'equilibrio, l'uomo piazzò prima l'uno, poi l'altro piede sopra i due grimaldelli, che fecero leva sollevando ancora di più la pietra. A quel punto era fatta : con le mani libere riuscì a far scorrere sotto la botola, imbragandola, il cappio di filo zincato.
Si alzò in piedi, tirando un po il fiato. Era ad un passo dalla meta, ma il sole era già arrivato intanto a lambire il tetto del casale e l'ombra della casa lo aveva già raggiunto. Non c'era più molto tempo, anche se intorno regnava la massima tranquillità. Appena un paio di rondini che si affrettavano alla costruzione del nido e ogni tanto il rumore di un'auto sulla vecchia 106, declassata dalla superstrada aperta più in alto, a mezza costa. Virgilio decise così di continuare, almeno per dare una prima occhiata dentro alla cavità. Dopo semmai avrebbe rimesso a posto tutto per tornare la mattina seguente. Così agganciò il moschettone della sagola al cappio di filo zincato, arretrando fino a raggiungere l'albero più vicino. Aveva fatto proprio bene a prendere una corda così lunga, ora gli tornava utile. Fece passare la sagola attraverso la biforcazione di due robusti rami, a circa un metro e mezzo da terra. poi tornò alla botola tenendo la sagola in mano. Prese a tirare, mettendo lentamente in tensione la corda e controllando nel frattempo che i grimaldelli continuassero a fare presa.
Stavolta la pietra cominciò a stridere, strusciando lentamente fuori dalla sua sede. Virgilio aspettò che fosse tutta sul terreno per allentare lentamente la presa e poggiare così la botola per terra. Aveva il fiatone un po per lo sforzo ma sopratutto per l'eccitazione della scoperta che stava per fare. Prese da terra un sassolino e lo gettò nell'apertura. Nessun rumore. Non osava ancora accostarsi perché una sorta di panico infantile lo aveva preso di colpo. Ma chi mai poteva uscire da lì ? Si mise a ridere per esorcizzare quella stupida paura e cominciò ad avanzare lentamente, con la pila accesa in mano. Il fascio di luce illuminò per la prima volta la cavità. Si vedeva solo un cunicolo, con il soffitto a sesto acuto che, ai due lati , si restringeva di una decina di centimetri, formando una specie di alto zoccolo, dove probabilmente i costruttori avevano appoggiato le loro lanterne. La volta era tutta in granito, completamente scalpellato a mano fino ad arrivare a quella sagoma. Lo spazio per il camminamento era invece stato ottenuto scavando nel terreno, durissimo, che si intercettava già a quaranta centimetri di profondità. Quello che chiamano "occhio di pesce", una sorta di conglomerato calcareo molto ricco di detriti ferrosi. Un materiale che si poteva trattare solo con il piccone e che in paese conoscevano bene tutti quelli che si erano costruiti la casa in pendio. Però lì, oltre al cunicolo, doveva esserci per forza dell'altro, a meno che quella non fosse una via di fuga dalla casa. Virgilio si affacciò nell'apertura per cercare di distinguere qualcosa. Ma il condotto era inclinato in direzione delle colline, rispetto al terreno di circa sessanta gradi : quasi uno scivolo, e dall'apertura non si vedeva granché. Provò allora con la lampada a gas, legata alla sagola. Ma l'attrezzo scendeva verticale e così, dopo circa un metro, finiva per incocciare sulla parete sghemba del condotto. Ritirò deluso la lampada e la spense, incerto sul da farsi. Sembrava proprio che non vi fosse altro modo se non quello di calarsi giù direttamente ma non se la sentiva di farlo da solo. Avrebbe dovuto per forza associare qualcuno all'impresa. Se qualcosa fosse andato storto, rischiava di fare la fine del topo. Prima che qualcuno avesse ritrovato il furgone sarebbero passate ore, forse giorni. Rabbrividì al pensiero e decise che era necessario associare qualcun altro all'impresa. A malincuore rimise a posto la pietra, raccolse gli strumenti e li ripose nella borsa.
" E lei chi è ... uno del gas ? "
4
La voce lo colpì alle spalle come una staffilata. Il giovane si girò di colpo, cercando di distinguere controluce la sagoma. Era una donna, anche giovane e bella, completamente sconosciuta. Lo guardava per niente impaurita, dondolando lungo il fianco una mano che stringeva una videocamera. Doveva essere una turista, una maledetta impicciona, ma chiunque fosse stata l'aveva sorpreso con le mani nel sacco. Pensò alla svelta una scusa, cercando di assumere un' aria meno colpevole. Lì per lì non gli venne in mente niente di meglio che passare all'offensiva. Accigliò gli occhi e fece la voce grossa :
" ..Scusi, signorina, ma non sa che questa è proprietà privata..?"
Un po' gli dispiaceva fare così : la turista sarebbe certo tornata al Nord raccontando di aver incontrato il solito buzzurro. Quella era però la soluzione giusta se non voleva noie. Scrutò la donna, per verificare l'effetto delle sue parole, ma questa non sembrava affatto preoccupata. Anzi, smise di dondolare la videocamera e gli rispose, quasi ridendo :
" Appunto..!"
Virgilio pensava in fretta. Chi mai poteva essere quella lì ? Notò che era piuttosto bella, dall'accento senz'altro del Nord. L'abbigliamento, accessori compresi, gli diceva che non si trattava certo di una poveraccia. Cominciò a sudare freddo, e stava per maturare l'idea di alzarsi e darsela a gambe vigliaccamente quando, senza preavviso, la donna puntò su di lui la videocamera azionandola. Si sentì perduto e la paura lo rese ancora più aggressivo :
" Ehi, ma che diavolo sta facendo...chi le da il permesso..?"
La donna arretrava ridendo, continuando ad inquadrare:
" Guarda, caro, che di permesso dovrei parlare io, visto che mi trovo nella mia proprietà.."
Virgilio si bloccò di colpo, inebetito. Non aveva assolutamente pensato ad una eventualità del genere, eppure a pensarci bene poteva essere vero. Di eredi dei Tindamo, in giro per l'Italia, ce ne dovevano essere, ed era anche logico pensare che prima o poi qualcuno si sarebbe fatto vivo. Abbassò il braccio cercando di sorridere, ma gli riuscì soltanto una mezza smorfia un po' stupida, che rese ancora più comica la situazione. La ragazza capì di averlo in pugno, ma non voleva infierire : laggiù in fondo era lei l'intrusa e poi quel tizio non sembrava un delinquente. Si avvicinò ancheggiando come un gatto che gioca con il topo : ora le posizioni erano invertite e toccava a lei parlare :
" Su, andiamo, non ti preoccupare : io sono la proprietaria ma di certo tu non sei un ladro...vero ?"
Il sorriso di lei era così accattivante che Virgilio dimenticò in un attimo tutti i suoi timori. Posò la borsa per terra continuando a fissarla, ancora un po' incerto sul da farsi. Ma Federica lo tampinava :
" Allora, insomma, che cosa hai seppellito lì sotto ?"
Dunque quella aveva visto tutto ! Virgilio cercò di ritornare con la mente al preciso momento in cui era arrivata la donna. No, non poteva aver visto la botola, al massimo lo aveva visto accanto al masso, con gli attrezzi in mano. Altrimenti non avrebbe detto " che cosa hai seppellito..". Cercò di capitalizzare quel piccolo vantaggio e inventò lì per lì :
" ..Tartufi. Ma allora non lo sa che questo paese è rinomato per i tartufi..? Ce ne sono dappertutto, più che altro sotto gli aranci. Oggi però non ne ho ancora trovato nemmeno uno.."
" Ma davvero..! Praticamente, la succursale di Alba.." Lei non se l'era bevuta.
" .. e chi è quest'Alba.." Virgilio faceva il finto tonto.
" ..lascia perdere.. - lo incalzò la donna - ..piuttosto, è meglio per te se dici la verità, altrimenti vado al commissariato a portare questa.." indicando la videocamera.
A questo punto, tanto valeva parlare. Ormai l'uomo non aveva più nulla da perdere, la sua avventura da Indiana Jones era finita prima di cominciare :
" ..Ecco, signorina, signorina..?"
" Federica. Continua !"
" E' una storia stupida, non so come cominciare.." Ora si vergognava davvero come un ladro.
" E tu comincia dal principio, così ti viene meglio."
