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Michael
Winterbottom : l’eclettico
predicatore umanistico del nuovo cinema d’avanguardia Inglese
Di
Francesco Olivieri
Nel 1983 l’ inglese
Michael Winterbottom inizia la sua brillante e alquanto versatile carriera
da regista, mettendosi al timone insieme ad altri suoi stimati colleghi di
diverse serie televisive fra le quali “Dramarama”, un serial
fantascientifico, andato in onda dal 1983 fino al 1989, che era
incentrato su drammi e problemi esistenziali del periodo
dell’infanzia, “Boon”, situation Comedy incline al dramma, andata in
onda dal 1986 al 1992, sull’amicizia
conflittuale fra due anziani ex pompieri alla ricerca di un posto di
lavoro fisso nella vecchia Inghilterra. Nel 1989 il regista dirige il suo primo film per la
televisione dal titolo “Rosie The Great”, intenso e problematico
dramma familiare. Nel 1990 firma per il grande schermo il suo primo vero
lungometraggio “Forget About Me”, delicata commedia romantica su due
giovani soldati inglesi che si innamorano entrambi di una affascinante
ragazza ungherese incontrata per caso alla vigilia di un concerto dei
Simple Minds.
Winterbottom continua
con successo la proficua gavetta in patria e partecipa a serial di vario
genere : dal 1991 al 1994 “Alleyn Mysteries”, un bizzarro serial fanta
horror che narra di vicende bizzarre e soprannaturali all’interno di pub
e bar inglesi. Nel 1992 dirige l’epico serial fantascientifico “I
Predatori del Tempo”. In
quello stesso anno, il regista firma il suo secondo film per il mercato
televisivo dal titolo “Sotto il sole”. Nel 1993 gli viene proposto di
dirigere, sempre per la tv, un singolare film di scuola drammatica con
vaghi echi narrativi e richiami stilistici alla fosca moda del noir
tradizionale, dal titolo “Love Lies Bleeding”. La trama è pressappoco
la seguente : un brutale assassino di Belfast che ha ventiquattro ore di
permesso prima di tornare in prigione, cerca di utilizzarle per vendicare
anche a rischio della propria vita la sua fidanzata.
Sempre nel 93
Winterbottom torna alla fiction poliziesca pura e semplice firmando uno
dei migliori episodi della serie inglese “Cracker”, andata in onda nel
Regno Unito fra il 1993 ed 1995. Nel 1994 il regista
dirige quindi il suo ultimo film per il piccolo schermo, un
lungometraggio diviso in ben quattro atti, sulla condizione esistenziale
delle giovani coppie con figli in quel di Dublino dal titolo “Family”,
tratto da un racconto di impronta ovviamente minimalista dello scrittore
irlandese Roddy Doyle, graffiante e sensibile autore della condizione
sociale della sua gente (“The Commitments”, “The Shapper”, “Due
sulla strada”, “Quando Brandon Incontra Trudy”).
Nel 1995 Winterbottom,
ormai navigato cineasta del piccolo schermo,
tenta il gran salto nel cinema con un road movie violento,
viscerale e post femminista dal suggestivo
titolo di “Butterfly Kiss”. Un film crudo e coraggioso. Un noir
freddo e serrato che racconta senza mezzi termini il macabro
pellegrinaggio interiore e nichilista di due anime
confuse e perdute, due
ragazze inglesi entrambe omosessuali che sfidano con macabro umorismo e
selvaggio romanticismo la cultura un po’ bigotta mortale del popolo
britannico regalandoci una storia d’amore oltre i limiti della passione.
Una storia aspra e forte dove uccidere vuol dire essere e amare gli altri
e dove invece non farlo vuol dire essere i veri criminali.
Davvero straordinarie per intensità interpretativa Amanda Plummer
(“La Leggenda del Re Pescatore”)
e Saskia Reveers. Nel 1996 il volitivo regista ci riprova con il
drammatico “Go Now”, una toccante love story in ambiente operaio che
in certi ironici slanci narrativi come
per alcune pause più
psicologiche e profonde strizza più volte l’occhio alle atmosfere
quotidiane e neo realiste del
cinema verità di Ken Loach,
basti pensare a pellicole come per esempio (“Riff Raff”, “Piovono
Pietre”, “Paul, Mick e gli Altri” e “My Name is Joe”) .
Per la prima volta
qui Winterbottom affronta il delicato tema della morte e della malattia
terminale con una leggerezza ed una partecipazione umana e sentimentale
quasi da fiaba, evitando con raffinata ed intellettuale destrezza la
trappola del pietismo e del pianto e regalando agli spettatori un accorato
e positivo ( in quanto oltretutto vero) ritratto della vita e della
sopravvivenza di un uomo qualunque rispetto alle più tragiche avversità
del tempo. Un sorprendente melodramma romantico sulla forza dell’amore
contro il dilemma sociale del dolore. Chiaramente è da ritenersi
superlativa la performance dell’attore Robert Carlyle nella parte del
provato, ma vitale protagonista.
Sempre nel 1996
Michael Winterbottom porta sul grande schermo il più bel melodramma
romantico del cinema inglese che io abbia mai visto, cioè “Jude”.
Una immortale e tormentata storia d’amore impossibile fra due
cugini, interpretata con grazia e carisma dagli eccezionali Christopher
Eccleston e Kate Winslet. Il film è un inno incondizionato alla forza
intramontabile dei sentimenti e dell’amore eterno al suo massimo livello
espressivo d’intensità cinematografica. La messa in scena è a dir poco
impeccabile ( scenografia, fotografia, costumi
ed una enfatica colonna sonora orchestrale d’ispirazione celtica,
contribuiscono a dare al film un avvolgente fascino da estraniamento
esotico) e la recitazione è
colta, elegante e misurata al punto giusto. Tuttavia il film conserva al
suo interno un tragico episodio narrativo (il suicidio dei figli dei
protagonisti) che il regista usa ad ogni modo come una feroce ammonizione
morale verso l’intolleranza dei popoli.
Dicendoci a chiare lettere e a voce alta
che se in fondo Dio decide di far innamorare perdutamente due
persone già legate da un vincolo di sangue, allora chi siamo noi mortali
osservatori per gridare allo scandalo se già il nostro padre celeste e
immortale lo ha provocato,
vedendo nella pratica dell’amore e della devozione reciproca la
salvezza e la purezza per la redenzione sociale
di queste due anime.
Il film è a tutti gli effetti il più grande
capolavoro sovversivo e romantico
del cinema britannico contemporaneo. Attraverso questo film esemplare
Winterbottom ci descrive
con arguzia e innata maestria una apologia romantica e letteraria
di prima grandezza, dove usa la poesia, il sentimento, l’amore, il
sesso, il tradimento, la cultura, la morte e la tragedia, nonché la
redenzione umana dei sensi e delle emozioni naturali come simbolo e come
teatro cinematografico per esprimere visivamente il suo difficile e
multiplo verdetto sul labirinto misterioso del cuore e della ragione
umana. Nel 1997 con il film documentaristico sospeso fra finzione
cinematografica e realismo bellico e politico “Benvenuti a Sarajevo”,
il cinema di Michael Winterbottom punta severamente il dito contro il mal
costume europeo della guerra in Bosnia, facendo affiorare la dolorosa
cronaca attraverso vicende umane professionali di una troupe televisiva
segnata dalla atroce assurdità degli avvenimenti. Nel 1998 Winterbottom
dirige senza dubbio la sua opera a tutt’oggi meno riuscita “I Want You”,
un drammatico e tragico noir sul potere malinconico della seduzione e
dell’inganno. Il film è prima di qualsiasi altra cosa una lucida ed
acida incursione narrativa e metaforica nei territori classici del giallo
torbido ed ambiguo. La funzionale coppia di attori formata da Rachel Weitz (“La Mummia”) e Alessandro Nivola (“Lauriel
Canyon”), risulta essere credibile nel complesso. Soprattutto la Weitz
se la cava piuttosto bene a vestire i succinti panni della dark lady
tormentata.
Purtroppo però solo
questo non basta a far risaltare di luce propria una trama esile e
risaputa che scava anche se con intelligente perizia cinefila nel barile
del già visto, e difatti il film in Italia è stato diffuso solo
attraverso il mercato home video, forse in conseguenza del suo scarso e
altalenante successo in patria. Poi
ancora una volta questo imprevedibile regista cambia decisamente direzione
e dal film di denuncia passa alla commedia sentimentale nel 1999, quando
dirige in patria “With or Without You”, la storia tenera e commovente
di una giovane coppia che cerca in tutti i modi di avere un figlio per
dimostrasi reciprocamente il proprio incondizionato amore reciproco.
Una travolgente e travagliata sarabanda sentimentale fra i sorrisi
e le lacrime per esaminare al microscopio della macchina da presa il folle
e molto spesso machiavellico e indecifrabile universo di un solido
rapporto di coppia.
Dello stesso anno è
anche l’agrodolce “Wonderland”, il ritratto minimalista che
Winterbottom fa della tipica famiglia inglese, testimone della fine degli
anni Novanta e dunque radiografia cinematografica dei malesseri e dei
risultati di quel decennio, con commenti e sensibili riflessioni sulla recente
metamorfosi familiare e sociale del popolo anglosassone. In alcune cose il
film ricorda lo splendido “Segreti e Bugie” di Mike Leigh. Con
l’affacciarsi del terzo millennio, anche l’estro enfatico e ribelle di
Michael Winterbottom devia nuovamente il suo assai volubile interesse
cinematografico su nuovi orizzonti narrativi e psicologici, dando cosi
vita proprio nell’anno 2000 all’epico affresco hollywoodiano, ma con
cuore indipendente “Le bianche tracce della vita” , una appassionante
epopea western sul senso della vita, del coraggio e della famiglia. Il
cast del film proviene ovviamente dagli ambienti più disparati : Wes
Bentley (“American Beauty”), Sarah Polley (“Last Night”), Peter
Mullan (“Orphans”), Milla Jovovich (“Il Quinto Elemento”) e
Nastassja Kinski (“Paris Texas”). Paradossalmente questi attori messi
tutti quanti insieme uno di fronte all’altro sembrano non avere nulla in
comune, eccetto forse una cosa : non sono dei volti da Majors. Il loro
successo artistico infatti deriva in parte dal loro fiuto nello scegliere
progetti e nella loro carica nel condurli dall’inizio alla fine alla
vittoria. Forse dunque è
proprio a causa di questo loro acerbo ed orgogliosamente ostentato
anticonformismo da star che il geniale ed astuto Michael Winterbottom lì
ha riuniti per farli duellare in bravura
in questa sua grande
storia d’America sulla febbre dell’oro e delle passioni, del
riscatto, della
nascita degli eroi e del futuro, oppure del passato degli antieroi. Un
film leggendario, oscuro ed incompreso di grande effetto visivo e dalla
storia trascinante che si divide egregiamente fra il dramma,
l’avventura, la storia e la riflessione sulla società e su i misteriosi
destini dell’umanità intera.
