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Michael Winterbottom  : l’eclettico  predicatore umanistico del nuovo cinema d’avanguardia Inglese

 

Di Francesco Olivieri

 

Nel 1983 l’ inglese Michael Winterbottom inizia la sua brillante e alquanto versatile carriera da regista, mettendosi al timone insieme ad altri suoi stimati colleghi di diverse serie televisive fra le quali “Dramarama”, un serial fantascientifico, andato in onda dal 1983 fino al 1989, che era  incentrato su drammi e problemi esistenziali del periodo dell’infanzia, “Boon”, situation Comedy incline al dramma, andata in onda dal 1986 al 1992,  sull’amicizia conflittuale fra due anziani ex pompieri alla ricerca di un posto di lavoro fisso nella vecchia Inghilterra.  Nel 1989 il regista dirige il suo primo film per la televisione dal titolo “Rosie The Great”, intenso e problematico dramma familiare. Nel 1990 firma per il grande schermo il suo primo vero lungometraggio “Forget About Me”, delicata commedia romantica su due giovani soldati inglesi che si innamorano entrambi di una affascinante ragazza ungherese incontrata per caso alla vigilia di un concerto dei Simple Minds.

 

Winterbottom continua con successo la proficua gavetta in patria e partecipa a serial di vario genere : dal 1991 al 1994 “Alleyn Mysteries”, un bizzarro serial fanta horror che narra di vicende bizzarre e soprannaturali all’interno di pub e bar inglesi. Nel 1992 dirige l’epico serial fantascientifico “I Predatori del Tempo”.  In quello stesso anno, il regista firma il suo secondo film per il mercato televisivo dal titolo “Sotto il sole”. Nel 1993 gli viene proposto di dirigere, sempre per la tv, un singolare film di scuola drammatica con vaghi echi narrativi e richiami stilistici alla fosca moda del noir tradizionale, dal titolo “Love Lies Bleeding”. La trama è pressappoco la seguente : un brutale assassino di Belfast che ha ventiquattro ore di permesso prima di tornare in prigione, cerca di utilizzarle per vendicare anche a rischio della propria vita la sua fidanzata. 

 

Sempre nel 93 Winterbottom torna alla fiction poliziesca pura e semplice firmando uno dei migliori episodi della serie inglese “Cracker”, andata in onda nel Regno Unito fra il 1993 ed 1995. Nel 1994 il regista  dirige quindi il suo ultimo film per il piccolo schermo, un lungometraggio diviso in ben quattro atti, sulla condizione esistenziale delle giovani coppie con figli in quel di Dublino dal titolo “Family”, tratto da un racconto di impronta ovviamente minimalista dello scrittore irlandese Roddy Doyle, graffiante e sensibile autore della condizione sociale della sua gente (“The Commitments”, “The Shapper”, “Due sulla strada”, “Quando Brandon Incontra Trudy”).

 

Nel 1995 Winterbottom, ormai navigato cineasta del piccolo schermo,  tenta il gran salto nel cinema con un road movie violento, viscerale e post femminista dal suggestivo  titolo di “Butterfly Kiss”. Un film crudo e coraggioso. Un noir freddo e serrato che racconta senza mezzi termini il macabro pellegrinaggio interiore e nichilista di  due  anime confuse e perdute,  due ragazze inglesi entrambe omosessuali che sfidano con macabro umorismo e selvaggio romanticismo la cultura un po’ bigotta mortale del popolo britannico regalandoci una storia d’amore oltre i limiti della passione. Una storia aspra e forte dove uccidere vuol dire essere e amare gli altri e dove invece non farlo vuol dire essere i veri criminali.  Davvero straordinarie per intensità interpretativa Amanda Plummer (“La Leggenda del Re Pescatore”)  e Saskia Reveers. Nel 1996 il volitivo regista ci riprova con il drammatico “Go Now”, una toccante love story in ambiente operaio che in certi ironici slanci narrativi  come  per alcune  pause più  psicologiche  e profonde strizza più volte l’occhio alle atmosfere quotidiane e neo realiste  del cinema  verità di Ken Loach, basti pensare a pellicole come per esempio (“Riff Raff”, “Piovono Pietre”, “Paul, Mick e gli Altri” e “My Name is Joe”) .