" Bene. E' successo che stamattina, passando qui davanti, mi volevo fot.. mi volevo prendere un arancia e così sono salito su quel masso.."
" E allora ?" Federica era incuriosita, quasi affascinata dal candore e dall'onestà di quell'uomo. Lui avrebbe potuto scappare oppure strapparle di mano la videocamera, picchiarla e stuprarla senza che nessuno si fosse accorto di nulla. E invece era lì, davanti a lei, che confessava chissà quale sciocchezza.
" E allora.. - proseguì Virgilio - sono scivolato dalla cima e sono caduto lì, battendo la testa sulla pietra.."
" Ma dai..!" Federica era sinceramente impietosita.
" Già, proprio così...ma per fortuna niente di grave sennò... adesso non starei qui a raccontarlo.."
" Si, però allora che c'entrano tutti quegli attrezzi ?"
" Adesso ci arrivo, calma...dunque, quando mi sono riavuto ero a terra, sporco di sangue.."
" Trascura i particolari, tanto non mi impressiono.." lei però cominciava ad incuriosirsi.
"..Insomma, per farla breve, ho notato questa.." e così dicendo lui si avvicinò alla botola coperta di terra. Con la scarpa scostò il velo di terriccio e la pietra tornò alla luce, lasciando senza parole la donna.
Virgilio raccontò tutto, di come era riuscito a sollevare la pietra, dell'incisione, della lampada calata giù senza successo. Federica ascoltava e continuava a fissare la botola a bocca aperta. Per osservare meglio si era seduta a terra accendendosi una sigaretta e gliene aveva offerta una. Ma l'uomo non fumava. Allora gli aveva chiesto :
" Ma perché adesso te ne stavi andando via, dopo una scoperta del genere..? "
" Perché avevo bisogno di aiuto: lì sotto ci passa una persona alla volta, e da solo..."
" Certo, certo.. che domanda stupida ti ho fatto .. - la giovane era su di giri - ...ma adesso ci sono io, no..?"
Virgilio la guardò imbambolato :
" Vuole dire che non denuncerà la scoperta ? Sa, questa è roba da sovrintendenza.."
" Fossi matta ! Così poi vengono e si fregano tutto senza dirti nemmeno grazie..! Almeno vediamo..!"
Era fatta ! Il demone dell'avventura li aveva vinti. I due, sconosciuti l'uno all'altra fino a un attimo prima, si misero a lavorare fianco a fianco come vecchi amici. Virgilio ritirò fuori tutta l'attrezzatura dalla borsa e con l'aiuto di Federica riuscì facilmente a rimuovere la pietra. Concertarono di mandare in qualche modo giù la telecamera e così fu accroccata una specie di zatterina su cui venne fissata la videocamera e la potente torcia di Virgilio. L'elettricista sacrificò, un po a malincuore, due rondelle a cuscinetti a sfere, svitandole dal rotore della parabolica destinata a don Rafele. Il buffo trabiccolo, tenuto in equilibrio davanti dalle rotelle e dietro dal cavo in tensione tirato dai giovani, fu calato pian piano nel buco. A un certo punto scomparì alla vista, coperto dalla volta del cunicolo e solo il tenue chiarore lasciava intendere che il viaggio verso l'ignoto continuava tranquillamente. I due liberarono, con il fiato sospeso, fino a più di sette metri di cavo prima che il trespolo incontrasse una resistenza. A quel punto, con molta prudenza, recuperarono la videocamera con la preziosa registrazione. Federica avrebbe voluto rivederla subito ma Virgilio suggerì:
" Ho un idea migliore : ormai è tardi, conviene innanzitutto rimettere a posto tutto e muoversi di qui per non dare nell'occhio. Poi possiamo andare al mio laboratorio in paese a vederci la registrazione. Con un televisore grande è possibile verificare particolari preziosi.."
Federica condivise l'idea e così i due abbandonarono in fretta il posto. La donna lo accompagnò con la sua auto fino al furgone e poi, una dietro l'altro, rientrarono in paese. Si fermarono per un veloce caffè al bar di fronte al laboratorio, ma lei non era donna da passare inosservata, sopratutto lontano dalla stagione turistica. Così davanti all'ingresso del locale si formò presto un capannello di curiosi. Tutti nel paese conoscevano Virgilio e così furono in molti a farsi avanti, per essere presentati alla bella straniera. La giovane credette di trarlo d'impaccio definendosi "un amica" ma questo lo mise ancor più in imbarazzo. Comunque, dal momento che l'elettricista passava per un bamboccione, lo stare accanto ad una "straniera" del nord così bella gli fece acquistare in pochi minuti tantissimi punti nella speciale classifica dei suoi amici.
Consumarono in fretta : per lui un caffè e un cappuccino bollente per lei, che volle anche assaggiare una brioche locale. Poi uscirono insieme, attraversando una cortina di invidia e di curiosità. Virgilio era certo il più imbarazzato dei due e per giustificare l'ingresso fuori orario nel laboratorio accennò:
"....ha la molla della telecamera rotta. Devo dargli un'occhiata.."
" ...alla telecamera...!" fecero gli amici in coro, verdi dall'invidia.
Federica seguiva la scena lusingata ed un po' divertita.
Finalmente entrarono e Virgilio chiuse la serranda dietro di loro, con grande disappunto dei suoi amici. Una volta dentro collegò direttamente la videocamera a un grosso Tvcolor e lo accese, poi si mise a sedere accanto alla donna per gustarsi la visione. La registrazione fu all'inizio deludente perché passò quasi un minuto prima di vedere qualcosa di diverso dalla volta stretta e rugosa del cunicolo. Poi, all'improvviso, la scena mutò. Si vedeva un cumulo di pietre che ostruiva il passaggio nel cunicolo. Ancora qualche fotogramma sconnesso, poi l'inquadratura ritornò sul cunicolo, segno che era iniziata la retromarcia. Quello doveva essere il punto in cui il carrello non era riuscito ad andare avanti. Provarono allora a rimandare indietro il nastro per studiare attentamente, fotogramma dopo fotogramma, tutto quel che si poteva riuscire a vedere prima dell'impatto con la pietra. Si rivelò utile, perché riuscirono a bloccare con il fermo immagine il punto in cui l'occhio elettronico aveva inquadrato per la prima volta quel mucchio di detriti. Dietro di questi il cunicolo pareva continuare per qualche metro e in fondo si intravedeva qualcosa di diverso. Non era per niente chiaro, ma sembrava una specie di nicchia, una rotondità. Inoltre questa parete curva rifletteva la luce, segno che non era fatta della stessa roccia, oppure era piastrellata con qualcosa di riflettente. Tornarono ancora più indietro con la registrazione, ma non trovarono altri dettagli. Era comunque una visione affascinante e convincente, quanto bastava a risvegliare l'entusiasmo nei due improvvisati esploratori.
" E' meraviglioso, semplicemente affascinante..." Federica si alzò in piedi, eccitata e nervosa.
" ..e pensare che ci sono passato davanti chissà quante volte.." anche Virgilio era ammutolito.
Ripassarono tre o quattro volte tutta la scena, soffermandosi sui particolari, cercando di interpretare i dettagli traballanti che l' apparecchio di Federica aveva inquadrato. Alla fine, praticamente esausti, decisero di spegnere e concertare il da farsi. Cominciava ad essere tardi ed era meglio farsi rivedere in giro.
" Accipicchia.. - fece Virgilio - ..siamo stati dentro più di un'ora. Chissà che cosa penseranno lì fuori.."
" E tu lasciali pensare, che vuoi che sia.." rispose divertita la ragazza. Lei già pensava tra se a come sfruttare quella scoperta.
Virgilio alzò la serranda e, come era prevedibile, sull'altro lato della strada, appoggiati ad un'auto, erano rimasti in attesa gli irriducibili. Ad essi però si era aggiunto Tonino, l'amico muratore, che gli lanciava sguardi indagatori, fissando ora lui ora Federica. Virgilio le si accostò all'orecchio:
" ...per favore, continuiamo la scena della riparazione: quello lì è Tonino, l'amico che mi ha visto stamattina al casale.."
La giovane annuì, sorridendo al suo complice. Poi, a voce alta:
" ..allora grazie mille. Davvero un bel lavoro. Non ci contavo più, e senza la videocamera il mio viaggio fin quaggiù sarebbe stato inutile.."