Nel
2002 il regista decide di
lanciarsi ancora esausto ma felice
in un nuovo progetto, una commedia musicale caustica e dalle atmosfere al
vetriolo dal titolo “24 hour party people”, ovvero una esuberante
satira di costume sulla narcotica e cinica società televisiva di
Manchester qui posta in netta rivalità speculativa contro la cannibale ed
ipocrita industria musicale che uccide i miti per fare soldi su canzoni ed
ideali sonori di carta pesta. Il tutto condotto con garbo e humour nero e
proverbiali dosi di sarcasmo dall’alta classe. Il film risulta essere a
tutti gli effetti un gioioso tripudio di luci, colori suoni e
intelligenza. Gli attori sono logicamente tutti rigorosamente in stato di
grazia anche perché il loro rilassato divertimento si avverte fin dalle
prime battute ed impressioni sul loro modo interpretativo di interagire
con il clima da festa del set e l’anima allegorica e frizzante dei loro
paradossali personaggi
“normali”. Un film dove
la colonna sonora è il tessuto connettivo della trama, l’itinerario
storico della vicenda e il messaggio finale del film. Un opera
cinematografica dal viscerale stile pop, dove le note solo l’unica vera
anima della pellicola e della ribellione narrata in essa.
Anche qui come avvenne già per “Benvenuti a Sarajevo”, la
filosofia empatica del docufiction rende il film un esercizio sperimentale
dalla forbita e furba percezione e innovazione narrativa. Girato quasi
interamente con tecnologia digitale, questo simpatico film d’acuto
intrattenimento comunica al pubblico in un attimo e per di più sotto
forma visionaria il messaggio centrale del regista, ovvero che per
esistere bisogna amare quello che si fa e che si è e bisogna cercare di
resistere davanti ai problemi in segno di progresso evolutivo ed
intellettuale della a volte pigra e nullafacente razza umana. In
conclusione almeno per questo film, una menzione d’onore va sicuramente
riconosciuta all’energia trascinante che trasmette il grandioso ed
incontenibile Steve Coogan nella magica parte dell’incontrastato
protagonista. Il cinema comune del prolifico Winterbottom è dunque sempre
alla ricerca espressiva di nuovi stimoli badando non tanto al livello
spettacolare delle storie raccontate, quanto invece
alla sostanziosa impronta
concettuale che la ricerca stessa trasfonde nelle storie ;
che esse vengano tradotte in un budget di alto o basso costo non
conta molto, la cosa essenziale è che non tradiscano di una virgola la
percezione visiva e contenutistica della storia.
Anzi a dirla tutta, ultimamente nelle opere di più odierna
produzione del regista, “Cose di Questo mondo” e “Codice 46”,
il suo stile cosi chiaro e lineare nel tracciare l’argomento e
cosi celebrale, ma essenziale nel mostrarlo sembra aver sposato lo stile
del “Dogma”. Nel primo degli ultimi due titoli citati - entrambe le
pellicole sono del 2002-03 - il regista adotta un stile asettico da
racconto verità, dove ci parla della guerra in Afghanistan e della
vicenda personale di una coppia di inglesi che fugge dal conflitto per
rientrare in patria, rievocando durante il viaggio in auto tutte le brutte
esperienze e i crudi ricordi del caso. Un film on the road che ci riporta
con la mente al suo esordio, ma che questa volta è più un flusso di
coscienza, educato e veduto come film, che un film vero e proprio. Quasi
una testimonianza filmica di quanto in fondo il messaggio forte del film
non abbia bisogno di tecnica estetico-narrativa per essere considerato
arte, ma soltanto di una telecamera che lo riprenda nella discussione e
visione del mondo esterno, ma la cui bellezza
naturale già è un ornamento più che sufficiente per essere
cinema. Infine con “Codice 46”, Michael Winterbottom si misura con la
fantascienza veristica, raccontando con un asciutto realismo di forma,
l’evoluzione “prigione” della nostra specie che è talmente incapace
di dire no alla tecnologia da diventarne prima madre e poi schiava. Il
film racconta la storia d’amore fra il maturo e
responsabile agente assicurativo
William Gel (Tim Robbins “Synapse – Pericolo in rete”)
e la giovane, romantica
e ribelle Maria Gonzales (Samantha Morton
vista in “Minority Report”). Entrambi lavorano per “La
Sfinge”, una compagnia di assicurazioni che ha il compito di regolare
l’ingresso in città degli stranieri, selezionati con criteri genetici e
di assenza assoluta di difetti patologici. Coloro che non possiedono
tali requisiti o infrangono le
regole verranno banditi e isolati all’esterno proprio come i
barbari ai tempi dell’antica Roma.
William e Maria
scoprono ovviamente di amarsi e questo condiziona il loro giudizio ed il
loro senso di giustizia nei riguardi dell’azienda per cui lavorano,
William è capace di leggere nel pensiero ed è lì per smascherare la
talpa che fornisce illegalmente i permessi ai clandestini per vivere e
spostarsi in città, ma
quando scopre che la colpevole e proprio la ragazza di cui si è
follemente innamorato le cose iniziano a complicarsi ulteriormente.
Oltretutto Maria ancor prima di incontrare William lo aveva visto nei suoi
sogni premonitori come l’uomo che gli avrebbe cambiato la vita. Il
sistema naturalmente farà di tutto per ostacolare il loro sentimento
fuorilegge. Il film è molto interessante perché mira più alle atmosfere
futuriste che ai gadget. La
pellicola è sicuramente debitrice nella sua ideologia razzista sulla
manipolazione genetica
a pellicole antecedenti come “L’uomo che fuggi dal Futuro”,
primo lungometraggio di chiave più sperimentale e spartana di George
Lucas, “Gattaca” di
Andrew Nicool, oppure “Il sesto giorno” di
Roger Spottiswoode, ma
altri sicuri e colti richiami
al cinema fantascientifico dell’elite del passato
sono sicuramente rappresentati
dalla Shangai del futuro rubata e riproposta in versione naif e non
più post atomica e decadente dall’’universo malato ed urbanamente
violento di “Blade Runner, citato
anche in alcuni oggetti di uso quotidiano all’interno di “Codice 46”
(video diari, video agende ect) e logicamente pure nella clandestina love
story fra il cacciatore e la sua preda. Altra pellicola d’indubbia
ispirazione per il film è certamente stata
per le sue incursioni da viaggio metafisico
“Fino alla fine del Mondo” di Wim Wenders, per poi non parlare
della città prigione di “1997 Fuga da New York” di John Carpenter.
Citazioni a parte, il
film è abile nel non farle prevalere sull’originale atmosfera fra il
thriller, la fantascienza, il dramma sociologico ed il film romantico.
Addirittura per certi climi futuristici si ha come l’impressione di
trovarsi ai confini del mondo in un film quasi indiano, dove la suddetta
megalopoli è una Calcutta asettica, malinconica e post tecnologica, dove
un grande fratello super tecnologico quasi divino e
onnisciente controlla e decide il destino dei suoi abitanti,
spargendo cosi nel film una cupa critica morale ai danni del progresso
tecnologico : attenzione a non fare evolvere troppo le macchine, tanto da
renderle capaci di toglierci anche il libero arbitrio delle nostre scelte
e della nostra più intima memoria. Infine è curioso anche notare come in
questo film il regista veda il tema del virus come uno strumento di
conoscenza e di accrescimento intellettuale (i personaggi possono
contrarre dei virus per prendere possesso di facoltà soprannaturali come
parlare un’altra lingua, perdere la memoria, frenare
le proprie pulsioni sessuali e cosi via. In ultima analisi questo
film è il ritratto meditativo e medianico di un genere di fantascienza
all’antica che sfrutta saggiamente lo scenario del futuribile per
raccontare una vicenda non certo epica (“Star Trek” e “Star Wars”)
nel senso romanzesco del termine, ma sicuramente epica nel messaggio
educativo che ne viene fuori. Gli attori sono assolutamente in parte, Tim
Robbins ricorda un po’ il look degli anti eroi compassati degli anni 30
e 40, uomini qualunque il cui carisma derivava dall’ imprevista
necessità di sopravvivere alla situazione.
L’unica nota stonata del film, non tanto per recitazione che è
impeccabile, quanto in termini di immagine femminile e anche erotica è
Samantha Morton, una donna dal viso angelico di una bambina che si adatta
perfettamente nel ruolo di protetta, ma risulta invece meno credibile in
quello di seduttrice.
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Identità
violate - lo scenario moderno di un giallo di routine
Di
Francesco Olivieri
Identità Violate ,
il nuovo film diretto dal regista televisivo
JD Caruso (“Smallville” “The Strip”), fra l’altro già
autore dell’interessante noir metropolitano “Salton Sea, ”, può
essere tranquillamente definito a tutti gli effetti un onesto thriller
gotico di stampo classico. La trama intanto è piuttosto convenzionale :
ci troviamo a Montreal in Canada, dove
uno spietato serial killer che dopo aver torturato e ucciso le sue
vittime ne assume le identità e
comincia a seminare il panico fra i cittadini. La polizia ovviamente
brancola nel buio e cosi il capo del dipartimento chiede aiuto ad una sua
vecchia pupilla dell’ F.B.I. , la bella, energica e sensuale Ileana
Scott, specializzata nella psicologia criminale e nell’esaminare
attentamente la scena del delitto di ogni singolo omicidio. L’arrivo
della ragazza alla stazione di polizia viene accolto assai freddamente
dagli altri poliziotti del distretto che la reputano solamente un intrusa.
Ma gli omicidi in città continuano ad un ritmo impressionante, e ancora
nessuno riesce a scoprire l’identità di questo feroce assassino che si
aggira a piede libero per le strade della città come un lupo impazzito e
violento. Poi un giorno si presenta all’improvviso
alla centrale di Polizia un giovane, un timido ed inoffensivo
pittore di origini scozzesi e di nome James Costa, che dice di essere in
grado di riconoscere il killer, avendolo visto in faccia dopo aver cercato
di soccorrere una delle sue vittime.
Cosi il giovane realizza un ritratto del killer che la polizia
inizia a far circolare nella speranza di ottenere ulteriori informazioni
per risolvere un caso che a dirla tutta sembra sempre più contorto.
L’indagine pare essere davvero a un punto morto, ma poi uno dei
poliziotti della centrare si ricorda di una vecchia signora di nome
Heather Asher che proprio il giorno del ritrovamento del primo omicidio si
era recata in centrale completamente in stato di shock poiché era sicura
di aver visto il figlio morto diciannove anni prima, e da lei stessa
ritenuto seriamente pericoloso Cosi
Illeana va a parlare con la donna, che le racconta la struggente storia
dei suoi due bellissimi figli, Martin e Reese. La donna racconta ad
Illeana del forte attaccamento fra suoi due ragazzi e di come un tragico
incidente in montagna avesse spezzato la vita del suo prediletto Reese e
avesse invece condotto il più fragile e introverso Martin alla pazzia.
