Se stai male, stai male dovunque, comunque e con chiunque. Disagio è una parola ambigua, una di quelle foglie di fico con cui la società copre pudicamente ciò che non sa, non può o non vuole capire. Per questa sua ambiguità è appunto un termine molto utilizzato nel lessico comune, per indicare una qualsiasi anomalia rispetto ad uno standard riconosciuto come modello. Così si parla di disagio psichico, di disagio minorile, o abitativo o anche tecnologico. Potremmo continuare all'infinito ma non serve. Il disagio in sè, insomma, vuol dire tutto o niente, è diventato un aggettivo un po' inquietante da tirare fuori per richiamare l'attenzione. Oppure per voltare lo sguardo da un'altra parte : eccola, la solita noiosa pubblicità-progresso.

C'è la civiltà degli spot, dei deodoranti e dei mulini bianchi, dove tutti sono belli, ricchi e felici. In questa, per quanto possiate affannarvi a cercarlo, il disagio non lo troverete mai. Perchè fa poco auditel. Perchè gli sponsor non lo pagano. Quando se ne deve parlare sul serio, i media non sanno mai rimanere in equilibrio e ondeggiano paurosamente dal pietismo peloso alla spettacolarizzazione del diverso, dell'handicappato, dell'escluso pluridisagiato di turno. Così il pubblico si ferma per guardare il mostro, come fa per la strada rallentando a guardare l'incidente.

Quante volte, dite la verità, avete cambiato canale davanti al racconto di una esperienza reale difficile, una storia di disagio, appunto, e vi siete rilassati subito dopo gustando un film pieno di assassini, di droga, di sangue e violenza. Ciò che un attimo prima da fastidio, una volta trasfigurato e sublimato dalla fiction viene invece accettato, metabolizzato con grande facilità da un pubblico vastissimo. Cinema, tvmovies, serial e soap sono densi di fuggitivi e di poliziotti, di drogati e di assassini, di perseguitati e persecutori, di vittime e carnefici. L'esemplificazione mediatica fatta racconto sembra non avere confini, così come potrebbe apparire, a un occhio poco attento, facile ed immediata la rappresentazione del disagio.

Sappiamo tutti che NON E' COSI'. Non sono poi così semplici da rappresentare e da spiegare il dolore, la solitudine, la MANCANZA di quei requisiti minimi in campo sociale, salutistico, culturale o economico che la società richiede per immergerti nell'anonimato senza marchiarti preventivamente, senza additarti all'attenzione altrui. Quando si fa a meno di dati reali e documentati si finisce con il pescare nei "luoghi comuni" e così accade che a danno si somma danno, che invece di diffondere informazione e solidarietà umana si finisce con il nutrire, ben che vada, soltanto la curiosità morbosa dei classici "benpensanti".

Tragiche vicende umane, riportate e già tasfigurate dai giornali, sono di regola il serbatoio cui attinge il cinema e la tv. Un archivio non sempre rigoroso, quanto a quantità e sopratutto a qualità dei dati di riferimento. I colori della realtà non sono mai soltanto il bianco e il nero, così come non esistono il male e il bene assoluti. La realtà del disagio, cui nessuno si sottrae, è piuttosto una serie indefinibile di ombre, che hanno prò una loro precisa luce. Occorre cercarla, con pazienza ed umiltà, senza scorciatoie, se davvero si vuole raccontare una storia vera. Noi vogliamo aiutarvi a farlo.