"Quant'è vero...." pensava Virgilio tra se, stringendo la mano alla donna:
" Allora arrivederci.. - salutò - ...e se ci sono problemi ha il mio numero di tel..."
" Certo, certo, stia tranquillo, arrivederci.." Federica sparì dentro la Golf e in un attimo scomparve. E Virgilio fu subito assalito dalle domande, dalle pacche sulle spalle, dagli inviti perentori a raccontare tutto.
" Glielo hai riparato bene l'otturatore..."
" E che femmina che era...avete visto che carrozzeria.."
" E bravo Virgilio. Zitto zitto, ci hai fatto fessi tutti."
Era praticamente un' ovazione. I vitelloni del paese, ancora all'asciutto di turiste, erano letteralmente rimasti folgorati da Federica. E Virgilio si accorse che anche a lui mancava, ora che se ne era andata. Quelle poche ore passate con lei, quella incredibile avventura vissuta insieme avevano creato un filo sottile ma resistente, qualcosa tra la complicità e l'amicizia, che in qualche modo già li legava. Si concesse così alle battute degli amici senza dare però troppe spiegazioni, sopratutto a Tonino che continuava a chiedergli come mai, dal momento che di sabato pomeriggio non aveva mai lavorato, aveva deciso quel giorno di fare straordinari.
" Ma non ti doleva il braccio..." gli chiese l'amico, aggrottando gli occhi.
" Si, Tonino, ma quella aveva saputo da qualcuno che ero l'elettricista e così mi ha beccato davanti il garage di casa.."
" Certo che tutte le fortune capitano a te..."
" Lascia perdere..piuttosto :.. sei riuscito a tornare al cantiere stamattina..?"
" Certo, certo, lo sai che non si lavora di fino, se non c'è Tonino.... e da don Rafele, quando ci andiamo... domattina..?"
" No, meglio di no, questa domenica credo sia fuori, è meglio che ci sia lui quando andiamo a montare..."
" Certo ! - assentì Tonino - ..la moglie di Rafele non è come quell' amica tua.."
" Ma quale amica, Tonino...magari lo fosse.!"
" Guarda Virgì...- l'amico abbassò la voce - ..che tu puoi fare fessi gli altri, ma non a me. Io ti conosco bene, e ho capito subito che ve la intendevate.."
Virgilio pensò in fretta, abbassando gli occhi e valutando se raccontare tutto. Tonino era un amico fidato e avrebbe tenuto il segreto. Ma c'erano troppi rischi e non sapeva come l'avrebbe presa Federica. Così tagliò corto:
" Guarda che ti sbagli....purtroppo. Mi sarebbe piaciuto, non dico di no, per questo le ho lasciato il numero. Però..."
" E allora vedrai che chiama.. - l'amico gli diede una pacca sulle spalle - ...a quella gli piacevi, ed assai anche.."
" Dici..?" Poteva anche darsi che l'amico avesse ragione. Federica gli aveva sorriso, gli aveva dato del tu, si era fidata di lui. In effetti...
" Va cammina, rubacuori.." fece Tonino ridendo, salutandolo e andando via.
Virgilio rimase a pensare a quella strana giornata appena trascorsa. Era cominciata male, con quella tremenda botta alla spalla. Ma, ripensando a Federica, era finita benissimo, e tutto lasciava intendere che ce ne sarebbero state altre di migliori. Tornò a casa, si lavò le mani e fu giusto in tempo a tavola. La famiglia era già riunita e mamma Sara stava portando un vassoio di profumate seppioline arrosto spruzzate di origano selvatico.
Galeotta fu la tomba......
1
Si erano dati appuntamento di buon ora, la mattina. Lui aveva disdetto tutti gli appuntamenti e le aveva raccomandato di essere puntuale. Così si ritrovarono allo spiazzo accanto al letto asciutto della torrentella, luogo deserto e ideale per iniziare l'imboscata al tesoro nascosto. Federica aveva con se le chiavi del vecchio lucchetto arrugginito che chiudeva il cancello del casale ma avevano deciso di non servirsene perché, se anche un solo paesano avesse visto il cancello aperto, nel giro di un' ora tutto il paese lo avrebbe saputo. Quella proprietà continuava a far gola a molti e qualche curioso si sarebbe sicuramente fatto vivo a sproposito. Così, meglio evitare complicazioni : avrebbero avuto già da soli tanti problemi per scendere a visitare la tomba.
Già, perché ancora non si sapeva bene come sarebbero riusciti a scendere lì sotto. Il cunicolo pareva largo, ma una cosa era stata far scivolare giù una videocamera, un altra era quella di calare giù una persona. Federica avrebbe voluto farlo lei, perché era più magra di Virgilio, ma lui rifiutò categoricamente la proposta e fu così perentorio da indurla a non mettere in discussione la decisione.
" ...anche se sei più magra, io sono più pratico di queste cose. Mi sono trovato altre volte a farlo..."
" ..e dove, in miniera forse ? Mi risulta che sei soltanto un elettricista .." Federica era imbronciata, ma non più di tanto.
" Ma in paese ci sono cantine che tu nemmeno immagini, bella mia...sapessi che contorsioni ho dovuto fare delle volte, per portare l'elettricità.."
" Vabbè, scendi tu allora. Però soltanto se ti rendi conto, ad ogni passo, che puoi tornare indietro. Sarebbe imbarazzante per me andare in paese e chiedere aiuto, lo capisci..."
" Certo, certo che lo capisco. E poi non sono mica un ragazzino... - Virgilio non voleva ammetterlo, ma il pensiero di scendere giù, adesso che si avvicinava il momento, gli aveva fatto tornare la febbre della scoperta.
Cominciarono. Lui aveva preso in garage due grosse corde che il padre adoperava per le reti e le aveva unite tra loro. Il lavoro non era stato per niente semplice perché il cordame era intriso di alghe secche e di qualche piccola cozzerella, pericolosa e tagliente. Alla fine però, facendo attenzione e annodando le due cime ogni mezzo metro, era riuscito nell'impresa. Ora quella corda pendeva srotolata nel buio del cunicolo.
La scala improvvisata resse tranquillamente al peso dell'uomo. In testa si era messo la lampada da pescatore, infilata nella cinghia dei pantaloni una piccola piccozza, quella che i muratori chiamano "malinpeggio". I due erano rimasti d'accordo così: Virgilio sarebbe sceso fino al punto dove si supponeva vi fosse maggiore spazio e da lì avrebbe dato una voce a Federica. Lei, a quel punto avrebbe calato la videocamera con la luce sullo stesso trabiccolo usato il giorno prima.
Virgilio cominciò a calarsi con molta prudenza. Aveva indossato per l'occasione dei calzonacci vecchi che usava per tirare le reti ed un giubbotto jeans con le maniche lunghe per proteggersi, sopratutto la spalla ferita, dagli speroni di roccia. Man mano che scendeva giù, ogni volta che lo spazio lo consentiva, abbassava la testa per vedere di scorgere qualcosa di nuovo. Contò 11 nodi di corda , circa cinque metri e mezzo, prima di fermarsi. Era arrivato ad un punto in cui qualcosa, sporgendo dal cunicolo, gli impediva la discesa. Se ne accorse appena in tempo, prima di restare incastrato all'altezza del torace. Tocco', senza vedere, con le mani ( non nude: per prudenza aveva i guanti della muta sub) il motivo dell'impedimento. La sporgenza era liscia, bagnata al tatto, assai diversa dalla roccia circostante. Era incredibile come la telecamera non l'avesse inquadrata.
" Ehi ! " fece eccitato a Federica, che aspettava all'imbocco del cunicolo
La donna si affacciò ma Virgilio era già fuori della portata della vista. Si scorgeva soltanto il chiarore della lampada da pescatore, e si sentiva, anche piuttosto bene, la sua voce. Gli rispose :
" Tutto bene ? Perché ti sei fermato..?"
" C'è qualcosa...non so, sembra lucido, come bagnato. E' incastrato nella roccia..."
Federica ci pensò su un attimo:
" Con tutto quest'umido, sarà una stalattite..."
Virgilio si dette in silenzio dello stupido. Ma certo, una stalattite, o meglio, una stalagmite, visto che sembrava venire dal basso. Questo spiegava anche la lucidità e la sensazione di bagnato.