Durante la conversazione Ileana nota con la coda dell’occhio una porta
segreta dietro la libreria. Decide di indagare, e dopo essersi congedata torna alla stazione di polizia e
parla con il suo capo, invitandolo a mettere sotto protezione l’anziana
signora spostandola dalla sua abitazione in un albergo. Ileana spiega che
l’identità del killer che stanno cercando di catturare ad ogni costo
potrebbe essere proprio quella del disturbato Martin Asher, di cui lei
traccia un profilo psicologico tutt’altro che consolatorio a diretto
beneficio dei colleghi. A suo parere Martin tortura, uccide e assume alla
fine l’identità e il tenore di vita di gente che secondo lui ha avuto
più fortuna col destino e grazie alla quale egli potrà in certo qual
modo riabilitare la sua infanzia infelice.
Dunque una volta
giunta a tale conclusione la ragazza volendo a tutti i costi assecondare
il proprio infallibile istinto da detective
chiede al commissario il permesso non ufficiale di recasi
nuovamente all’interno della residenza
degli Asher al fine di poterla ispezionare da cima a fondo nella speranza
di recuperare qualche indizio importante. Ha visto giusto purtroppo :
nella cantina viene riesumato, con grande orrore della giovane detective,
proprio il cadavere del fratello maggiore di Martin Asher. Nel frattempo
la polizia viene contattata dal giovane pittore James Costa a casa del
quale sembra che il killer abbia fatto visita durante una sua pausa di
lavoro, mentre lui era andato a prendersi un caffè in
un bar, tanto cosi per rilassarsi. Asher
sarebbe entrato di soppiatto nel suo appartamento e gli avrebbe
messo sotto sopra l’intero
studio per sfogare in qualche modo la sua ira. Successivamente la polizia
scopre che una delle identità fittizie potrebbe appartenere ad uno dei
clienti di Costa che gli aveva dato precedentemente appuntamento in locale
notturno. Così i nostri eroi si recano sul luogo nella speranza di
beccare finalmente il loro uomo, ma niente da fare : Asher,
che probabilmente ha fiutato qualcosa, non si presenta
all’appuntamento e il piano della polizIa va miseramente in fumo ancor
prima di cominciare. Arriva finalmente il giorno della mostra di Costa e
nel corso del ricevimento alla galleria d’arte, Illeana identifica fra
gli invitati nascosto dell’ombra proprio Asher. E
cosi dopo aver sventato una sua aggressione ai danni del pittore,
la detective comincia ad inseguirlo con gli altri agenti della sua squadra
nel bel mezzo della folla, ma l’uomo riesce per miracolo a sparire nel
nulla approfittando della confusione e del panico generale.
Il capo della
polizia, a questo punto seriamente preoccupato per l’incolumità di
Costa, ordina ai suoi uomini di scortare il prezioso
testimone all’aeroporto, visto che il dipartimento lo farà
partire per la Spagna allo scopo di proteggerlo nel migliore dei modi. Ma
la mattina della partenza Asher va a trovare Costa in albergo dove lo
aggredisce violentemente, poi fugge con lui in macchina, ma Illeana parte
coraggiosamente all’inseguimento del pericoloso criminale nel temerario
tentativo di salvare da morte certa il suo testimone. L’inseguimento
termina quando l’auto di Asher ha uno spaventoso incidente dal quale
sopravive pur ferito solamente James e muore invece carbonizzato
nell’esplosione Asher. Il caso sembra essersi dunque risolto nel
migliore dei possibili. Quella notte stessa James e Illeana si lasciano
sopraffare dalla passione e finiscono a letto insieme. Il giorno seguente,
proprio a causa della loro eccessiva eccitazione e della notte turbolenta,
James è costretto a recarsi di nuovo in infermeria per farsi ricucire i
punti. In quello stesso momento è arrivata alla polizia anche la vecchia
Heather Asher chiamata per identificare il corpo di Martin. Dopo la sua
testimonianza, la donna rientra in ascensore dove trova ad accoglierla
proprio James Costa che scopriamo essere in realtà, Martin Asher : il
ragazzo preso dalla collera verso sua
madre, la uccide senza la minima piena sotto gli occhi di una
incredula Illeana che scopre cosi la vera identità della sua ferocissima
preda.
Dopo aver ucciso la
madre James riesce a scappare di nuovo e prende il treno. Intanto la
polizia scopre che l’uomo che prima si credeva essere il pericoloso
pluriomicida era in realtà un certo Cristopher Hart, astuto
e ricco mercante d’arte per il quale Asher realizzava quadri
contraffatti di opere famose. Martin aveva evidentemente deciso di
appropriarsi del patrimonio del mercante e per questo stava cercando di
farlo incriminare al suo posto per toglierlo di mezzo. Illeana è talmente
sconvolta da tutte queste rivelazioni da farsi crollare i nervi e
cosi l’ F.B.I., non contenta del suo modo di gestire le indagini, si
trova costretta a malincuore a sospenderla dall’incarico. Sette mesi più
tardi ritroviamo la ragazza nella sua casa in Pensylvania, in doce attesa
di ben due gemelli proprio dal suo nemico. Ma in realtà è tutta una
finzione messa in atto da Illeana per far uscire Martin allo scoperto :
l’impresa riesce e lei finalmente
lo uccide riguadagnando anche la fiducia dei suoi capi.
Fin qui la storia,
che io ho trovato buona, ma non troppo originale in quanto
schiava di uno scherma cinematografico e narrativo già visto
troppe volte sul grande schermo, anche
se condotto indubbiamente con
un mestiere ed una
presenza registica di tutto rispetto. Un thrilller psicologico ad
alta tensione emotiva, annegata però
in un copione dove le svolte e i colpi scena si rifanno troppo
spesso all’insinuante legge dello stereotipo. Angelina Jolie, anche se
adatta e convincente nei panni molto maschili della cupa e grintosa
protagonista ( che viene infatti definita una “strega” dai suoi compagni a
causa delle sue indubbie capacità sensitive per risolvere un intricato
caso di omicidio), riesce però a mostrare agli spettatori anche una
Ileana molto femminile,
fragile nella sua forzata solitudine, romantica e assolutamente
consapevole dell’intimo desiderio di una vita “normale” .
Illeana vive in una
casa le cui pareti sono tappezzate dai volti e dalle immagini dei lugubri
scenari dei tanti omicidi su quali indaga. Ethan Hawke, al contrario pur
essendo molto convincente in senso
accademico nel doppio ruolo di vittima e di
preda, non mi sembra del tutto a suo agio in questo genere di
storia, dove il suo personaggio pare piuttosto un collage cinematografico
di molti ruoli similari (il “classico” psicopatico) più che possedere
effettivamente una personalità originale e ben delineata. Alla fine
infatti sembra quasi che l’attore ci regali un’interpretazione buona
nella forma, ma di “servizio” per ciò che riguarda la autentica
partecipazione artistica. Stessa sensazione mi viene a pelle anche dalla
veterana Gena Rowlands, imprigionata nel ruolo di una madre affetta dagli
incubi di un tragico passato
pieno di colpe e di rimpianti. Altro
attore superfluo, ma bravo, Kiefer Sutherland, presente nel film in un
risibile ma decisivo cameo di pochi minuti, dove nonostante le sue grandi
capacità istrioniche non ha purtroppo molto spazio per muoversi come
meriterebbe. Cosi le migliori
performaces oltre a quella della Jolie vengono senz’altro da due rodati
volti d’oltralpe, che sono rispettivamente : Takeky Karyo, il capo della
polizia, e Olivier Martinez, il rude agente Pasquette. Infine volendo dire
qualcosa sull’atmosfera macabra e dark del film, saltano subito
all’occhio due scene in particolar modo : la prima è certamente
quella dove la protagonista ci viene presentata per la prima volta
mentre sembra che dorma dentro una fossa tombale per ispezionare la
scena del delitto; la seconda
è invece quella, a mio avviso inutile,
dove lei e Ethan Hawke fanno sesso i mezzo alla sua camera da letto
completamente invasa dalle raccapriccianti fotografie dei vari delitti.
La fotografia gelida, gotica e
notturna, ma anche col qualcosa di vagamente soprannaturale e sinistro
ricorda le intensità cromatiche del serial di culto “X- Files”. In
conclusione la colonna sonora è firmata da Philip Glass, compositore di
moda visto che sono sempre sue le musiche di “Secret Window”, altro
esempio da accomunare allo stesso genere
che è ancora nostre
sale. Insomma, un film godibile e di discreta fattura anche troppo
studiato e prevedibile per chi è
un esperto del genere.
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DAVID
KOEPP : MAESTRO DELLA
PARANOIA E DEL DISAGIO ESISTENZIALE DEI DIVERSI
Di
Francesco Olivieri
L’universo
caotico e affascinate dello
sceneggiatore e regista David Koepp è sempre stato fortemente
caratterizzato da storie del brivido basate sulle paure e le tentazioni
interiori del moderno e avveduto uomo medio americano, messo dal regista a
stretto contatto con i suoi più intimi fantasmi.
Nel 1990, Koepp scrive la sceneggiatura del primo incisivo successo
cinematografico del brillante regista statunitense Curtis Hanson (“La
mano sulla culla”, “L. A. Confidential” e “Wonder Boys”),
dall’intrigante titolo di “Cattive Compagnie”, un fosco e robusto
noir metropolitano sulla dura legge della giungla d’asfalto,
dell’istinto e della pericolosa
istigazione alle forze male. Il film interpretato da James Spader (“Stargate”)
e dal bello e dannato Rob Lowe (“Oxford University”) è un raffinato
atto d’accusa contro la corruzione dell’identità umana, lo strapotere
dell’immagine dei primi anni Novanta, che viaggia saldamente
sulla morale strada del peccato e della redenzione. Poi nel 1991,
David Koepp scrive la sceneggiatura per un drammatico action thriller
diretto da Donald Petrie Jr e intitolato “Toy Soldiers – Scuola di
eroi”. Nonostante però la presenza nel cast del giovane Sean Astin
(“I Goonies” e “Il Signore degli Anelli”) e di Louis Gossett Jr.
(“Ufficiale e Gentiluomo”) ,l’esile storia di un gruppo di ragazzi
ricchi che si improvvisano soldati per difendere la propria scuola da un
gruppo di agguerriti terroristi non appassiona malgrado gli sforzi,
risentendo purtroppo anche di una messa in scena molto televisiva che
quindi bada prevedibilmente molto più alla spettacolarità delle scene
d’azione che al realismo emotivo delle interpretazioni. Quindi nel 1992,
David Koepp scrive insieme a Martin Donovan (autore della fortunata sit.