 

Per la prima volta qui Winterbottom affronta il delicato tema della morte e della malattia terminale con una leggerezza ed una partecipazione umana e sentimentale quasi da fiaba, evitando con raffinata ed intellettuale destrezza la trappola del pietismo e del pianto e regalando agli spettatori un accorato e positivo ( in quanto oltretutto vero) ritratto della vita e della sopravvivenza di un uomo qualunque rispetto alle più tragiche avversità del tempo. Un sorprendente melodramma romantico sulla forza dell’amore contro il dilemma sociale del dolore. Chiaramente è da ritenersi superlativa la performance dell’attore Robert Carlyle nella parte del provato, ma vitale protagonista.

 

Sempre nel 1996 Michael Winterbottom porta sul grande schermo il più bel melodramma romantico del cinema inglese che io abbia mai visto, cioè “Jude”.  Una immortale e tormentata storia d’amore impossibile fra due cugini, interpretata con grazia e carisma dagli eccezionali Christopher Eccleston e Kate Winslet. Il film è un inno incondizionato alla forza intramontabile dei sentimenti e dell’amore eterno al suo massimo livello espressivo d’intensità   cinematografica. La messa in scena è a dir poco impeccabile ( scenografia, fotografia, costumi  ed una enfatica colonna sonora orchestrale d’ispirazione celtica, contribuiscono a dare al film un avvolgente fascino da estraniamento esotico)  e la recitazione è colta, elegante e misurata al punto giusto. Tuttavia il film conserva al suo interno un tragico episodio narrativo (il suicidio dei figli dei protagonisti) che il regista usa ad ogni modo come una feroce ammonizione morale verso l’intolleranza dei popoli.  Dicendoci a chiare lettere e a voce alta  che se in fondo Dio decide di far innamorare perdutamente due persone già legate da un vincolo di sangue, allora chi siamo noi mortali osservatori per gridare allo scandalo se già il nostro padre celeste e immortale  lo ha provocato,  vedendo nella pratica dell’amore e della devozione reciproca la salvezza e la purezza per la redenzione sociale  di queste due  anime. Il film è a tutti gli effetti il più grande  capolavoro sovversivo e  romantico del cinema britannico contemporaneo. Attraverso questo film esemplare Winterbottom  ci descrive  con arguzia e innata maestria una apologia romantica e letteraria di prima grandezza, dove usa la poesia, il sentimento, l’amore, il sesso, il tradimento, la cultura, la morte e la tragedia, nonché la redenzione umana dei sensi e delle emozioni naturali come simbolo e come teatro cinematografico per esprimere visivamente il suo difficile e multiplo verdetto sul labirinto misterioso del cuore e della ragione umana. Nel 1997 con il film documentaristico sospeso fra finzione cinematografica e realismo bellico e politico “Benvenuti a Sarajevo”, il cinema di Michael Winterbottom punta severamente il dito contro il mal costume europeo della guerra in Bosnia, facendo affiorare la dolorosa cronaca attraverso vicende umane professionali di una troupe televisiva segnata dalla atroce assurdità degli avvenimenti. Nel 1998 Winterbottom dirige senza dubbio la sua opera a tutt’oggi meno riuscita “I Want You”, un drammatico e tragico noir sul potere malinconico della seduzione e dell’inganno. Il film è prima di qualsiasi altra cosa una lucida ed acida incursione narrativa e metaforica nei territori classici del giallo torbido ed ambiguo. La funzionale coppia di attori formata da  Rachel Weitz (“La Mummia”) e Alessandro Nivola (“Lauriel Canyon”), risulta essere credibile nel complesso. Soprattutto la Weitz se la cava piuttosto bene a vestire i succinti panni della dark lady tormentata.

 

Purtroppo però solo questo non basta a far risaltare di luce propria una trama esile e risaputa che scava anche se con intelligente perizia cinefila nel barile del già visto, e difatti il film in Italia è stato diffuso solo attraverso il mercato home video, forse in conseguenza del suo scarso e altalenante successo in patria.  Poi ancora una volta questo imprevedibile regista cambia decisamente direzione e dal film di denuncia passa alla commedia sentimentale nel 1999, quando dirige in patria “With or Without You”, la storia tenera e commovente di una giovane coppia che cerca in tutti i modi di avere un figlio per dimostrasi reciprocamente il proprio incondizionato amore reciproco.  Una travolgente e travagliata sarabanda sentimentale fra i sorrisi e le lacrime per esaminare al microscopio della macchina da presa il folle e molto spesso machiavellico e indecifrabile universo di un solido rapporto di coppia.