" Non mi fa passare ! Ora provo a romperla con il malinpeggio.."
" Stai attento, non fare molte vibrazioni ! Non sappiamo quanto sia solido questo cunicolo."
" Certo, non ti preoccupare" disse l' uomo. "..tanto ci sto io qui sotto..." pensò a bassa voce. Saggiò di nuovo con la mano lo spunzone di roccia, riflettendo sul da farsi. Forse era abbastanza pronunciato da poter provare a rimuoverlo in un altro modo. Così risalì di un gradino e cercò a tentoni con il piede di piazzarsi sopra la stalagmite. Ci riuscì, anche se era molto scivolosa. Allora si puntellò, spingendosi con un braccio verso la parete del cunicolo, in modo da avere maggiore stabilità. Quando ritenne di trovarsi nella situazione adatta ricercò con il piede lo sperone e diede un grosso calcio con il tallone. Niente, maledizione. Provò di nuovo, cercando questa volta di spostare il peso sull'estremità dello sperone. Un colpo secco e la pietra si staccò di colpo, facendogli perdere per un attimo l'equilibrio. Riuscì a non precipitare stringendosi con tutte e due le mani alla corda e poi, tornato stabile, cercò con il piede lo sperone. Al suo posto questa volta trovò soltanto un buco, purtroppo per niente liscio anzi pieno di insidie taglienti, più o meno come avviene in bocca quando la lingua tende ad escoriarsi su un dente rotto. Ora comunque sarebbe riuscito a passare, ma doveva fare molta attenzione alla sua pelle.
" Tutto bene...?" la voce di Federica era allarmata. Il colpo secco della rottura dello sperone si era sentito bene, come anche il precipitare dei detriti giù in basso.
" A posto..sono passato. Tranquilla ! "
Aveva un po' il fiato grosso, ma era contento di aver superato quella difficoltà : oramai era certo di trovarsi a un passo dalla fine di quel viaggio allucinante. Non ci furono infatti altre spiacevoli sorprese e così, dopo un paio di metri di discesa obliqua, ritrovò il terreno orizzontale. Lo spazio era ancora ristretto ma potette almeno liberarsi della corda e avere così ambedue le mani libere. Procedendo con prudenza, si avvicinò alla nicchia, la cui vista era in parte ostruita dai detriti già osservati in registrazione, forse un crollo della parete del cunicolo.
" Federicaaaa ! " Voleva accertarsi di essere ancora in collegamento vocale. La risposta immediata della donna stemperò l'angoscia che cominciava a montargli dentro.
" Ti sento bene ! Sei arrivato alla nicchia ?" Anche Federica non stava più nella pelle, voleva partecipare all'emozione della scoperta.
La strada del tesoro
1
Uno spettacolo incredibile. Da uno squarcio profondo della parete del cunicolo, appena un paio di metri dalla nicchia, si intravedeva una caverna immensa, alta come una cattedrale gotica. La luce della torcia elettrica di Virgilio, per quanto potente, si perdeva in quello spazio immenso. E la vista era talmente affascinante da fargli per un po dimenticare il resto. Indugiò un attimo ancora sull'apertura della grotta, cercando di cogliere quanti più particolari possibile, poi rientrò nel cunicolo. Già mille idee gli ballavano frenetiche nella mente ma era necessario calmarsi e pensare ad una cosa per volta. Prima di tutto : la nicchia. I detriti rocciosi erano infidi perché, mancando una illuminazione adeguata, le ombre dei vari spezzoni di roccia si allungavano sotto il fascio di luce della torcia mascherando in un buio pericoloso le altre pietre retrostanti. Inoltre il crollo aveva abbassato lo spazio di manovra già esiguo e così dovette procedere con estrema precauzione. Ad un certo punto fu costretto a mettersi carponi, per superare l'ultimo ostacolo. Ma era arrivato perché il materiale franoso diminuiva centimetro dopo centimetro e ad un certo punto, spostata l'ennesima pietra, inquadrò davanti a lui la nicchia.
Sembrava davvero un altare arcaico, una piccola volta semicircolare delimitata sul davanti da un grosso gradone ricavato nello scavo. Aveva avuto ragione sulla luce riflessa, il mosaico c'era davvero. Quasi tutta la parete della nicchia, che sembrava come incastrata nel cunicolo, era ricoperta di tesserine lucide e di vari colori. A occhio e croce, un metro e mezzo quadro di bassorilievo. Il colore predominante era l'oro, certamente oro zecchino a giudicare dal riflesso delle piccole tessere. In basso, quasi all'attaccatura della cornice inferiore del bassorilievo, un foro a croce dello spessore di qualche centimetro. A Virgilio cominciava a girare la testa perché intuiva che quella storia poteva davvero cambiare la sua vita. Quella parete valeva milioni, macché : miliardi. Tutta d'oro, e oltre tutto antica, antichissima. Avrebbe potuto comprarsi il laboratorio, avrebbe potuto comprarsi una nave, regalare una casa nuova ai suoi, avrebbe.....
".....gilioooo!..."
Nella foga si era dimenticato completamente della donna. L'urlo strozzato lo riportò alla realtà :
" Che succede, Federica..?"
"..finalmente, che Dio ti fulmini..." La giovane si rialzò ansimando dalla scomoda posizione e si scrollò i capelli. Per farsi ascoltare aveva dovuto infilare tutta la testa dentro quel buco pieno di terra puzzolente, di ragni e chissà di quali altri orrendi animali. Aveva temuto per un attimo che fosse successo qualcosa di grave, che l'uomo fosse svenuto urtando o scivolando sulle pietre. Ma dal tono della sua risposta sembrava tutto in ordine, così si fece coraggio e si sdraiò di nuovo per terra, rinfilando la testa nell'apertura:
"..Va tutto bene...? Non ti sentivo più..."
"..tutto ok, stai tranquilla ! Adesso torno indietro per prendere la telecamera. Tu comincia a calarla con la fune.."
A Virgilio non andava tanto di tornare indietro e rifare la traversata dei detriti, ma questi erano i patti. Prima, però, non resse alla tentazione e si avvicinò al mosaico dorato, sfiorandolo con le dita. Sembrava conservato perfettamente, con la figura centrale che probabilmente rappresentava un capo, un re o qualcosa del genere. Era disegnato a cavallo, con le braccia aperte, rivolte a piccoli uomini armati che gli stavano intorno e che sembravano acclamarlo. Si fece più vicino, per toccare meglio quelle tessere e verificare la consistenza del supporto. Il muro era intriso di umidità, ma le tessere sembravano incollate con l' attack. Con delicatezza estrema provò a forzare con il cacciavite uno dei lati del mosaico, dove il disegno cominciava con lo sfondo dorato. Improvvisamente, cinque o sei tessere cedettero rimanendo saldate insieme ma staccandosi dal supporto. Virgilio imprecò con se stesso, ma ormai il guaio era fatto. Prese con precauzione il pezzetto di mosaico e lo poggiò da una parte, poi si affrettò a ritornare indietro.
Superati i detriti fu investito dal fascio di luce che veniva dal carrello. Quell'accrocco era davvero buffo, gli ricordava un veicolo lunare in esplorazione. Fermò il carrello con il piede e avvertì la donna di non mollare più cavo, poi slegò videocamera e torcia dal carrello e affrontò di nuovo il passaggio dei detriti. Quella scoperta era certo emozionante, ma anche tanto faticosa. Finita la ripresa della nicchia e del mosaico si dedicò ad una inquadratura della caverna, addentrandosi un po' di più con la nuova lampada, più potente della prima. Lo spettacolo era sempre più affascinante. Per la prima volta, forse, un occhio umano inquadrava quelle rocce aguzze. A guardarle, pareva che qualcuno avesse preso la parte superiore della facciata del duomo di Milano e l'avesse attaccata capovolta al soffitto della grotta. Ma la luce a disposizione non era ancora sufficiente, lì dentro forse ci sarebbe voluta la fotoelettrica dell'esercito..
Finita la registrazione ritornò al carrello e avvertì Federica:
"..tutto fatto, puoi recuperare la corda. Ti raccomando però, fai piano e aspetta sempre che sia io a darti il via..."