Com “Alice”), il film
di Robert Zemeckis “La morte ti fa bella”). Una intelligente e
sarcastica favola nera sulla paura di invecchiare e di essere dimenticati
dal mondo che ci ha creati. Il film è retto sopratutto dalle ottime
interpretazioni di Meryl Steep, Goldie Hawn, Bruce Willis e l’avvenente
Isabella Rossellini che lo
rendono ancora oggi un autentico gioiello del cinema fantastico capace di
divertire, commuovere e far riflettere sul principio morale che la vita
eterna e la giovinezza non si trova tanto nell’ingannare la natura, ma
nel seguirla mantenendo puro non il corpo, ma bensì il cuore e la mente
di ogni individuo, sua unica
vera eredita immortale. In seguito la carriera da sceneggiatore di David
Koepp comincia davvero a decollare tanto che nel 1993, Steven Spielberg lo
chiama per affidargli personalmente la sceneggiatura di “Jurassick
Park”, basato sull’omonimo best seller di Michael Crichton, anche come
nel film precedente Koepp accentua con efficacia e grande senso dello
spettacolo al concento di non ingannare la natura per i propri interessi.
Il cast all stars (Sam Neill, Laura Dern, Jeff Goldblum) fa praticamente
tutto il resto, regalandoci
uno dei suoi primi copioni eroi al box office. In quello stesso anno,
quando è ancora preda del suo imprevedibile successo David Koepp firma
senza alcun dubbio il suo primo capolavoro “Carlito’s Way” per la
regia di Brian De Palma”, un classico e grintoso noir con venature
malinconiche ed analisi introspettive alla “Serpico”, non a caso il
protagonista e lo stesso, ovvero il fenomenale
Al Pacino, cane arrabbiato e stanco di quel cinema vecchia maniera che
fortunatamente non è ancora morto. Nel 1994 David Koepp è l’orgoglioso
autore di altre due sceneggiatura su commissione : la prima è “Cronisti
d’Assalto”, commedia drammatica con incursioni nel thrilller
sull’ambigua onnipotenza e fragilità del giornalismo americano, diretta
da Ron Howard ed interpretata con classe ed ironia da attori di pura razza
del calibro di Michael Keaton, Glenn Close e Robert Duvall. La seconda
invece purtroppo molto meno fortunata anche se veramente interessate e
quella per il film fantastico “L’Uomo Ombra” diretto dal regista
Russell Mulcahy (“Highlander – l’Ultimo Immortale”) e basato
questa volta sull’oscuro e inquietante
tema molto caro al mondo fumetti della doppia personalità che
tuttavia Koepp avrà comunque modo di esplorare a fondo con esiti molto più
felici anche in termini di botteghino grazie alla recente trilogia dei
film su “Spiderman”
diretta da quel genio di Sam Raimi (2002-2004-2006), che avrà l’intuito
di affidare gli script proprio nelle esperte mani di David
Koepp. Tornando nuovamente indietro nel tempo, nel 1996, David
Koepp, adatta per il pubblico del grande schermo la serie culto “Mission
Impossible” aggirandola con
uno stile narrativo e visivo avventuroso, ironico ed adrenalinico e
affidandola a quella vecchia
volpe di Brian De Palma che
grazie ad montaggio serrato e modaiolo la diventare in pochi anni una
degna concorrente della serie di 007, eleggendo Tom Cruise come primo
rivale in glamour di James Bond per le nuove generazioni di spettatori.
Poi ecco che proprio in quello stesso periodo, David Koepp essendo conscio
di essersi ormai fatto un nome di rilievo nel mondo del cinema Usa, decide
di esordire anche alla regia con l’entusiasmante film “Effetto
Blackout”, un asciutto thriller metafisico, con brillanti richiami
all’ horror e perfino al road movie
sulla natura selvaggia dell’uomo visto in situazioni limite. Il
film è raccontato in certo senso come una cupa rilettura in ambiente
urbano della celebre favola
per bambini di Cappuccetto rosso e racconta la singolare storia di un
gruppo di persone, tutte
quante residenti in piccolo e agiato quartiere di Los Angeles che a causa
di improvviso Blackout vengono riportate alle condizioni barbare dell’età
della pietra e devono sopravivere in mondo completamente impazzito perché
schivo della tecnologia e incapace di funzionare senza di essa, anche in
termini di legge ed ordine. Nel cast troviamo attori di scuola
dichiaratamente indipendente
come per esempio : Kyle MacLachlan (“Dune”), Elisabeth Shue (“Via da
Las Vegas”) e Dermot Mulroney (“Goodbye Lover”). Poi dopo questo
fortunato tentativo andato miracolosamente a buon fine con incoraggianti
risultati sia di pubblico che di critica, David Koepp abbandona
temporaneamente la macchia da
presa e torna solo a scrivere. Nel 1997 scrive per Steven Spielberg “Il
mondo Perduto”, ossia l’atto secondo del fortunato “Jurassick
Park”, questa volta però Koepp ne
valorizza l’aspetto comico e fumettistico e cita perfino “King
Kong” e “Gozillla”, spostando gran parte dell’azione dal parco dei
divertimenti situato su d’isola tropicale
ad una affollata metropoli. Il risultato finale della pellicola è
certamente originale e cinefilo, ma l’incasso è indubbiamente minore
rispetto al prototipo. Nel 1998, David Koepp firma per Brian De Palma, la
sceneggiatura del sorprendente poliziesco claustrofobico “Omicidio in
Diretta” con un viscerale e aggressivo Nicholas Cage ed un gelido e
risoluto Gary Sinise, un ironico e avvincente racconto all’antica sulla
corruzione sportiva e politica degli Stati Uniti che vedono e sentono
secondo la premiata ditta Koepp /De Palma, il loro paese proprio come uno
sport da vincere o perdere più che come una società da difendere e
migliorare nel tempo. Nel
1999, Koepp si sente finalmente pronto alla sua seconda fatica
in qualità di regista, lo scrivendo e dirigendo con sicurezza il
thriller sopranaturale “Echi Mortali”, interpretato da un convincente
Kevin Bacon, il film ha il neo di essere troppo simile al “Sesto
senso” ed ad “Haunting – Presenze” in alcune soluzioni sia visive
che drammaturghe, ma tuttavia il risulto finale è apprezzabile. Nel 2002,
David Koepp torna al tavolo e scrive l’efficace giallo classico “Panic
Room”, riproducendo come in “Omicidio in Diretta” un forte clima
claustrofobico, reso ancora più convincente dagli eccellenti ritratti
psicologici dei protagonisti in particolare di Jodie Foster, Kristen
Stewart e Forest Whitaker e poi potenziato da una serie di sequenze action
davvero spiazzanti. Infine, nel 2004, David Koepp scrive e dirige il suo
terzo ed estraniante lungometraggio da navigato cineasta di mestiere. Il
film in questione è “Secret Window”, meditativo thriller da
“Camera”, tratto da un racconto breve dell’osannato Stephen King
(“Finestra Segreta, Giardino Segreto”) e interpretato da Johnny Deep,
Maria Bello, Timothy Hutton e John Turturro. Il film è un solido e
paranoico incubo della psiche che racconta con rigore e suspence
hitchcockiana, il malessere esistenziale di uno scrittore di successo in
crisi. Il film pone maggiormente il
suo accento drammatico e malinconico
sul disagio del protagonista afflitto da un divorzio imminente
causato dalla perdita di figlio e dal suo ombroso carattere troppo
concentrato sulla fama e sulla gloria del proprio ego, per poter
salvare in tempo dalla rovina
i propri affetti famigliari e dall’accusa di plagio da parte di
suo diabolico collega in cerca di vendetta
che lo costringe volente o nolente a scendere a patti con gli
scheletri della propria esistenza. Il film è bel esercizio di stile, si
avvale di ottime interpretazioni e di crescendo di tensione secondo le
regole del gioco. Di fatto il
film ha sia la sua forza che il suo unico limite espressivo proprio
nell’isolamento del personaggio dove e ce lo ha insegnato proprio King
l’ispirazione può diventare una ossessione letale e pericolosa che può condurre allo sdoppiamento dell’anima
per sopravivere con rabbia al demone della più cruda e dolorosa
solitudine. (“Shining”,
“Misery non deve Morire”, “La
Meta Oscura”). Nel corpus delitti della pellicola inoltre la fanno da
padrone le musiche di Philip Glass (“The Hours”), le quali aggiungono
quel suggestivo tocco retrò che certamente non gusta. I guizzi visionari
vicini ad una poetica più
dark sono dati dalla filosofia del sonno
e dalla follia inizialmente assopita dentro il protagonista che tormentato
dalla propria odissea mentale sogna vedendo la casa della moglie, attimi
di intimità perduta, oppure
quando resta solo con se
stesso, ripensa a scomodi ricordi follia oppure ancora a terrori ancestrali che portano il suo divano in mezzo
all’oceano. Tutto questo mi riporta con la mente al recente cinema sperimentale di John Landis (“Amore all’Ultimo
morso” e “Delitto Imperfetto”), dove per mezzo di una macabra ironia
sotterranea, il formidabile regista sottolineava il vero incubo dei suoi
protagonisti. Anche qui fioccano fulminee battute sul furto di idee e
mezzi poco puliti per nasconderle (la scena della domestica che viene
aspramente rimproverata dal protagonista per aver insinuato che lui usa
pseudonimi per celare in suo
nome nei libri su tutte, il furto, il sospetto, la menzogna e il raggiro,
tutti sentimenti che il analizza sotto traccia attraverso il dialogo.
Da notare anche il fatto che il protagonista venga spesso colto
dallo spettatore in silenziosi monologhi con se stesso prima di agire
direttamente come autore degli eventi, e che debba alla fine addirittura sfruttare violentemente il
suo alter ego balbuziente ed ignorante per risolvere sia la sua
vita che una sua vecchia storia che poi altri non è che la proiezione
letteraria della sua tragica vita
attuale e della drastica e perversa direzione che lui stesso ha deciso di
dargli sotto le mentite e liberatorio spoglie del suo doppio). In
conclusione, David Koepp mi si riconferma con questo suo ultimo lavoro, un
prode antigiamo dei timori dell’uomo medio che raggiunge il suo apice
tanto come in questo caso, ma ancora meglio in “Spiderman”, quando
egli racconta senza mezzi
termini il lato epico e
oscuro degli esseri umani messi davanti
al deformante e accecante specchio
di una svolta radicale per il loro futuro. In sostanza questo per
definizione è un thriller
esoterico da camera sul potere demonico della mente umana, quando essa
viene spinta al limite da un
dramma familiare di origine quotidiana che il provato cuore del furente
protagonista decide di rendere segreto una volta rimosso nella vana
speranza che tale dolore possa lentamente sparire dalla memoria e dal
cuore (la finestra segreta del titolo in senso metaforico), venendo
sapientemente taciuto dalla vittima stessa.