 

Dello stesso anno è anche l’agrodolce “Wonderland”, il ritratto minimalista che Winterbottom fa della tipica famiglia inglese, testimone della fine degli anni Novanta e dunque radiografia cinematografica dei malesseri e dei risultati di quel decennio,  con commenti e sensibili riflessioni sulla recente metamorfosi familiare e sociale del popolo anglosassone. In alcune cose il film ricorda lo splendido “Segreti e Bugie” di Mike Leigh. Con l’affacciarsi del terzo millennio, anche l’estro enfatico e ribelle di Michael Winterbottom devia nuovamente il suo assai volubile interesse cinematografico su nuovi orizzonti narrativi e psicologici, dando cosi vita proprio nell’anno 2000 all’epico affresco hollywoodiano, ma con cuore indipendente   “Le bianche tracce della vita” , una appassionante epopea western sul senso della vita, del coraggio e della famiglia. Il cast del film proviene ovviamente dagli ambienti più disparati : Wes Bentley (“American Beauty”), Sarah Polley (“Last Night”), Peter Mullan (“Orphans”), Milla Jovovich (“Il Quinto Elemento”) e Nastassja Kinski (“Paris Texas”). Paradossalmente questi attori messi tutti quanti insieme uno di fronte all’altro sembrano non avere nulla in comune, eccetto forse una cosa : non sono dei volti da Majors. Il loro successo artistico infatti deriva in parte dal loro fiuto nello scegliere progetti e nella loro carica nel condurli dall’inizio alla fine alla vittoria.  Forse dunque è proprio a causa di questo loro acerbo ed orgogliosamente ostentato anticonformismo da star che il geniale ed astuto Michael Winterbottom lì ha riuniti per farli duellare in bravura  in questa sua  grande storia d’America sulla febbre dell’oro e delle passioni, del  riscatto,   della nascita degli eroi e del futuro, oppure del passato degli antieroi. Un film leggendario, oscuro ed incompreso di grande effetto visivo e dalla storia trascinante che si divide egregiamente fra il dramma, l’avventura, la storia e la riflessione sulla società e su i misteriosi destini dell’umanità intera.

 