" Ok !" La risposta arrivò puntualmente, ma rivelò stavolta una punta di stanchezza : probabilmente la donna cominciava ad essere stufa della lunga attesa. Virgilio affrettò il passo, accompagnando il carrello per facilitare il lavoro di recupero. Quando il pendio ritornò quasi verticale fece in modo che la videocamera e il trespolo lo precedessero di mezzo metro, per evitare intasamenti sopratutto nel tratto più stretto. Alla fine fu fuori, sudatissimo ma raggiante. Anche lei non stava più nella pelle : prima lo aiutò ad uscire completamente dal cunicolo, poi lo obbligò a sdraiarsi un po' per terra.
" Adesso resta un attimo fermo e con gli occhi chiusi : hai bisogno di recuperare le energie.."
Virgilio non se lo fece ripetere. D'altronde era davvero esausto e poi l'idea che la bionda stesse vicino a vegliarlo lo stuzzicava e rilassava al tempo stesso. E Federica lo accudì davvero, per circa un quarto d'ora, asciugandogli ogni tanto con un kleenex il sudore dalla fronte. Fu sorpresa con se stessa di essere capace di un gesto così tenero e affettuoso : le veniva naturale farlo, anche se l'uomo era per lei poco più che uno sconosciuto. Ma c'era qualcosa in lui, pensò, che non aveva mai trovato in tutti gli altri uomini in cui si era imbattuta fino ad allora. E non era la bellezza, anche se Virgilio non era certo da buttare via, ma qualcosa tra la sincerità e la gentilezza, doti rare nel suo ambiente, dove tutti si sbranavano tra di loro. La lealtà, ecco che cosa aveva quell'uomo.
Lui aprì all'improvviso gli occhi e sorrise, quasi le avesse letto il pensiero. Federica abbassò gli occhi arrossendo come una collegiale, ritirò la mano con il kleenex inzuppato di sudore e cercò di darsi un contegno:
" ..finalmente ! Dormivi e sudavi come un vitello. Cominciavo a pensare che ti fosse venuta la malaria..."
"...macché, stavo benissimo... - Virgilio aveva percepito qualcosa ma non voleva metterla a disagio - ..anzi, sto benissimo. Avevo solo bisogno di recuperare il fiato: sai, quella montagna di detriti non è facile da superare, e io l'ho fatto quattro volte.."
" Certo, certo, figurati.. - Federica si era ripresa - ..temo soltanto che si faccia tardi, sai..."
" Hai ragione, caspita ! - l'uomo balzò in piedi - ...agli ordini, madamigella..."
Lei si mise a ridere, sorpresa da quell'improvvisa vitalità :
" Dai, non fare lo scemo...allora piuttosto, vuoi dirmi che cosa hai scoperto...."
Virgilio sorrise in modo tale che sembrò illuminarsi tutto :
" Là sotto, cara signorina, c'è un tesoro...e d'oro zecchino, come questo !" E così dicendo tirò fuori dalla tasca la tavoletta di mosaico staccata. Al sole le tessere lanciavano dei lampi accecanti, come fossero state appena lucidate. La donna sgranò gli occhi con lo sguardo di una bimba che ha appena visto la fata turchina:
" Mamma mia, ma questo è oro..."
"Te l'ho detto, oro zecchino..." Virgilio era raggiante.
"Virgilio....sei un mito !" Federica gli buttò le braccia al collo, cominciando a saltare e a gridare di gioia. Lui si trovò all'improvviso immerso in una tempesta bionda e profumata e non sapeva come comportarsi. Ma l'entusiasmo di lei era contagioso e così, dopo un attimo di imbarazzo, ricambiò l'abbraccio con un trasporto tale da non lasciarle dubbi. All'improvviso lei smise di ridere e senza sciogliersi scostò il viso per guardarlo in faccia. Un attimo dopo si baciavano, lei aveva ancora in una mano il pezzo di mosaico dorato e l'altra tra i capelli di Virgilio.
"...Era scritto.. sussurrò lei dopo il bacio - ..l'ho capito fin da quando ti ho sorpreso qui dentro la prima volta.."
Federica aveva le guance arrossate dalla sua barba e gli occhi lucidi dall'emozione. Si era staccata da lui e gli passeggiava attorno. Virgilio era rimasto fermo in mezzo al prato e ancora non credeva a quello che gli stava capitando. Nello stesso giorno aveva scoperto un tesoro e una donna meravigliosa e bellissima. Una vera fata, che aveva fatto migliaia di chilometri per arrivare fin laggiù e aveva incontrato proprio lui. E un attimo prima l'aveva baciato, si era innamorata di lui e glielo stava confessando. Non poteva essere vero, era troppo bello.
" Federica....io...io sono sincero, sai..."
In realtà non sapeva che cosa dirle, gli pareva che qualsiasi parola detta lo sarebbe stata a sproposito. Lei gli si avvicinò di nuovo sfiorandogli le labbra e carezzandogli i capelli.
" Non devi dire nulla...è successo e basta. Non roviniamo tutto cercando spiegazioni..."
Virgilio avrebbe voluto abbracciarla di nuovo, stringerla e proteggerla da tutti i pericoli, ma non lo fece : la sua prudenza innata gli ordinava sempre di riflettere, sopratutto in momenti come quello. Chi era Federica, che cosa sapeva di lei? Soltanto che era in qualche modo imparentata con i Tindamo, ma nient'altro. E poi anche questa era una supposizione, poteva essere semplicemente l'acquirente della proprietà. Ma in fondo questo non gli interessava : lei era dolce, meravigliosa e in più sembrava sincera. Comunque "...delle donne - gli aveva sempre detto la madre - ..non c'è mai da fidarsi del tutto..". Eppure lei era lì davanti a lui, che lo guardava come una gattina innamorata, gli occhi rossi e i capelli scompigliati dalla brezza che si era alzata. Era troppo bella, la attirò a se e questa volta il bacio fu ancora più ardente. Lei capì il messaggio, lo prese per mano e lo condusse silenziosa dietro alla casa, dove ricordava di aver visto tre grossi aranci che con i loro rami carichi di frutti dorati incorniciavano un piccolo spiazzo in pendio ricoperto di margherite. In breve i due jeans finirono impigliati ad un ramo, lanciati alla cieca. Lei rimase in maglietta, le lunghe gambe a fare una strage di petali. In cielo le rondini, sempre più numerose, a fare la guardia ai due amanti con le loro allegre evoluzioni.
2
Così ora, oltre al tesoro, era arrivato anche Virgilio a sconvolgere la vita della milanese. Federica rientrò per qualche giorno a Milano per sistemare i suoi affari più urgenti, poi con l'aiuto di Virgilio affittò una piccola casetta sulla costa, non molto lontano da casa Tindamo. Dopo la scoperta della tomba la giovane milanese aveva subito abbandonato l'idea di disfarsi dell'eredità che anzi era diventata, insieme a Virgilio, l'oggetto principale dei suoi pensieri. Lei voleva prima di tutto ristrutturare il casale e dare una sistemata alla proprietà perché sarebbe stato utile per influenzare positivamente il giudizio della Sovrintendenza ai monumenti, nel caso in cui fosse intervenuta nell'affare : una proprietà ben tenuta, infatti, avrebbe potuto procurare a Federica l'affidamento e la custodia della tomba. Un terreno in stato di abbandono, invece, avrebbe certamente indotto i funzionari governativi ad espropriare tutto senza indugi.
Virgilio ebbe allora l'idea di costruire sopra la botola che conduceva alla tomba un piccolo casotto in muratura, da camuffare come ricovero attrezzi agricoli. In questo modo, anche durante i lavori di restauro del casale, la tomba sarebbe restata segreta e lontana da sguardi indiscreti. Così fu coinvolto Tonino, l'amico di Virgilio, che era esperto muratore. Con il suo aiuto fu trasportato sul posto, con molta discrezione, il materiale edile strettamente necessario e la piccola costruzione fu eretta in due giorni di lavoro. Tonino era davvero un maestro nell' "anticheggiare" i rustici utilizzando vecchi mattoni di tufo e monconi di ferro arrugginito. Era questo un lavoro che faceva spesso, da quando erano entrati in vigore i condoni edilizi.
Quando l'opera fu conclusa, Tonino sentenziò compiaciuto :
"...ho fatto così anche per molte case al mare, che in questo modo sembrano costruite da parecchi anni ....e quindi condonabili !"