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L’OPERA
TARANTINIANA
Di
Francesco Olivieri
La
brillante carriera cinematografica di Quentin Tarantino si aprì nel
lontano 1987, quando egli scrisse, interpretò e
diresse un piccolo film indipendente
dal titolo “Il Compleanno Del Mio Migliore Amico”, una tragica
commedia dagli inaspettati ed amari risvolti drammatici e parodistici, sui
tragicomici tentativi di uomo di sollevare il morale del suo migliore
amico durante il giorno del suo compleanno, dopo
che egli era stato inaspettatamente piantato in asso dalla sua
ufficiale fidanzata. Questo era un medio metraggio
che già dimostrava il suo indescrivibile talento visionario, segnato da una chirurgica contaminazione
fra i più disparati generi. Poi nel 1992, Tarantino diresse il suo primo
vero film per il grande schermo,
“Le Iene – Cani da Rapina”, grazie al quale riesci
meritatamente a vincere il premio della giuria al Sundance Film Festival
di Robert Redford ed ad ottenere fin dalla sua prima prova veramente
importante l’entusiastica approvazione sia del pubblico che della
critica. Nelle Iene Tarantino presentò
anche per la prima volta il suo celebre sistema a mosaico, dove
quindi ogni personaggio
veniva raccontato avanti e indietro nel tempo, per presentare ogni suo
punto di vista agli occhi dello spettatori nel corso della narrazione che
in questo veniva interamente vissuta in un interno come a teatro. Nel film
inoltre si avvertì anche un’ altra delle cifre stilistiche più amate
dal regista, ovvero l’ironico utilizzo dell’odierna e carnivora
cultura pop per sdrammatizzare e umanizzare al massimo l’umoristica
fragilità emotiva dell’implacabile figura dello spietato criminale, che
difatti tortura le proprie vittime al ritmo della musica rock anni
Settanta e Ottanta, e prima ancora di compiere la rapina discute piuttosto
animatamente al bar insieme ai suoi compagni del vero significato
metaforico ed intellettuale che Madonna voleva nascondere all’interno
della canzone “Like a Virgin”.
Fra l’altro nelle “Iene”, Tarantino usa gran parte dei suoi
attori “Feticio”, vale a dire Chris Penn, fratello minore di Sean,
Harvey Keitel, Michiael Medsen e Tim Roth. Oltretutto Medsen interpreta
qui il ruolo del rude, scontroso e
seducente Vic Vega, ossia del fratello maggiore di Vincent Vega,
interpretato da un insuperabile John Travolta in “Pulp Fiction”. Successivamente
nel 1993, Tarantino venne incaricato dal regista Tony Scott, (fratello di
Ridley e autore di “Top Gun), di scrivere la sceneggiatura di un
eccentrica romantic comedy in salsa pulp dal titolo “Una vita al
Massimo”, incentrata sulle folli gesta di una bizzarra coppia di novelli
Bonnie e Clyde (Christian Slater e Patricia Acquette), lui un giovane
rapinatore appassionato di cinema orientale, lei una ingenua prostituta
dal cuore d’oro, alle prese con una impossibile e romanzesca storia
d’amore benedetta col sangue di una valigia piena di soldi tanto facili
quanto pericolosi.Anche qui i toni della back Comedy si accentuano, grazie
ai prestigiosi camei di immortali star della beit geration come Dennis
Hopper (Easy Rider”), oppure
a virili esempi della
febbrile X generation degli
anni 80 come per esempio, Gary Oldman, (L’Insostenibile leggerezza
dell’essere”, Christopher Walken (“La zona morta”) ed infine Val
Kilmer, impedibile nel ruolo di angelico Elvis Presley, che consiglia di
volta il protagonista sulla
strada da seguire per riuscire a salvarsi la pelle. Nel film compaiono
anche Samuel L. Jackson e Brad Pitt. Nel 1994, poi Tarantino
prosegui con successo la sua teoria sulla gioventù maledetta e sola degli
anni Novanta, scrivendo con grinta per il suo compagno Oliver Stone,
lo psichedelico “Natural
Born Killers, un lucido e acuto film di denuncia su i sadici effetti che
la solitudine interiore e la violenza sia carnale che mass mediologia
hanno sulla gioventù americana. Il film fu fra l’altro
un perfido e crudele apologo
ironicamente apocalittico sull’ innata, violenta e fumettistica propensione della nostra
razza umana all’auto distruzione. Cosi facendo Il clima allucinato della pellicola, rese infine il film un
travagliato e sconcertante incubo
post moderno dell’insensata e realistica coscienza dell’uomo normale.
In quello stesso anno poi arrivò per questo stimato regista la sua
consacrazione mondiale con il film “Pulp Fiction” per quale
vinse la Palma d’oro al Festival di Cannes.
In Pulp Fiction Tarantino aggiunse al suo già ricco
Badground culturale sul gangster movie
un certo rimando visivo ed atmosferico
all’estetica visiva degli anni Cinquanta soprattutto per le
ambientazioni , gli elementi essenziali del Noir classico. Con Tarantino,
la sensuale e fino ad allora stereotipata immagine dalla dark lady assunse
dichiaratamente una infantile ed enigmatica indolenza che la rese
irresistibilmente boccaccesca anche quando su di lei cavala il
più completo silenzio. Sempre in “Pulp Fiction”, Tarantino
volle provocatoriamente inserire la
trasgressione sessuale del feticismo e infine le problematiche teologiche
sulla perversa e salvifica natura del male, qui vista
come una libera entità
spirituale dell’’essere umano che non riesce quindi a essere buono
senza essere cattivo. Nel 1996 poi, il regista spagnolo Robert Rodrigez,
(geniale autore della saga western de “El Mariachi”) lo chiamò dunque
a scrivere insieme a lui un surreale gangster movie vampiresco
dalla ispirata matrice on de road, il cui titolo era “Dal Tramonto
all’Alba”, una indefinibile opera grottescamente suis generis
che rielaborava con indiscutibile e artistica
maestria il leggendario percorso Branstoriano, accostandolo alla
beffarda espressione tarantiana della più pura e cruda violenza, vista
però sempre come spregiudicato e intimo specchio di un comune anche se
efferato ed amorale mestiere di tutti i giorni.
Poi nel 1997, Quentin volle tornare subito
alla regia, dando alla luce “Jackie
Brown” , una sua sfrontata
e disarmante dichiarazione dall’amore all’antico ed eroico fenomeno
della solida stagione cinematografica chiamata
Black Exsploitation, ovvero il momento in cui hollywwod cercò in
passato di accostare con
successo attori e attrici afro americane (Sindney Poiter con la serie
dell’ispettore Tibbs,
Richard Roundfree , con la serie dei film sull’elegantemente duro
detective Shaft, ed infine Pam Grier con la sua tenace poliziotta “Foxxy
Brown”), alle realistiche figure degli eroi metropolitani tipici simboli
del genere poliziesco. Ma poi in fondo “Jackie Brown”, con protagonisti : Pam
Grier, Robert Foster, Samuel L. Jackson , Robert De Niro, Michael Keaton e
Bridget Fonda, non voleva essere altro che una pungente e caustica satira
al vetriolo sul criminoso mondo
delle truffe nel puro stile letterario dello scrittore americano Elmore
Leonard, , che metteva alla berlina come sempre la televisione, la
pubblicità e la cultura di massa, questa volta con occhio di riguardo ai
simbolismi degli anni 70. Dopo questo film nacque e si diffuse a macchia
d’olio l’era del Tarantismo e
cosi altri registi made in Usa, cominciarono ad imitarlo, dando origine
alla quotidianità del male : Guy Richie (Lock and Stock – Pazzi
Scatenati), Steven Soderberg (Out ot Sight) e infine Dermian Lichetestein
(La Rapina). Ora perciò con “Kill Bill Volume 1 e 2”,
Tarantino ha voluto dichiaratamente omaggiare da una parte
i dogmi stilistici (“I Sette Samurai”, di Akira Kurosawa, Bruce
Lee in “L’Ultimo
Combattimento di Chen” e cosi via
e contenutistici che sono ormai tipici
del più alto cinema orientale (la vendetta, la sacralità del
cappa e spada e la fedeltà
dei clan in guerra ect), unendoli ad un estetica visivamente
citazionistica che va
quindi dagli anime giapponesi (“Ghost in the Shell”, “Ken il
Guerriero”) al cinema Spatter e Gore di Dario Argento (“Profondo
Rosso”) e George A. Romero (“La notte dei Morti Viventi”), fino ad
arrivare soprattutto musicalmente alle pensose e trascinati atmosfere
degli storici spaghetti western del nostro intramontabile Sergio Leone
penso a “C’era una volta il West”, “Il buono, il brutto e il
cattivo” ect). Sempre musicalmente parlando poi lo spiazzante sarcasmo
della vis comica di Quentin Tarantino si avverte anche accostando alle
letali atmosfere di un corrotto night club
di Tokio il rock and Roll degli anni 50 di brani come Rock
Around the Clock dei Comets,
sotto alle esilaranti conversazioni su i fumetti di Charile Brown dei vari
sicari e infine il sound latino dei Santa Esmeranda con l’adrenalina
ballata rock Please Don't Let
Me Be Misunderstood “, durante il catartico scontro finale dal fascino
titanico fra la vendicativa Uma Thurman, moderna allieva di Joan Crawford
(“Johnny Guitar”) e la glaciale Lucy Liu.