 Nel 2002 il regista  decide di lanciarsi ancora esausto ma  felice in un nuovo progetto, una commedia musicale caustica e dalle atmosfere al vetriolo dal titolo “24 hour party people”, ovvero una esuberante satira di costume sulla narcotica e cinica società televisiva di Manchester qui posta in netta rivalità speculativa contro la cannibale ed ipocrita industria musicale che uccide i miti per fare soldi su canzoni ed ideali sonori di carta pesta. Il tutto condotto con garbo e humour nero e proverbiali dosi di sarcasmo dall’alta classe. Il film risulta essere a tutti gli effetti un gioioso tripudio di luci, colori suoni e intelligenza. Gli attori sono logicamente tutti rigorosamente in stato di grazia anche perché il loro rilassato divertimento si avverte fin dalle prime battute ed impressioni sul loro modo interpretativo di interagire con il clima da festa del set e l’anima allegorica e frizzante dei loro paradossali  personaggi “normali”.  Un film dove la colonna sonora è il tessuto connettivo della trama, l’itinerario storico della vicenda e il messaggio finale del film. Un opera cinematografica dal viscerale stile pop, dove le note solo l’unica vera anima della pellicola e della ribellione narrata in essa.  Anche qui come avvenne già per “Benvenuti a Sarajevo”, la filosofia empatica del docufiction rende il film un esercizio sperimentale dalla forbita e furba percezione e innovazione narrativa. Girato quasi interamente con tecnologia digitale, questo simpatico film d’acuto intrattenimento comunica al pubblico in un attimo e per di più sotto forma visionaria il messaggio centrale del regista, ovvero che per esistere bisogna amare quello che si fa e che si è e bisogna cercare di resistere davanti ai problemi in segno di progresso evolutivo ed intellettuale della a volte pigra e nullafacente razza umana. In conclusione almeno per questo film, una menzione d’onore va sicuramente riconosciuta all’energia trascinante che trasmette il grandioso ed incontenibile Steve Coogan nella magica parte dell’incontrastato protagonista. Il cinema comune del prolifico Winterbottom è dunque sempre alla ricerca espressiva di nuovi stimoli badando non tanto al livello spettacolare delle storie raccontate, quanto invece  alla sostanziosa  impronta concettuale che la ricerca stessa trasfonde nelle storie ;  che esse vengano tradotte in un budget di alto o basso costo non conta molto, la cosa essenziale è che non tradiscano di una virgola la percezione visiva e contenutistica della storia.  Anzi a dirla tutta, ultimamente nelle opere di più odierna produzione del regista, “Cose di Questo mondo” e “Codice 46”,   il suo stile cosi chiaro e lineare nel tracciare l’argomento e cosi celebrale, ma essenziale nel mostrarlo sembra aver sposato lo stile del “Dogma”. Nel primo degli ultimi due titoli citati - entrambe le pellicole sono del 2002-03 - il regista adotta un stile asettico da racconto verità, dove ci parla della guerra in Afghanistan e della vicenda personale di una coppia di inglesi che fugge dal conflitto per rientrare in patria, rievocando durante il viaggio in auto tutte le brutte esperienze e i crudi ricordi del caso. Un film on the road che ci riporta con la mente al suo esordio, ma che questa volta è più un flusso di coscienza, educato e veduto come film, che un film vero e proprio. Quasi una testimonianza filmica di quanto in fondo il messaggio forte del film non abbia bisogno di tecnica estetico-narrativa per essere considerato arte, ma soltanto di una telecamera che lo riprenda nella discussione e visione del mondo esterno, ma la cui bellezza  naturale già è un ornamento più che sufficiente per essere cinema. Infine con “Codice 46”, Michael Winterbottom si misura con la fantascienza veristica, raccontando con un asciutto realismo di forma, l’evoluzione “prigione” della nostra specie che è talmente incapace di dire no alla tecnologia da diventarne prima madre e poi schiava. Il film racconta la storia d’amore fra il maturo e  responsabile agente assicurativo  William Gel (Tim Robbins “Synapse – Pericolo in rete”)  e la giovane,  romantica e ribelle Maria Gonzales (Samantha Morton  vista in “Minority Report”). Entrambi lavorano per “La Sfinge”, una compagnia di assicurazioni che ha il compito di regolare l’ingresso in città degli stranieri, selezionati con criteri genetici e di assenza assoluta di difetti patologici. Coloro che non possiedono  tali requisiti o infrangono le  regole  verranno banditi e isolati all’esterno proprio come i barbari ai tempi dell’antica Roma.

 

William e Maria scoprono ovviamente di amarsi e questo condiziona il loro giudizio ed il loro senso di giustizia nei riguardi dell’azienda per cui lavorano, William è capace di leggere nel pensiero ed è lì per smascherare la talpa che fornisce illegalmente i permessi ai clandestini per vivere e spostarsi  in città, ma quando scopre che la colpevole e proprio la ragazza di cui si è follemente innamorato le cose iniziano a complicarsi ulteriormente. Oltretutto Maria ancor prima di incontrare William lo aveva visto nei suoi sogni premonitori come l’uomo che gli avrebbe cambiato la vita. Il sistema naturalmente farà di tutto per ostacolare il loro sentimento fuorilegge. Il film è molto interessante perché mira più alle atmosfere futuriste che ai gadget.  La pellicola è sicuramente debitrice nella sua ideologia razzista sulla manipolazione  genetica  a pellicole antecedenti come “L’uomo che fuggi dal Futuro”, primo lungometraggio di chiave più sperimentale e spartana di George Lucas,  “Gattaca” di Andrew Nicool, oppure “Il sesto giorno” di  Roger Spottiswoode,   ma altri sicuri e colti  richiami al cinema fantascientifico dell’elite del passato  sono sicuramente rappresentati  dalla Shangai del futuro rubata e riproposta in versione naif e non più post atomica e decadente dall’’universo malato ed urbanamente violento di “Blade Runner,  citato anche in alcuni oggetti di uso quotidiano all’interno di “Codice 46” (video diari, video agende ect) e logicamente pure nella clandestina love story fra il cacciatore e la sua preda. Altra pellicola d’indubbia ispirazione per il film è certamente stata  per le sue incursioni da viaggio metafisico  “Fino alla fine del Mondo” di Wim Wenders, per poi non parlare della città prigione di “1997 Fuga da New York” di John Carpenter.