Il casotto, con l'aggiunta di un po di fango sulle pareti, qualche sasso e un po di sterpi sul tetto di lamiera, sermbrava davvero "datato". Anche Federica si complimentò:
" E bravo Tonino. Guarda però che anche la tua bocca, come la porta di questo capanno, deve restare chiusa, altrimenti è stato tutto lavoro inutile..."
Il muratore giurò e spergiurò sul proprio onore e sull'affetto fraterno che lo legava all'amico. Virgilio garantì per lui: Tonino era una persona leale, non avrebbero potuto scegliere meglio e inoltre il suo aiuto era stato determinante. I tre conclusero la faticosa giornata brindando allegri davanti a una pizza, nella piccola veranda della casetta affittata da Federica.
Il tempo si era ormai stabilizzato al bello e i lavori di restauro iniziarono dopo qualche giorno. Tonino si interessò della squadra di edili, mentre Federica si occupò dei tecnici adatti per la direzione. Non avendo esperienza specifica nel ramo ne tantomeno la benché minima conoscenza delle risorse professionali del luogo, ebbe l'idea di telefonare al notaio Parisi. Fu un'intuizione geniale perché il vecchio si rivelò una autentica miniera d'oro di informazioni utili. Da lui ebbe i nomi necessari, le tariffe professionali da applicare, consigli sul comportamento da tenere. Parisi era stato grande amico, in gioventù, di Caterina Tindamo, la moglie del barone, forse anche suo spasimante, a giudicare da come la descriveva a Federica:
" ...ah, davvero una gran donna, signorina Chieffi. Non aveva mai bisogno di dire chi era, non aveva bisogno di indossare ori: lei era la regina del casale, e tutto il paese la amava e aveva rispetto per lei. Il buon Dio se la prese che era ancora nel fiore degli anni e il marito, il buon barone, non le sopravvisse molto di più. Quei due erano inseparabili in vita e lo sono stati anche nella tomba..."
Federica ebbe un sussulto. "Vuoi vedere - pensò tra se - ..che sto profanando la tomba dei miei antenati..?" La percorse un brivido mentre si affrettava a chiedere:
"...a proposito..., che lei sappia, notaio, dove sono sepolti ? Visto che devo rimanere per seguire i lavori avrei piacere di portare un fiore alla tomba.."
La voce del vecchio si addolcì, Federica con questo l'aveva decisamente conquistato :
" Lo sapevo che sotto l'accento padano si nascondeva il cuore dei Tindamo. Voglio dirle una cosa, signorina Federica: lei e la baronessa Caterina siete due gocce d'acqua..."
La giovane si sentì gelare il sangue : " Grazie, notaio, ma adesso mi dica, per favore: è a conoscenza di dove stia la tomba dei miei bisnonni ?"
" Certo, certo, scusi la divagazione, ma di quella somiglianza dovevo proprio dirglielo... Dunque, mi faccia pensare......ah si, ecco: sono sepolti a Sellia marina, il paese natale del signor barone. Ricordo che quando morì il marito donna Caterina decise così, per averla vicino anche dopo. I Tindamo avevano la cappella più grande del cimitero di Sellia, erano la famiglia più antica.."
La Chieffi scrisse l'appunto sul foglio dove aveva annotato tutte le altre informazioni : " Grazie mille, notaio Parisi. Lei mi è stato davvero prezioso. E voglio anche ringraziarla per aver insistito perché io venissi a vedere la proprietà..."
" Prego, prego...signorina Chieffi. Ho insistito perché sapevo che, scendendo in Calabria, avrebbe trovato un tesoro..."
" Che cosa...che cosa dice, che intende, notaio ? "
" Quod dixit, dixit ! - sentenziò il vecchietto e aggiunse - voglio semplicemente dire che il mare, la natura, il cuore della gente del Sud l'hanno conquistata, e io lo sapevo in partenza..."
"Certo, ha ragione... - Federica tirò un sospiro di sollievo - ..ha perfettamente ragione, non sa quanto... A risentirci, caro notaio, e se avessi ancora bisogno...."
"..sarò sempre a sua disposizione ! Arrivederci, signorina Chieffi. "
3
L'estate arrivò all'improvviso, avvolgendo in un abbraccio infuocato il piccolo golfo. Un fiume di auto prese a scendere dall'alto viadotto della strada nuova, invadendo tutta la costiera. Era ormai tutto un tirare su serrande, un fiorire di chioschi e di bancarelle improvvisate lungo la vecchia strada, che aveva perso così la sua fascinosa tranquillità : il silenzio incantato delle rocce a mare, con i cespugli di capperi profumati e i nidi delle rondini marine, era ormai violato in continuazione dal rombo dei motori e sciami di turisti chiassosi si impossessavano senza molta discrezione di ogni anfratto, di ogni piccola duna, di ogni centimetro di battigia.
Il paese però era contento perché si risollevava dalla miseria invernale. I due stabilimenti a mare non erano ancora a puntino, la guardia medica non aveva ancora il dottore incaricato e qualche pozzo nero non era stato ancora pulito. Ma i più erano soddisfatti, sopratutto i giovani che vedevano finalmente un po di movimento. Anche donna Lina aveva smesso il lutto, ridipinto il bancone e imbiancato a calce le pareti del piccolo spaccio. Insomma, era arrivata la bella stagione.
Al casale i lavori avanzavano febbrilmente. Il tetto era stato tutto smontato non appena il tempo lo aveva permesso : le travi più malridotte erano state sostituite, le tegole rimosse una ad una e pulite dalla muffa con un solvente speciale che le aveva riportate all'antico splendore. Mura e solai, dopo una meticolosa indagine condotta da un architetto romano, esperto in restauro di antichità, erano stati puntellati e trattati, centimetro per centimetro, dal lavoro degli operai, controllati a vista dall'esperto professionista che girava senza sosta per tutto il cantiere per verificare le opere e saggiare i materiali.
Ma anche "sotto" si lavorava. "I tre dell'ave Maria", come scherzosamente Tonino aveva chiamato il suo sodalizio con Virgilio e Federica, avevano fatto molte altre scoperte scavando nei pressi del mosaico. Due spade antiche con l'impugnatura in bronzo e oro, vasi di terracotta perfettamente conservati, perfino un calice in oro tempestato di pietre dure. Per la verità, visto che ormai erano convinti tutti e tre di trovarsi di fronte alla tomba del famoso Cassiodoro, erano tutto sommato un po delusi dall'entità del "tesoro" fino a quel momento rinvenuto. Tutti i testi di storia letti sull'argomento ( Federica, attraverso le sue conoscenze, aveva saccheggiato le biblioteche di mezza Italia, arrivando a contattare perfino uno studioso tedesco) legavano il nome di Cassiodoro sopratutto alla produzione letteraria ma leggende locali parlavano anche di un tesoro enorme, portato a fatica dai soldati su una decina di carri trainati dai cavalli. Secondo questa tradizione Cassiodoro aveva finanziato la sua esistenza di aristocratico eremita studioso con veri e propri saccheggi e pare che avesse voluto morire circondato, anzi sepolto nel suo tesoro.
Invece, al di la di un paio di lame arrugginite e di un calice con pietre di fiume, nient'altro. Ma l'entusiasmo era ancora altissimo, perché in ogni caso si trattava di testimonianze di grande valore. Per non dare molto nell'occhio i tre scavavano a turno. Il contatto con la superficie era garantito da una sorta di telefono interno realizzato da Virgilio. Mettendo a frutto la sua abilità di elettricista l'uomo aveva messo in contatto un telefonino, che rimaneva a disposizione sotto terra, nei pressi del mosaico, con una centralina messa su alla meglio dentro la baracca. In questo modo chiunque poteva, sapendo il numero, chiamare il "minatore" di turno e viceversa. L'antenna della centralina era stata camuffata tra le pareti del ripostiglio e sporgeva fuori di pochissimo, dietro ad un cespuglio, proprio a ridosso del masso che proteggeva l'ingresso alla tomba. Era insomma praticamente invisibile e nessun operaio aveva dimostrato fino ad allora qualche interesse particolare. E poi l'ingresso alla baracca era stato severamente vietato a tutti, pena il licenziamento in tronco. Per cui, anche se qualche curiosità forse c'era, nessuno l'aveva mai manifestata. Ad ogni buon conto l'accesso al cunicolo era stata mimetizzato da una stuoia, posta sopra una botola di legno con cui i tre avevano sostituito quella originale in pietra, che era stata sepolta da Virgilio nei pressi della casa, in un punto che non sarebbe stato toccato dai lavori di restauro.