Alla fine quello che più colpisce dei film è senza dubbio questa
miscela di azioni e di emozioni in Live Action e animazione pura con
autentici guizz
d’avanguardia verso l’espressionismo pittorico e alle sequenze da
video games in tre D. Infine
un ultima curiosità, il ruolo del malvagio Asheta Bill era stato offerto
inizialmente a Warren Beatty che declinò ovviamente l’offerta,
lasciando quindi il posto a
David Caradine, un tempo star
della famosa serie sulle arti marziali “Kung Fù”. Ma Kill Bill è
anche una sanguinosa metafora sul potere vendicativo e purificatore della
maternità e sulle tragedie dell’infanzia (i personaggi di O- Ren Ishii,
Nikki che vede morire sua madre sotto i suoi occhi per mano della
protagonista che le promette che se da adulta lei vorrà vendetta lei
l’aspetterà, Gogo Yubari, la giovane guardia del corpo della perfida O-
Ren che Beatrix cerca di risparmiare da morte atroce fino all’ultimo
pregandola in ginocchio di desistere dall’affrontarla, e perfino B.B., ,
la figlia di Beatrix allevata da Bill non è immune a questo triste
destino, provando un sadico e innocente piacere
nello scoprire la morte uccidendo il suo pesche rosso, oppure giocando con
il padre e la madre agli assassini, oppure accora addormentandosi invece
che di fronte a un cartone animato un cruento
film sulle arti marziali). Nella sua
seconda parte il film preferisce
privilegiare i bizzarri dialoghi “fiume”, segno distintivo del
cinema di Tarantino sulle pure scene di azione, memorabili sono il
monologo finale sull’identità di Beatrix fatto da Bill usando il
personaggio di Superman, e la descrizione di come il serpente di Ellie
avrebbe ucciso Budd. Poi sempre parlando in termini di citazioni nella
seconda parte Uma Thurman è vistata come il suo personaggio di Sissy in
“Cow – Girls, il nuovo sesso”, diretto nel 1993 da Gus Van Sant,
tanto che Budd la definisce proprio usando questo termine quando è al
telefono con Elle. Altra considerazione importante
durante il lungo flasback del suo duro addestramento in oriente,
presso in saggio Pai Mei, Tarantino sferra una pesantissima critica a
tutte le culture, descrivendo il vecchio Pai Mei come un uomo ostile verso
ogni genere di sarcasmo, maleducazione
e di cultura diversa dalla sua, lui odia i bianchi, i giapponesi,
gli, americani e le donne. Infine dal stilistico nella seconda parte
l’unica interpretazione che potrebbe richiamare allo stile gore e manga
del primo atto sarebbe forse riconducibile al fumettistico duello in stile
Raimi (“La casa 2”), in cui Uma Thurman il bulbo oculare della sua
avversaria in autentico segno di vittoria. In entrambi i film comunque Tarantino ci
restituisce con effetto ed affetto quasi nostalgico la sua tipica
filosofia dei nomi in codice che a dato fortuna al suo film d’esordio al
box office. (“Le Iene”). Qui la sua eroina a ben due soprannomi, uno
è quello della “Sposa”, datagli dai poliziotti al momento del suo
intervento, l’altro invece è “Black Mamba”, il suo soprannome da
battaglia. A questo vanno aggiunti : “Testa di rame”, “Mocassino
acquatico” e “Serpente montano della California”. Altri simpatici
giochi umoristici del film riguardano per esempio l’amore degli ex
soldati giapponesi per le Soap Opera, oppure dei costruttori e per gli
assassini in pensione per sport a stelle e strisce come il Baseball e cosi
via. Ad ogni modo se proprio alla fine si vuol finire per essere davvero
puntigliosi e zelanti, la maturità di Quentin la si trova alla fine
nell’aver imbricato ad arte in vari passaggi narrativi e temporali con
la suddivisone in capitoli e nell’aver beffardamente fatto intendere che
tutte le donne di Bill sia in realtà una riuscita duplicazione del
personaggio sensuale e pericoloso di Lana Turner nel film “Il postino
suona sempre due volte”, come ci fa intendere il suo vizioso patrigno
agli occhi della protagonista verso la fine del film. Il film cita allude
ed esalta la tradizione italiana degli storici “spaghetti western”
degli anni 70, dalla celebre trilogia del dollaro del nostro Sergio Leone
a primi film di Clint Eastwood, Sergio Corrucci e Giuliano Gemma.
La
Storia :
La
nostra algida eroina, Beatrix Kiddo, decide di cambiare vita e buttarsi di
fatto alle spalle il suo scomodo passato di brutale assassina senza pietà
una volta scoperto di essere rimasta incinta della sua adorata B.B (
dichiarato e divertito omaggio di Tarantino al simpatico soprannome della
fatale Brigette Bardot) ,
cosi Beatrix, lascia l’associazione criminale
delle “Vipere Mortali” e si
fidanza e decide di sposarsi
con Tommy Plympton, mediocre proprietario
di un negozio di dischi usati. Durante la prova della cerimonia nuziale
che si svolge in una piccola
cappella nella cittadina di El Paso in Texas, ricompare però
all’improvviso Bill che noi in seguito scopriamo essere per Beatrix
oltre che il suo ex capo, anche il suo amante e il padre della sua
creatura. Inizialmente i due sembrano riappacificarsi e accettare ognuno
il destino dell’altro, pregando solo per la felicità di
entrambi. Ma poi Bill consumato dalla rabbia per il tradimento della sua
amata decise di entrare in chiesa insieme ai suoi quattro killer
prediletti (Vernita Green, O – Ren Ishiii, Ellie Driver e suo fratello
minore Budd) e fare una vera e propria
carneficina, picchia a sangue la povera Beatrix e la riduce
praticamente in fin di vita sparandogli perfino un colpo in testa. Beatrix
viene ritrovata da due agenti della polizia che dopo aver attentamente
esaminato la scena del delitto ed essersi assicurati che la donna fosse
l’unica sopravvissuta del terribile massacro, la portano in ospedale.
Qui Beatrix cade in coma e viene quasi uccisa da Ellie Driver che
travestendosi da infermiera cerca di somministrale del veleno
tramite una siringa, ma viene prontamente fermata da Bill di cui
ora e lei divenuta l’amante numero uno però l’uomo ritiene che la
cosa fatta in questo modo sarebbe molto poco onorevole. Nel frattempo Bill
ha aiutato economicamente un’altra sua protetta O-Ren Ishii a diventare
l’indiscusso capo della criminalità di Tokyo. (l’infanzia di O-Ren
Ishii è stata segnata dal brutale assassinio dei suoi genitori al quale
lei ha dovuto assistere alla tenera età di nove anni per mano del folle
boss della Yakuzza, Sakamoto. A undici anni, la bambina si vendica
accoltellandolo a tradimento dopo aver soddisfatto lei sue piacere
pedofile. A vent’anni diviene di fatto una killer professionista e a
venticinque dopo essere entrata nella gang di Bill, O-Ren a la sfortuna di
entrare di fatto nella lista nera di Beatrix). Poi quattro anni più tardi
Beatrix si sveglia dal coma e dopo aver ucciso un uomo che cercava di
abusare di lei nel sonno e poi ucciso con la medesima ferocia anche l’
infame infermiere che aveva già abusato di lei
che aveva ora guadagnato nella sua pelle ben 75 dollari per un
secondo stupro, Beatrix fugge col suo furgone, prima si reca a Pasadina in
California, dove fa visita a Vernita Green, ormai diventata un’amorevole
casalinga, che uccide a sangue freddo di fronte a
e vola all’ aeroporto, dove quindi prende un volo per Okinawua,
dove incontra l’ex maestro di spada Hattori Hanzo, al quale chiede di
fabbricare una spada per uccidere Bill. L’uomo sposa la causa della
donna poiché ne percepisse il grande dolore e si sente disonorato dal
vile comportamento del suo ex
allievo. Poi Beatrix va a Tokio dove affronta e uccide in duello
all’ultimo sangue sia O- Ren Ishii che suo temibile esercito conosciuto
come gli 88 folli. Unica superstite del massacro sarà la povera Sophie
Fatal, avvocato e amica di O- Ren, che verrà rispedita a Bill
orribilmente mutilata, ma ancora viva da Beatrix e lo informerà dei suoi
diabolici piani di vendetta. Successivamente Bill si recherà dal fratello
Budd per informarlo della pericolosa situazione e invitarlo a stare con
gli occhi bene aperti. Nel frattempo Budd pur rimanendo nel giro a
rinunciato a farsi strada come il fratello nel mondo del crimine e a
preferito diventare il rude buttafuori
di uno squallido locare per adulti a perfino veduto la sua preziosa spada
da Samurai. Tuttavia la stessa sera dell’arrivo in città di Beatrix,
Budd viene licenziato perché ritenuto un fannullone. Poi l’uomo
affronta Beatrix sparandole con un fucile dei proiettili pieni di sale
proprio in mezzo al petto e ferendola gravemente tutto ciò, la riduce
all’incoscienza e permette a Budd di seppellirla viva sotto terra dentro
ad una bara di legno. Fatto questo, Budd riceve una telefonata da Ellie
Driver alla quale racconta di aver catturato Beatrix e di avergli
sottratto la spada di Hattori Hanzo. Quindi i due si accordano per
scambiarsi la spada con un mucchio di contanti la mattina seguente.
Intanto Beatrix sepolta viva riesce con un coltello che aveva addosso
prima a distruggere le corde e poi attraverso la sua grande abilità da
karateka appresa in oriente, riesce con le sue sole mani a fruttare
l’intera bara che la tiene prigioniera e ad uscire dalla fossa. La
mattina seguente Ellie Driver e Budd si incontrano per fare lo scambio.
Dopo un acceso, filosofico e funereo battibecco fra i due sul fragile
destino emotivo di un killer una volta che egli a finalmente eliminato
tutti i suoi nemici, dato che lo scopo di uomo allunga la sua vita, mentre
la mancanza di scopo la conduce inesorabilmente al termine, Ellie si
rammarica di non essere stata lei ad uccidere Beatrix e di aver lascito
questo macabro onore a quella mezza tacca di Budd i che qualche più tardi
viene ucciso da un serpente velenoso di Ellie. In seguito Beatrix ed Ellie
finalmente si incontrano, ma Beatrix pur lottando con la spada anche con
lei (lei adopera quella di Budd che in realtà quest’ultimo non aveva
venuto) non la uccide, ma la priva in ogni caso
anche del suo secondo occhio rendendola completamente cieca, il
primo era stato tolto a Ellie da vecchio Pai Mei che l’aveva insultato.
La perfida allieva comunque si era subito vendicata del suo brutale
maestro allenandogli il pesce. Poi Beatrix si reca da uno dei viscide
patrigni di Bill, Esteban Vihaio, il losco proprietario di un bordello che
dopo averle fatto mille complimenti le
da l’indirizzo di Bill. Arrivata a destinazione Beatrix scopre con
stupore che Bill a allevato amorevolmente la loro unica figlia in questi
ultimi anni, ed ha cercato di fare quello che a fatto soltanto per
dimostrare a Beatrix che non può rinnegare la propria natura. Nonostante
questo, però Beatrix lo uccide in duello mortale facendogli esplodere in
cure con colpo segreto che a imparato in Cina. Dopo la morte di Bill,
Beatrix anche se segretamente distrutta da un profondo dolore, sceglie di
ricominciare da capo una nuova vita insieme a sua figlia.
In
conclusione questo film può essere considerato come
la massima somma del
cinema di Tarantino ai suoi finora eccelsi, ma anche perché no eccessivi livelli espressivi sia come regista che come narratore.