 

Citazioni a parte, il film è abile nel non farle prevalere sull’originale atmosfera fra il thriller, la fantascienza, il dramma sociologico ed il film romantico. Addirittura per certi climi futuristici si ha come l’impressione di trovarsi ai confini del mondo in un film quasi indiano, dove la suddetta megalopoli è una Calcutta asettica, malinconica e post tecnologica, dove un grande fratello super tecnologico quasi divino e  onnisciente controlla e decide il destino dei suoi abitanti, spargendo cosi nel film una cupa critica morale ai danni del progresso tecnologico : attenzione a non fare evolvere troppo le macchine, tanto da renderle capaci di toglierci anche il libero arbitrio delle nostre scelte e della nostra più intima memoria. Infine è curioso anche notare come in questo film il regista veda il tema del virus come uno strumento di conoscenza e di accrescimento intellettuale (i personaggi possono contrarre dei virus per prendere possesso di facoltà soprannaturali come parlare un’altra lingua, perdere la memoria, frenare  le proprie pulsioni sessuali e cosi via. In ultima analisi questo film è il ritratto meditativo e medianico di un genere di fantascienza all’antica che sfrutta saggiamente lo scenario del futuribile per raccontare una vicenda non certo epica (“Star Trek” e “Star Wars”) nel senso romanzesco del termine, ma sicuramente epica nel messaggio educativo che ne viene fuori. Gli attori sono assolutamente in parte, Tim Robbins ricorda un po’ il look degli anti eroi compassati degli anni 30 e 40, uomini qualunque il cui carisma derivava dall’ imprevista  necessità di sopravvivere alla situazione.  L’unica nota stonata del film, non tanto per recitazione che è impeccabile, quanto in termini di immagine femminile e anche erotica è Samantha Morton, una donna dal viso angelico di una bambina che si adatta perfettamente nel ruolo di protetta, ma risulta invece meno credibile in quello di seduttrice.                                                                                                                   

 

 

Identità violate - lo scenario moderno  di un giallo di routine

 

Di Francesco Olivieri

 

Identità Violate , il nuovo film diretto dal regista televisivo  JD Caruso (“Smallville” “The Strip”), fra l’altro già autore dell’interessante noir metropolitano “Salton Sea, ”, può essere tranquillamente definito a tutti gli effetti un onesto thriller gotico di stampo classico. La trama intanto è piuttosto convenzionale : ci troviamo a Montreal in Canada, dove  uno spietato serial killer che dopo aver torturato e ucciso le sue vittime ne assume le identità  e comincia a seminare il panico fra i cittadini. La polizia ovviamente brancola nel buio e cosi il capo del dipartimento chiede aiuto ad una sua vecchia pupilla dell’ F.B.I. , la bella, energica e sensuale Ileana Scott, specializzata nella psicologia criminale e nell’esaminare attentamente la scena del delitto di ogni singolo omicidio. L’arrivo della ragazza alla stazione di polizia viene accolto assai freddamente dagli altri poliziotti del distretto che la reputano solamente un intrusa. Ma gli omicidi in città continuano ad un ritmo impressionante, e ancora nessuno riesce a scoprire l’identità di questo feroce assassino che si aggira a piede libero per le strade della città come un lupo impazzito e violento. Poi un giorno si presenta all’improvviso  alla centrale di Polizia un giovane, un timido ed inoffensivo pittore di origini scozzesi e di nome James Costa, che dice di essere in grado di riconoscere il killer, avendolo visto in faccia dopo aver cercato di soccorrere una delle sue vittime.  Cosi il giovane realizza un ritratto del killer che la polizia inizia a far circolare nella speranza di ottenere ulteriori informazioni per risolvere un caso che a dirla tutta sembra sempre più contorto. L’indagine pare essere davvero a un punto morto, ma poi uno dei poliziotti della centrare si ricorda di una vecchia signora di nome Heather Asher che proprio il giorno del ritrovamento del primo omicidio si era recata in centrale completamente in stato di shock poiché era sicura di aver visto il figlio morto diciannove anni prima, e da lei stessa ritenuto seriamente pericoloso  Cosi Illeana va a parlare con la donna, che le racconta la struggente storia dei suoi due bellissimi figli, Martin e Reese. La donna racconta ad Illeana del forte attaccamento fra suoi due ragazzi e di come un tragico incidente in montagna avesse spezzato la vita del suo prediletto Reese e avesse invece condotto il più fragile e introverso Martin alla pazzia. Durante la conversazione Ileana nota con la coda dell’occhio una porta segreta dietro la libreria. Decide di indagare,  e dopo essersi congedata torna alla stazione di polizia e parla con il suo capo, invitandolo a mettere sotto protezione l’anziana signora spostandola dalla sua abitazione in un albergo. Ileana spiega che l’identità del killer che stanno cercando di catturare ad ogni costo potrebbe essere proprio quella del disturbato Martin Asher, di cui lei traccia un profilo psicologico tutt’altro che consolatorio a diretto beneficio dei colleghi. A suo parere Martin tortura, uccide e assume alla fine l’identità e il tenore di vita di gente che secondo lui ha avuto più fortuna col destino e grazie alla quale egli potrà in certo qual modo riabilitare la sua infanzia infelice. 