Il sabato mattina era per gli esploratori l'unica occasione per lavorare insieme in pace dentro lo scavo. Senza operai tra i piedi non c'era motivo di stare attenti nel parlare o di scendere a turno. La frenesia di scavare, di cercare il tesoro che avrebbe cambiato la vita di ognuno erano così forti che nessuno pareva soffrire la fatica. Inoltre lavorare sotto significava non fare i conti con il caldo insopportabile che opprimeva da giorni tutta la regione.
E fu appunto di sabato che avvenne la svolta decisiva. Virgilio e Federica stavano lavorando da tempo al mosaico, liberandolo con delicatezza dalle incrostazioni. La donna si serviva di una piccola spazzola e di una spatolina di ferro con cui affrontava ogni piccola tessera del grande mosaico, dopo averla umettata di un particolare liquido sgrassante. Virgilio ripassava con uno straccio appena umido dove era già intervenuta la donna, completando l'opera di pulizia. Erano molti giorni che ci lavoravano e avevano scoperto che il mosaico era molto più grande di quanto fosse sembrato all'inizio. Infatti per tre lati l'umidità, colando il terriccio sulle tessere, le aveva ricoperte per secoli. Ora con la loro opera i due giovani avevano riportato alla luce un'opera importante e preziosa, praticamente intatta a parte un pezzo di cornice d'angolo, dove probabilmente doveva trovarsi l'immagine in primo piano del volto di una donna, a giudicare dal disegno sottostante. Il mosaico era un vero tesoro che prima o poi, ne erano consapevoli, avrebbe fatto bella mostra di se in qualche importante museo. Ma fino all'ultimo momento, fino a quando fosse stato nella sua proprietà, la cura del prezioso reperto, la gioia e l'ebbrezza nel guardarlo e nello scoprire ogni giorno nuovi segreti, tutto ciò sarebbe stato patrimonio personale della bella erede dei Tindamo e dei suoi amici.
Il lavoro di ripulitura stava dando pregevoli risultati. L'immagine del condottiero a cavallo e dei suoi sudditi era adesso molto più chiara e si distinguevano bene anche i particolari del paesaggio circostante. Virgilio ad esempio aveva notato subito, in secondo piano, la presenza di un corso d'acqua che correva tra le rocce. Era senza dubbio la torrentella, il cui letto però era ad un centinaio di metri dal luogo dove si trovavano. Tra l'altro il corso d'acqua era asciutto quasi sempre, Virgilio stesso ricordava di avervi visto scorrere qualcosa soltanto una volta, da bambino, in occasione di un inverno particolarmente piovoso. Eppure nel disegno il torrente era ben disegnato e per di più in mezzo ai massi.
Avevano già riposto gli attrezzi e si apprestavano a ritornare in superficie quando sentirono la voce di Tonino:
" ...presto, venite qui, subito..."
la voce veniva dalla caverna cui si accedeva da una fenditura del cunicolo, un po prima di arrivare al mosaico. Tonino era fissato davvero con la grotta, fin dalla prima volta che era sceso giù. Virgilio gli aveva permesso di visitarla, invitandolo però alla prudenza e alla estrema cautela. Sopratutto gli aveva raccomandato di non toccare nulla e di non spezzare nessuna stalattite. Nessuno sapeva su quale equilibrio, precario o solido, si reggesse la volta dell'immensa caverna. E Tonino aveva giurato e spergiurato di essere prudente, ottenendo così di andare ogni tanto in esplorazione. Tra l'altro, ritrovamenti a parte, la sua opera non era utile granché accanto al mosaico : c'era poco spazio per lavorare in tre, ora che non si trattava più di scavare ma di lavorare di fino la sua presenza sarebbe stata quella del terzo incomodo...
Così se ne era andato i giro ed ora li chiamava a gran voce :
"..venite....presto ! "
Virgilio attraversò per primo la fessura che metteva i comunicazione la galleria con la caverna. Puntò la potente torcia elettrica verso il punto da cui proveniva la voce, ma dell'amico nessuna traccia.
" ...Tonì....dove diavolo sei ? Smetti di gridare, stiamo arrivando.."
"...eccomi, eccomi...Virgilio, ho scoperto una cosa fantastica..."
"Va bene, va bene, ma fatti vedere prima. " Virgilio continuava a sventagliare il fascio di luce nel buio della caverna senza continuare a vedere anima viva. La voce di Tonino però ora era più vicina e alla fine apparve dietro una gigantesca colonna naturale, sul lato destro della grotta, quello giudicato da Virgilio il più impervio e pericoloso.
" Tonino.. ! Lo sapevo che eri andato lì...ti avevo detto che là dietro ti potevi fare male, la volta si abbassa e non c'è modo di illuminare bene..."
" Si, si, va bene, lo so... - Tonino era trafelato, ma sembrava felice, addirittura raggiante, come se avesse scoperto qualcosa di molto importante..
Federica si accorse dello stato d'animo dell'operaio e si fece attenta:
"Sta zitto, Virgilio, fallo parlare..Allora Tonino, che cosa hai scoperto ? Non dirmi che hai trovato il tesoro.."
"No, signorina Federica, purtroppo no...magari fosse stato così.. - Tonino aveva ripreso fiato ma era sempre eccitato - ...però è importante lo stesso...credo: venite a vedere anche voi !"
E così dicendo, senza aspettare risposta, fece un rapido dietro front arrampicandosi di nuovo dietro alla colonna naturale.
" Io quello lì un giorno lo carico di legnate.... - fece Virgilio ridendo, poi prese Federica per mano e lo seguì.
4
Si arrampicarono per una salita viscida e pericolosa, su per un sentiero che si faceva sempre più stretto, fin quasi a raggiungere l'attaccatura della volta. I tre fasci di luce, quella della torcia di Virgilio e quelle dei due elmetti di Federica e Tonino disegnavano durante il percorso ombre spettrali su quelle pareti, dove forse la luce arrivava per la prima volta dalla creazione del mondo.
"Ecco...è quì.... ascoltate !" Tonino era eccitato come non mai e invitava gli amici a raggiungerlo nei pressi di una........incredibile ! C'era una fessura sulla parete di roccia, una sorta di cengia naturale formata dall'incastro di due strati di rocce di diversa composizione che, scendendo sghembe dalla volta, si incuneavano nel terreno con angoli non perfettamente paralleli tra loro. La fessura era alta almeno sei o sette metri ma soltanto alla base del terreno era sufficientemente larga da essere praticabile per un essere umano. Virgilio arrivò accanto all'amico e si sedette per terra di fianco alla fenditura:
"E allora...? Una caverna, si sa, può avere milioni di fessure, di crepacci o che so io..... per questo ti ho sempre detto, Tonì, di stare attento quando vai in giro..."
Virgilio era serio, ma l'amico non sembrava per niente mortificato dalla ramanzina. Sembrava piuttosto aspettare che Virgilio terminasse la sua sfuriata, come un giocatore che, con un poker in mano, attende tranquillo che gli altri facciano la puntata per rilanciare e vincere la posta. Il muratore non attese nemmeno un attimo dopo che Virgilio ebbe smesso di parlare e, senza dire una parola, scomparve dentro la fenditura.
L'elettricista tentò di fermarlo ma non ci riuscì e così si rimise in piedi imprecando, mentre Federica se la rideva divertita a veder litigare i due come dei bambini. Ma la furia di Virgilio fu di breve durata, non appena varcò la stretta fessura. Tonino aveva ragione: da quel punto iniziava un nuovo cunicolo, assai più largo e rifinito di quello che arrivava alla botola di casa Tindamo. A proposito, ma dove si trovavano adesso rispetto alla costruzione ? Girovagare nel buio di quelle rocce tutte uguali li poteva aver condotti addirittura fuori dalla proprietà...
Camminavano in colonna, silenziosi e guardinghi, esplorando ogni centimetro della galleria. La sezione era abbastanza larga da poter camminare addirittura appaiati e il soffitto liscio, troppo liscio, come fosse stata una condotta d'acqua....
"Ci sono....! - la voce di Virgilio, che camminava in coda al gruppo, fece trasalire gli altri due esploratori. Federica si girò così all'improvviso che la torcia del suo elmetto colpì in pieno viso l'uomo, spegnendosi.