In questa seconda parte si enfatizza ed esplode addirittura il rapporto di
amore odio fra la valchiria vittima
e il suo carismatico carnefice,
la dipendenza di entrambi per la lotta, la sopravvivenza ed il sangue che
per loro può insolitamente risultare romantico e buffo. Si narra nei
corridoi di Hollywood e dintorni che
Kill Bill possa aver presto un antefatto animato sulla storia del
carismatico capo e infine un seguito per la cui comparsa dovrebbe
attendere circa quindici anni. Nel frattempo speriamo però che Quentin
faccia come a promesso molti altri film. Ora però volendo azzardare una
previsione sul futuro scommetto quello che volete che da qui ad un anno,
la febbre di Kill Bill avrà contagiato molti cineasti indipendenti che
tenteranno la sua stessa strada, creando un nuovo caso sulla falsa riga di
quello che già avvenne con Pulp Fiction.
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ARTE
DEL VIDEO
Il
viaggio dell’uomo immobile
Videoinstallazioni
e videoproiezioni
Lucca,
Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo L. Ragghianti
Dal
21 marzo al 24 maggio 2004
Ragioni
di una mostra
Una
mostra che raccoglie 18 installazioni di artisti internazionalmente noti
per i risultati espressivi raggiunti e per le fondamentali innovazioni
introdotte sul confine dove oggi arti visuali e tecnologie elettroniche e
informatiche avanzate si scambiano produttivi apporti è episodio
inconsueto nella pratica delle “grandi esposizioni” che affollano il
nostro paese in concorrenza ormai con la più composita e articolata realtà
dei musei nazionali e locali. È parso alla Fondazione Ragghianti che lo
sforzo che il Museo d’arte contemporanea di Villa Croce a Genova ha
realizzato, come premessa alle manifestazioni che vedono quest’anno la
città ligure capitale europea della cultura, meritasse una immediata
prosecuzione e un produttivo rimbalzo utile a approfondire, anche sulla
scorta di altre opere di importanza indubitabile la conoscenza di un
settore dell’arte contemporanea tra i più vitali e fervidi, non
confinato in un chiuso circuito locale.
Le
scelte degli artisti e delle loro installazioni che Sandra Solimano ha
operato per Genova, ben sostenuta da un comitato internazionale di
esperti, sono qui a Lucca tutte integralmente ribadite. La mostra Il
viaggio dell’uomo immobile conserva così intatto il suo originale
profilo. È sembrato tuttavia utile integrare, anche in base ad alcune
richieste avanzate da parte del forte pubblico soprattutto giovanile
dell’esposizione a Genova, il selettivo e attuale scenario delle
videoinstallazioni con l’altro aspetto del “arte del video” così
come storicamente si è sviluppato, in particolare, dagli anni ’80: la
produzione da parte degli artisti di filmati (o
tapes) che hanno attraversato il mondo attraverso la diffusa e fitta
rete dei Video Festival.
Punto
nodale di questa rete è stata per oltre venti anni Locarno e il suo
ViedoArt Festival. L’ampia antologia che per la prima volta a Lucca
viene presentata di quella attività consente di stabilire la tempestività
e la lungimiranza delle indicazioni lì formulate su singoli artisti e di
registrare anche il continuo
e permutante divenire di un linguaggio vivo e nuovo che oltre a
confrontarsi con gli avanzamenti della tecnologia esplora in modo inedito
una memoria attiva e ininterrotta dell’universo umanistico delle
immagini. Grazie alla collaborazione di Lorenzo Bianda, collaboratore
fedele e erede del competente entusiasmo di Rinaldo Bianda e alla
comprensiva collaborazione del Direttore del Museo Cantonale d’Arte di
Lugano, Marco Franciolli, è risultato così possibile offrire ai
visitatori di questa mostra una panoramica ampia e storicamente definita
degli svolgimenti significativi dell’ arte
del video fenomeno nuovo ma che rivela la vigile e insostituibile
presenza degli artisti d’oggi nei luoghi dove
il mondo contemporaneo è obbligato a dare fisionomia ai propri
fantasmi, alle proprie emozioni, entro dimensioni linguistiche adeguate e
comunicanti.
Vittorio
Fagone
Direttore
della Fondazione Ragghianti
Videoinstallazioni:
Laurie
Anderson, ”At the
Shrink’s” 1975-1997, USA; Maurizio Bolognini, “Sealed
computers” 1992-2003, I; Monika Bravo, “A_maze” 2001, USA; Michel
Bret e Edmond Couchot “Je sème à tout vent”, F; Philip
Corner, “Stella di Davide tantrica” 1994, USA; Marc Didou
“Senza titolo” 1997-1998, F; Jean-Pierre Giovanelli “Sable
mouvant” 1999, F; Alexander Hahn “Rabbit in your headlights”
2003, CH; Franziska Megert “La Ville des Immortels” 1998-2001,
CH; Chantal Michel “Comme si l’immediat était la seule chose
qu’elle possédait”, CH; Tony Oursler “Digital” 1997, USA; Mari
Oyama “Drift in a life”, J; Nam June Paik “TV Clock”
1997, Corea del Sud; Fabrizio Plessi “Foresta di fuoco” 2001,
I; Peter Sarkisian, “Roadside series: Aberdeen” 1997, USA; Studio
Azzurro,”Il soffio sull’angelo – primo naufragio del pensiero”
1997, I; Bill Viola,
“Memoria” 2000, USA; Yuan Shun, “Power station” 2000, Cina.
Videoproiezioni:
René
Bauermeister,
“Aléatoire I et Il" 1978, CH; Gianfranco Baruchello,
“Doux” 1981, I; James Coleman,
“So Different and Yet” 1981, IRL; Friederike Pezold,
“The New Emboided Sign Language of a Sex according to the Laws of
Anatomy, geometry and Kinetics” A; Patrik Prado, “Planetarium:
Lo solei de Van Gogh” 1979, F; Frank Van Herck,
“Concept Publiart” 1977, B; Laurie Anderson, “O
Superman” 1983, USA; Marina Abramovic & UIay, “City of
Angels” 1983, YU; Marcel Odenbach, “AIs kőnnte es mir an
Kragen gehen” 1983, D; Nam June Paik, “Good
morning Mr. Orwell” (revised) 1984, J; Bernar Hebert,
“The dog of Luis and Salvador” 1984, CND; Marcel Odenbach,
“Die Distanz zwischen mir und meinen Verlusten” 1983, D; Ulrike
Rosenbach, “Das Feenband” 1983, D; Robert Cahen, “Cartes
postales” 1985, F; Gianni Toti, “Immaginario scientifico,
L’ordine, il caos, il phaos”, 1985, I; Jean-Paul Farger, “Robin de noir” 1986, F; Bill Viola, “I Do Not Know
What It Is I Am Like” 1987, USA; Jean-Luc Godard, “Puissace de
la parole” 1988, F; Antonio Cano, “Mèlies - Nuit du court”
1988, F; Alexander Hahn, “Arthur” 1988, CH; Atsushi Ogata,
“Kagen” 1988, J; Robert Cahen, “Hong Kong Song” 1989, E; Alberto
Signetto, ‘Weltgenie” 1988, I; Peter CaIIas, “Neo-Geo: An
American Purchase” 1989, AUS; Julie Kuzminska, “Archaos”
1990, GB; Dominique Belloir, “Le syndrộme de Stendhal”
1990, F; Irit Batsry, “Leaving the OId Ruin” 1989, USA; Tamas
Waliczky, “Memory of Moholy-Nagy’ 1990, H; Peter Sulyi,
“Images cinématographiques sur Bartok” 1990, H; Francisco Ruiz de
Infante, “Lugar comùn” 1991, E; Gabriele Seifert, “Up—Pferd—Down”
1991, D; Dara Birnbaum, “Canon: Taking to the Streets” 1990,
USA; Atsushi Ogata, “Timeless Scent” 1992, J; Jaroslaw
Kapuscinscki, “Variations: Mondrian’ 1992, PL; Cécile Babiole,
“Virtus” 1992, F; Sandra Kogut, “Parabolic People” 1991,
Brasil; Doug Porter, “Time Has No Image” 1992, CND; Claudia
Aravena, “Miradas Desviadas’ 1992, Chile; Mirko Simic’,“Do
You Hear the Sound of Silence” 1992, SLO; Arta Biseniece,
“While There Is Nothing” 1993, Lituania; Francisco Ruiz de
Infante, “La maison de redressement” 1993, E; Raphael Montanez
Ortiz, “Dance Number 22” 1992, USA;
Bruno Saparelli, “La Chambre Verte” 1993, CH; Olivier
Lannaud, “Nos jours sont comptés” 1993, F; Mostafa
Sadek-Sedjal, “Nejmal, ’éternal retour” 1994, F; Ivar
Smedstad, “PickSel” 1994, D; Elisabetta Filocamo,
“Physical Property” , I; Dragan Abjanich,
“Ensuite” 1994, Macedoine; Tamas Waliczky, “Der WaId”
1993, D; Lars Movin, “The Misfits - 30 Yeàrs of Fluxus” 1993,
DK; Gianni Toti, “Planetopolis” 1993, I; Mirko Simic’,
“Out of Memory” 1994, SLO; Patrick De Geetere, “Jeanne”
1995, F; Jorge La Ferla, “Video en la Puna - EI viaje de Valdez”
1994, ARG; Irit Batsry, ‘Scale” 1995, USA; Radu Muntean,
“La vie est ailleur” 1995, R; David Larcher, “VideOvoid text”
1994/96, UK; Cristiano Carloni & Stefano Franceschetti,
“Urbino Memoriale” 1996, I; Nao lnazumi, “An Age of Decadence”
1996, J; Elisabetta Filocamo, “lnside-Outside” 1997, I;
Janusz Kondratiuk, “Baby’s Frühstück” 1997, A; Claudio Pazienza, “Tableau avec chutes”
1997, I/B; Katsuhiro Yamaguchi, “Rétrospective vidéo” 1998,
J; Dave Ryanm, “Rarefaction” 1998, USA; Michell Lippitt,
“A box for Keeping” 1998, CH; Claudia Aravena e Paula
Rodriguez, ”First Steps” 1998, D; Ann Steuernagel, “Boy
running” 1998, USA; Marcus Nascimento & Simões Aggêo, “If”,
1998, BR; Doug Porter, “Run into Peace” 1998, CDN; Roland
Lanz, “Meeting in lnsomnia” 1999, CH; Atsuschi Ogata
& Anna Davis, “By the way” 1999, J; Anna De Manincor,
“Da nero a nero - Tempo per pensare” 1999, I; Manuele Bossolasco,
“Pensieri bianchi” 1999, I; Angela Melitopoulos, “Passing
Drama” 1999, D/GR; Hideo Aoshima, “Scherzo” 1999, J; Lucas
Bambozzi, “Eu nâo posso imaginar” 1999, BR; Claudia Aravena
Abugosh, “Berlin: been there to be here” 2000, D/RCH.