Dunque una volta giunta a tale conclusione la ragazza volendo a tutti i costi assecondare il proprio infallibile istinto da detective  chiede al commissario il permesso non ufficiale di recasi nuovamente all’interno della  residenza degli Asher al fine di poterla ispezionare da cima a fondo nella speranza di recuperare qualche indizio importante. Ha visto giusto purtroppo : nella cantina viene riesumato, con grande orrore della giovane detective, proprio il cadavere del fratello maggiore di Martin Asher. Nel frattempo la polizia viene contattata dal giovane pittore James Costa a casa del quale sembra che il killer abbia fatto visita durante una sua pausa di lavoro, mentre lui era andato a prendersi un caffè in  un bar, tanto cosi per rilassarsi. Asher  sarebbe entrato di soppiatto nel suo appartamento e gli avrebbe  messo sotto sopra  l’intero studio per sfogare in qualche modo la sua ira. Successivamente la polizia scopre che una delle identità fittizie potrebbe appartenere ad uno dei clienti di Costa che gli aveva dato precedentemente appuntamento in locale notturno. Così i nostri eroi si recano sul luogo nella speranza di beccare finalmente il loro uomo, ma niente da fare : Asher,  che probabilmente ha fiutato qualcosa, non si presenta all’appuntamento e il piano della polizIa va miseramente in fumo ancor prima di cominciare. Arriva finalmente il giorno della mostra di Costa e nel corso del ricevimento alla galleria d’arte, Illeana identifica fra gli invitati nascosto dell’ombra proprio Asher. E  cosi dopo aver sventato una sua aggressione ai danni del pittore, la detective comincia ad inseguirlo con gli altri agenti della sua squadra nel bel mezzo della folla, ma l’uomo riesce per miracolo a sparire nel nulla approfittando della confusione e del panico generale.

 

Il capo della polizia, a questo punto seriamente preoccupato per l’incolumità di Costa, ordina ai suoi uomini di scortare il prezioso  testimone all’aeroporto, visto che il dipartimento lo farà partire per la Spagna allo scopo di proteggerlo nel migliore dei modi. Ma la mattina della partenza Asher va a trovare Costa in albergo dove lo aggredisce violentemente, poi fugge con lui in macchina, ma Illeana parte coraggiosamente all’inseguimento del pericoloso criminale nel temerario tentativo di salvare da morte certa il suo testimone. L’inseguimento termina quando l’auto di Asher ha uno spaventoso incidente dal quale sopravive pur ferito solamente James e muore invece carbonizzato nell’esplosione Asher. Il caso sembra essersi dunque risolto nel migliore dei possibili. Quella notte stessa James e Illeana si lasciano sopraffare dalla passione e finiscono a letto insieme. Il giorno seguente, proprio a causa della loro eccessiva eccitazione e della notte turbolenta, James è costretto a recarsi di nuovo in infermeria per farsi ricucire i punti. In quello stesso momento è arrivata alla polizia anche la vecchia Heather Asher chiamata per identificare il corpo di Martin. Dopo la sua testimonianza, la donna rientra in ascensore dove trova ad accoglierla proprio James Costa che scopriamo essere in realtà, Martin Asher : il ragazzo preso dalla collera verso  sua  madre, la uccide senza la minima piena sotto gli occhi di una incredula Illeana che scopre cosi la vera identità della sua ferocissima preda.