"Accidenti....che ho combinato...scusa amore, ti sei fatto male..?"
Virgilio sanguinava a un labbro, ma sorrise pulendosi con la mano e sputando poco dignitosamente per terra:
" Non è niente, appena un graffio....stavo pensando : questa qui potrebbe essere il letto di un fiume sotterraneo, che so, la torrentella, per esempio..."
"Eh già - fece Tonino, che vedeva sminuita la sua scoperta - ..e allora l'acqua dov'è..? Dai retta a me, questa qui l'hanno scavata i vandali.."
L'elettricista sorrise, pensando a come l'amico si fosse affezionato a quel termine, dopo che Federica gli aveva spiegato che non era solo un insulto, ma anche il nome di un popolo barbarico.
"Allora, caro professor Tonino, mi spieghi come hanno fatto ad allisciare così questo soffitto, i tuoi vandali ? Forse con la carta vetrata ? "
"Guarda che potrebbe aver ragione invece .."
Federica era china a terra e osservava con attenzione il bordo della galleria. Indicò a Virgilio come, a partire da circa sessanta centimetri fino a terra, la parete non fosse più liscia ma come smussata, battuta, insomma scavata. Il giovane elettricista dovette arrendersi all'evidenza:
" E' vero, è proprio scavata....almeno in basso...e deve essere stato un lavoro immane.."
La roccia infatti era dura e compatta, quello che chiamavano "occhio di pesce". Anche Tonino si avvicinò per osservare meglio e sentenziò:
" Vedi, Virgì....anche i vandali avevano il "frullino"..."
" Ci saranno voluti mesi di lavoro per togliere questi pochi strati di roccia.." Virgilio era affascinato e continua a percorrere con il fascio potente della sua torcia la condotta. Ad un certo punto, a qualche passo da loro, il fascio inquadrò qualcosa, una improvvisa asperità, sulla parete uniforme. Si avvicinarono tutti e tre, con il fiato sospeso, ad esaminare la cosa : conficcata saldamente nella roccia una torcia di bronzo, o almeno quel che rimaneva dell'attrezzo barbarico. Una sorta di cono affusolato all'estremità, nella parte alta che sporgeva dalla parete si intuiva ancora l'alloggiamento rotondeggiante per la pece, con quattro denti grossolani che avevano avuto sicuramente il compito di trattenere la massa fiammeggiante. Senza dirsi una parola i tre armeggiarono subito attorno alla torcia : il foro in cui era stata conficcata si era saldato nei secoli all'attrezzo, ma il grosso cacciavite di acciaio di Tonino ebbe alla fine ragione : la torcia si staccò dalla parete e restò in mano al muratore, che la agitava trionfante come fosse stata una clava:
" Questa è mia....vi prego, fatemela tenere..."
Federica e Virgilio si guardarono per un attimo, poi scoppiarono a ridere. Tonino sembrava proprio un uomo delle caverne, tutto sudato, con la tuta ed il viso sporco di fango e quella cosa in mano. Il muratore si accorse di aver esagerato con l'entusiasmo e ridiventò serio:
" Va bene, adesso questa la poso per terra... dobbiamo andare ancora avanti perché vi devo fare vedere una cosa.."
" Allora ti eri spinto fin quaggiù da solo...Tonì, sei proprio un incosciente ! E come mai, poi, non hai visto la torcia ? "
" Perché avevo sentito un rumore che mi aveva incuriosito....e se state zitti per un attimo, lo riuscirete a sentire anche voi .."
L' uomo aveva ragione. In lontananza si udiva un fruscio, sordo e caratteristico.
" Acqua ! " - esclamò Virgilio - " ..l'avevo detto che questa era una condotta d'acqua..." Si girò un attimo su se stesso alzando la testa al soffitto, come per raccapezzarsi sulla loro posizione : " E guardate che potrebbe tranquillamente essere la torrentella....magari più a monte ha incontrato un buco e si è infilata sotto terra..."
" Oppure ce l' hanno infilata...." proseguì Tonino, con un espressione da saputello che fece incuriosire ancor più Virgilio. Li interruppe spazientita Federica :
" Insomma, la volete smettere di chiacchierare ? Facciamo prima ad andare a vedere di che cosa si tratta... "
Il gruppo si ricompose e riprese il cammino. Percorsero un'altra trentina di metri in rettilineo, poi la condotta fece una piccola curva in leggera salita. Lungo il percorso trovarono altre due torce, una delle quali era molto meglio mantenuta delle altre : lungo il dorso del cono di bronzo si intuivano i segni di una lavorazione artigianale, forse dei decori. Non approfondirono l'esame, lasciando gli attrezzi al loro posto e proseguirono in direzione del rumore d'acqua, guidati da Tonino.
Quel viaggio nelle viscere della terra, al buio e verso l'ignoto aveva fatto perdere la cognizione del tempo. I tre camminavano in silenzio, inseguendo le loro ombre allungate sulla ruvida parete della galleria millenaria, come guidati da un personale sogno infantile fatto di magie, tesori sepolti e viaggi nel tempo. Il silenzio spettrale era interrotto soltanto dai fasci di luce, dal rumore delle scarpe su un terreno sempre più umido e dal fruscio dell'acqua, sempre più vicino.
Il cammino si interruppe bruscamente davanti ad un gigantesco masso di granito che ostruiva completamente la galleria. In basso, ad un lato del masso, una piccola pozzetta d'acqua segnalava l'umidità, ma niente altro. Un po deluso Virgilio fece all'amico :
" Beh...? E allora, quest'acqua..? "
" L'acqua c'è, sicuramente, da qualche parte qui attorno.. basta ascoltare.." rispose Tonino, un po impermalosito.
" Scusa Tonì, hai ragione. " - Virgilio non riusciva a nascondere la sua delusione, la bolla di sapone nella sua mente era scoppiata all'improvviso - "E' una grande scoperta..bravo. Ma ora è meglio tornare indietro. Dobbiamo recuperare le torce e sopratutto fare il punto della situazione."
" Giusto.. - assentì Federica, che cominciava a sentirsi davvero stanca - torneremo qui più attrezzati, magari con una bussola o qualcosa che ci dia delle coordinate esatte. Quasi certamente in superficie deve esserci un'altra apertura verso la caverna....magari dall'altra parte del masso. "
Virgilio approvò subito l'idea :
" E vero ! Può darsi che il primo cunicolo sia una specie di uscita di sicurezza. Credo proprio che tu abbia ragione, Federica. Brava! "
Si avvicinò alla donna baciandola con slancio. Tonino stette a guardarli per un attimo, poi tagliò corto :
" Va bene, va bene, ora però è davvero ora di tornare. Sapete che siamo giù da quasi un'ora e mezza ? "
Così i tre presero la via del ritorno. A passi spediti ripercorsero il cammino fatto, fermandosi due volte per recuperare le torce ancora infilate nella parete. Quella meglio conservata si tolse dalla sua sede senza nemmeno forzare. Virgilio la osservò contento e la ripose con delicatezza nella borsa che aveva con se. Finalmente furono sotto la botola di legno, dentro la capanna per gli attrezzi. Il sole che entrava tra le fessure del tetto di lamiera li accecò per un attimo, dopo tanto buio. Virgilio aprì con prudenza la porta del capanno, poi fece cenno agli altri due che la via era libera. Tornati all' aperto rimasero per un pò fermi al sole, per permettere al calore di acsiugare l'umido della grotta, poi aprirono il frigo portatile e brindarono con birra fresca e un gigantesco pacchetto di patatine fritte. Mangiavano, bevevano ed erano contenti : il tesoro barbaro forse era più vicino. Non sapevano ancora come, ma intuivano tutti e tre che l'avventura stava per concludersi con una scoperta clamorosa.
5
L' aver trovato la nuova galleria fermò per qualche giorno le operazioni di ricerca. L'idea era quella innanzi tutto di cercare, in corrispondenza della condotta d'acqua sotterranea, dei segni sul terreno circostante il casale che ne denunciassero la presenza. Sarebbe stato certo tutto più facile se avessero potuto avvalersi dell'opera di qualche esperto geologo che, con gli strumenti opportuni, sarebbe certo riuscito a trovare il punto giusto. Ma era pericoloso mettere in mezzo altra gente : meno si era a sapere meglio sarebbe stato all