La
mostra è aperta al pubblico con il seguente orario:
da
martedì a venerdì 11,00 –
19,00 sabato e domenica 11,00 – 20,00
lunedì
chiuso
ingresso
gratuito offerto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca
Ufficio
stampa
Fondazione
Ragghianti
Giuliana
Baldocchi, Dora
Bertolacci, Elena Fiori tel. 0583.467205 fax 0583.490325
info@fondazioneragghianti.it
dora.bertolacci@fondazioneragghianti.it
www.fondazioneragghianti.it
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QUELL’ULTIMA
DIVERTENTE DOZZINA
Di
Francesco Olivieri
Il
16 Marzo nel Cinema Savoy di Roma si è tenuta alle ore 2001 l’anteprima
italiana, riservata al pubblico e
promossa dalla 20th Century Fox e da “Sorrisi e Canzoni TV”, del film
“Una Scatenata Dozzina”, remake in chiave brillante
del certamente più malinconico
e serio “Dodici lo
chiamano papà”, film diretto nel 1950 dal regista americano Walter Lang
e interpretato stupendamente da Clifton Webb e Myrna Loy.
Nel 1967, il regista Melville Shalvelson diresse una divertente
commedia a sfondo familiare dal titolo “Appuntamento Sotto il letto”,
con Henry Fonda e Lucile Ball. Oggi nel 2004, con il film “Una Scatenata
Dozzina”, la storia si ripete, solo che questa volta al timone troviamo,
comodamente seduto nella cabina di regia Shawn Levy, già autore della
divertente commedia romantica “Oggi sposi, niente sesso”, interpretata
da Ashton Kutcher e Brittany Murphy.
La
pellicola trae comunque ispirazione dalla Situation Comedy, nata da una
costola di “Genitori in Blue Jeans”, “Dieci sono pochi”, che in
certo senso richiamava alla memoria il medesimo scenario, ovvero
allenatore con famiglia numerosa affitta dai classici problemi della
crescita. Altra citazione dell' umorismo anni 50 e 60, che questo film
vuole in certo senso ricordare è “Il gran lupo chiama” diretto dal
regista americano Ralph Nelson nel 1964 e interpretato da altri due
genitori d’eccezione del grande schermo :Cary Grant e Leslie Caron.
Nella pellicola oggi in esame comunque il vero mattatore comico
resta Steve Martin, come al solito a suo agio nelle ormai comode
vesti di genitore premuroso, ma nevrotico; e almeno
per stavolta una non ironica ed elegante icona della middle class
americana ( “Parenti, amici e tanti guai”,
“Il padre della sposa 1 e 2, “ e “Un ciclone in casa”). A
fargli da validissima spalla
troviamo un’altrettanto rodata e frizzante Bonnie Hunt, già madre di
un’ allegra famigliola nei film del simpatico sambernardo “Beethoven”.
Il
film racconta la singolare storia d’amore di un timido ma affabile
allenatore di Football americano e di una brillante e dinamica giornalista
sportiva. I due dopo essersi conosciuti all’università, scoprono fra le
tante affinità di desiderare entrambi una famiglia numerosa e cosi si
ritrovano in men che non si dica a dover tirare su ben dodici figli.
Purtroppo però, tutto ciò interferisce non poco con le loro ambizioni
lavorative e cosi per il bene dei loro
ragazzi, Tom e Kate Baker scelgono di abbandonare la caotica vita
cittadina per trasferirsi nella cittadina di Lincoln nella rurale
provincia americana. Sfortunatamente però queste drastiche, anche se
necessarie scelte di vita feriscono
il loro orgoglio, portandoli a scontrarsi con il disarmante fallimento dei
loro sogni professionali. Cosi ecco che quando a Tom viene offerta
l’occasione della sua vita, ovvero trasferirsi nuovamente nella grande
città per allenare una vera squadra dell’Illinois, lui accetta preso
dall’entusiasmo l’incarico, sradicando l’intera famiglia dalle sue
certezze e soprattutto dai suoi affetti, ma promettendo a tutti
loro un futuro migliore. Arrivati nella nuova casa, nessuno dei
Baker, riesce ad ambientarsi facilmente alla nuova situazione a causa
dell'ambiente ostile e bigotto della grande metropoli, in ovvia collisione
soprattutto culturale nei confronti di chi ha vissuto per molto tempo in
provincia. Segnali forti : per esempio gli atteggiamenti di derisione a
scuola subiti sia dal figlio maggiore che dal figlio più piccolo che
vengono presi continuamente di mira dall’infantile cattiveria dei loro
compagni di scuola. Oppure ancora più marcatamente il commento dei vicini
di casa che ancor prima di
conoscerli lì definiscono sarcasticamente gente da fast food.
I
figli insomma hanno gravi problemi di ambientamento, ma sfortunatamente
però sia mamma (che è
andata in viaggio a New York per presenziare ad un tour promozionale per
pubblicare un libro, basato sulla sua vita nel ruolo di madre per due
settimane), che papà sono
troppo presi dalle loro nuove carriere per accorgersene.
Nel
film figurano nei tre ruoli dei figli maggiori Piper Perabo (“Le ragazze
del Coyote Ugly”), che interpreta la primogenita Nora, una ragazza di
ventiduenni, desiderosa della sua indipendenza che vive ormai fuori casa
insieme ad Hank, un attore da strapazzo di insulsi spot pubblicitari
per dentifricio e collutorio, che si atteggia già a grande divo
del cinema, fingendosi assediato dai fans e dai paparazzi in ogni dove,
oltre ad essere continuamente perseguitato dalla sua immagine in
televisione. Poi c’è Charilie il secondogenito, interpretato da
un convincente Tom Welling ( il giovane superman della fortunata serie “Smallville”).
Il suo ruolo è quello di un giovane molto legato alla famiglia e alla sua
ragazza Beth. Charlie soffre tremendamente per aver lasciato senza
preavviso la sua vecchia vita
di sempre e ha gravi problemi di adattamento, al punto di meditare
seriamente di lasciare gli studi e la famiglia prima del tempo. Tutto ciò gli
crea non pochi problemi con il padre al quale rinfaccia senza mezzi
termini di aver pensato unicamente a soddisfare il proprio ego.
Poi troviamo la giovane e spumeggiante diva televisiva
Hillary Duff, la star della celebre Sit. Com disneyana “Lizzie McGuire”,
perfettamente a suo agio nel ruolo di Lorraine Baker,
una divertente adolescente ossessionata dalla propria
immagine.
Altri
personaggi della famiglia di una certa importanza sono il piccolo e
indifeso Mark, il cui unico amico e confidente è un ranocchio,
interpretato da un bravissimo attore esordiente di nome Forrest Landis.
Mark è sempre confuso dal
padre con altri membri della famiglia, è legatissimo alla madre e
convinto di non essere affatto amato da nessuno dei suoi fratelli. Infine
c’è il personaggio di Sarah Baker, interpretato dalla dotata e
simpatica attrice emergente Allison Stoner, ovvero il maschiaccio del
gruppo, il cervello di tutti gli scherzi e di tutte le fughe del numeroso
clan dei Baker. Molte scene infatti soprattutto quelle legate agli scherzi
e sembrano essersi volutamente ispirate alle vecchie commedie del muto :
le mutande del fidanzato antipatico della sorella più grande
immerse nel bidone della carne macinata del cane, con successivo
assalto stile “Tutti Pazzi per Mary”, l'assalto di quest’ultimo alle
parti basse del malcapitato durante il pranzo. Le varie
gag del lampadario e del vomito, lo scompiglio che
crea un serpente alla festa di compleanno del vicino di casa con
relativa esplosione di un gigantesco
pallone e del tragico atterraggio di Steve Martin sul povero malcapitato
con relativo e immediato ricovero in ospedale. Infine le tragicomiche
telefonate a raffica del padre per trovare una governante.
Ma a parte queste classiche, tuttavia briose trovate di comicità
puramente fisica, dove l’ilarità non nasce tanto dalle battute quanto
dalle situazioni, il film ha anche qualche leggero
difetto : i protagonisti non hanno vere relazioni esterne e la loro
vita e le loro personalità individuali non tanto per i maggiori, quanto
per i fratelli minori vengono appena accennate, ma questo forse perché
non si voleva puntare su un film per teenagers in senso stretto, ma
piuttosto sulla tipica pellicola formato famiglia che attualizzasse ai
giorni nostri le classiche commedie degli anni 60. E non a caso in
certi punti il film ricorda proprio la cifra stilistica della casa di
Topolino.
L'opera
nel suo complesso è comunque assolutamente piacevole e
divertente, piena di buoni sentimenti e di un finale edificante.
Una curiosità : il viscido e arrivista collega di Steve Martin,
nonché ex spasimante della consorte ai tempi del college,
è interpretato dall’attore Richard Jenkins, oggi celebre per
essere il funereo patriarca
della celeberrima e controversa serie Tv “Six Feet Under”, ideata da
Alan Ball, sceneggiatore di American Beauty. Una serie che racconta le
vicissitudini quotidiane e sentimentali di una famiglia americana che
gestisce l’insolita attività delle pompe funebri. Altra curiosità
: nel ruolo del padre del vicino di casa, oppresso da una moglie
petulante, ritroviamo anche Alan Ruck, faccia molto conosciuta soprattutto
nei primi anni Ottanta per aver dato vita al giovane Sherlock Holmes di
“Piramide di Paura” diretto nel 1985 da Barry Levinson, ed
essere stato il compagno d’avventura prima di Matthew Broderick
nel film “Una Pazza Giornata di Vacanza” e poi nel road movie
giovanilistico “In tre si litiga meglio”, in compagnia di
Charlie Sheen e Keri Green (la Andy dei “Goonies”). In ultima
analisi ci troviamo di fronte ad un film divisi fra lo humour Disney e le
prime commedie di Chris Columbus, vedi la serie “Mamma ho perso
l’aereo”, con un etico messaggio
morale : si può realizzare i
propri sogni senza rinnegare le proprie scelte, ma
restando uniti e felici nel perseguimento di un obiettivo e di un
equilibrio di gruppo..
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SOTTODICIOTTO
FILMFESTIVAL
Aiace
Torino
Città
di Torino - Divisione Servizi
Educativi
cinema
scuola ragazzi
Vª
edizione
Torino,
27 novembre - 4 dicembre 2004
Cinema
Massimo e Cinema Centrale
Concorso
nazionale aperto alle produzioni realizzate dalle scuole
Concorso
nazionale aperto alle produzioni realizzate dagli under 18 in ambito
extrascolastico
Scadenza
di presentazione dei film: 30 giugno 2004
Cinque
candeline per Sottodiciotto
Filmfestival, Festival
cinematografico che si rivolge ai giovani e che è fatto dai giovani: una
formula unica nel panorama italiano, che sta per festeggiare il quinto
anno di vita, forte del successo di pubblico che cresce anno dopo anno,
dell’adesione di realtà importanti, dell’affetto dei mezzi di
comunicazione che lo hanno “adottato”, ma soprattutto della capacità
di coinvolgere un numero crescente di |