 

Dopo aver ucciso la madre James riesce a scappare di nuovo e prende il treno. Intanto la polizia scopre che l’uomo che prima si credeva essere il pericoloso pluriomicida era in realtà un certo Cristopher Hart, astuto  e ricco mercante d’arte per il quale Asher realizzava quadri contraffatti di opere famose. Martin aveva evidentemente deciso di appropriarsi del patrimonio del mercante e per questo stava cercando di farlo incriminare al suo posto per toglierlo di mezzo. Illeana è talmente  sconvolta da tutte queste rivelazioni da farsi crollare i nervi e cosi l’ F.B.I., non contenta del suo modo di gestire le indagini, si trova costretta a malincuore a sospenderla dall’incarico. Sette mesi più tardi ritroviamo la ragazza nella sua casa in Pensylvania, in doce attesa di ben due gemelli proprio dal suo nemico. Ma in realtà è tutta una finzione messa in atto da Illeana per far uscire Martin allo scoperto : l’impresa riesce e lei  finalmente lo uccide riguadagnando anche la fiducia dei suoi capi.

 

Fin qui la storia,  che io ho trovato buona, ma non troppo originale in quanto  schiava di uno scherma cinematografico e narrativo già visto troppe volte sul grande schermo,  anche se condotto indubbiamente  con un  mestiere ed una  presenza registica di tutto rispetto. Un thrilller psicologico ad alta tensione emotiva, annegata però  in un copione dove le svolte e i colpi scena si rifanno troppo spesso all’insinuante legge dello stereotipo. Angelina Jolie, anche se adatta e convincente nei panni molto maschili della cupa e grintosa protagonista ( che  viene infatti definita una “strega” dai suoi compagni a causa delle sue indubbie capacità sensitive per risolvere un intricato caso di omicidio), riesce però a mostrare agli spettatori anche una Ileana molto  femminile, fragile nella sua forzata solitudine, romantica e assolutamente consapevole dell’intimo desiderio di una vita “normale” .

 

Illeana vive in una casa le cui pareti sono tappezzate dai volti e dalle immagini dei lugubri scenari dei tanti omicidi su quali indaga. Ethan Hawke, al contrario pur essendo molto convincente in  senso accademico nel doppio ruolo di vittima e di  preda, non mi sembra del tutto a suo agio in questo genere di storia, dove il suo personaggio pare piuttosto un collage cinematografico di molti ruoli similari (il “classico” psicopatico) più che possedere effettivamente una personalità originale e ben delineata. Alla fine infatti sembra quasi che l’attore ci regali un’interpretazione buona nella forma, ma di “servizio” per ciò che riguarda la autentica partecipazione artistica. Stessa sensazione mi viene a pelle anche dalla veterana Gena Rowlands, imprigionata nel ruolo di una madre affetta dagli incubi di un tragico  passato pieno di colpe e di rimpianti.  Altro attore superfluo, ma bravo, Kiefer Sutherland, presente nel film in un risibile ma decisivo cameo di pochi minuti, dove nonostante le sue grandi capacità istrioniche non ha purtroppo molto spazio per muoversi come meriterebbe.  Cosi le migliori performaces oltre a quella della Jolie vengono senz’altro da due rodati volti d’oltralpe, che sono rispettivamente : Takeky Karyo, il capo della polizia, e Olivier Martinez, il rude agente Pasquette. Infine volendo dire qualcosa sull’atmosfera macabra e dark del film, saltano subito all’occhio due scene in particolar modo : la prima è certamente  quella dove la protagonista ci viene presentata per la prima volta  mentre sembra che dorma dentro una fossa tombale per ispezionare la scena del delitto;  la seconda è invece quella, a mio avviso inutile,  dove lei e Ethan Hawke fanno sesso i mezzo alla sua camera da letto completamente invasa dalle raccapriccianti fotografie dei vari delitti.  La fotografia gelida, gotica  e notturna, ma anche col qualcosa di vagamente soprannaturale e sinistro ricorda le intensità cromatiche del serial di culto “X- Files”. In conclusione la colonna sonora è firmata da Philip Glass, compositore di moda visto che sono sempre sue le musiche di “Secret Window”, altro esempio da accomunare allo stesso genere  che è  ancora nostre sale. Insomma, un film godibile e di discreta fattura anche troppo studiato e prevedibile per chi  è un esperto del genere.                                                                                

 

DAVID KOEPP :  MAESTRO DELLA PARANOIA E DEL DISAGIO ESISTENZIALE DEI DIVERSI

 Di Francesco Olivieri

 L’universo caotico e  affascinate dello sceneggiatore e regista David Koepp è sempre stato fortemente caratterizzato da storie del brivido basate sulle paure e le tentazioni interiori del moderno e avveduto uomo medio americano, messo dal regista a stretto contatto con i suoi più intimi fantasmi.  Nel 1990, Koepp scrive la sceneggiatura del primo incisivo successo cinematografico del brillante regista statunitense Curtis Hanson (“La mano sulla culla”, “L. A. Confidential” e “Wonder Boys”), dall’intrigante titolo di “Cattive Compagnie”, un fosco e robusto noir metropolitano sulla dura legge della giungla d’asfalto,   dell’istinto e della  pericolosa istigazione alle forze male. Il film interpretato da James Spader (“Stargate”) e dal bello e dannato Rob Lowe (“Oxford University”) è un raffinato atto d’accusa contro la corruzione dell’identità umana, lo strapotere dell’immagine dei primi anni Novanta, che viaggia saldamente  sulla morale strada del peccato e della redenzione. Poi nel 1991, David Koepp scrive la sceneggiatura per un drammatico action thriller diretto da Donald Petrie Jr e intitolato “Toy Soldiers – Scuola di eroi”. Nonostante però la presenza nel cast del giovane Sean Astin (“I Goonies” e “Il Signore degli Anelli”) e di Louis Gossett Jr. (“Ufficiale e Gentiluomo”) ,l’esile storia di un gruppo di ragazzi ricchi che si improvvisano soldati per difendere la propria scuola da un gruppo di agguerriti terroristi non appassiona malgrado gli sforzi, risentendo purtroppo anche di una messa in scena molto televisiva che quindi bada prevedibilmente molto più alla spettacolarità delle scene d’azione che al realismo emotivo delle interpretazioni. Quindi nel 1992, David Koepp scrive insieme a Martin Donovan (autore della fortunata sit. Com “Alice”), il  film  di Robert Zemeckis “La morte ti fa bella”). Una intelligente e sarcastica favola nera sulla paura di invecchiare e di essere dimenticati dal mondo che ci ha creati. Il film è retto sopratutto dalle ottime interpretazioni di Meryl Steep, Goldie Hawn, Bruce Willis e l’avvenente Isabella Rossellini  che lo rendono ancora oggi un autentico gioiello del cinema fantastico capace di divertire, commuovere e far riflettere sul principio morale che la vita eterna e la giovinezza non si trova tanto nell’ingannare la natura, ma nel seguirla mantenendo puro non il corpo, ma bensì il cuore e la mente di ogni individuo, sua  unica vera eredita immortale. In seguito la carriera da sceneggiatore di David Koepp comincia davvero a decollare tanto che nel 1993, Steven Spielberg lo chiama per affidargli personalmente la sceneggiatura di “Jurassick Park”, basato sull’omonimo best seller di Michael Crichton, anche come nel film precedente Koepp accentua con efficacia e grande senso dello spettacolo al concento di non ingannare la natura per i propri interessi. Il cast all stars (Sam Neill, Laura Dern, Jeff Goldblum) fa praticamente tutto  il resto, regalandoci uno dei suoi primi copioni eroi al box office. In quello stesso anno, quando è ancora preda del suo imprevedibile successo David Koepp firma senza alcun dubbio il suo primo capolavoro “Carlito’s Way” per la regia di Brian De Palma”, un classico e grintoso noir con venature malinconiche ed analisi introspettive alla “Serpico”, non a caso il protagonista e lo stesso, ovvero il  fenomenale Al Pacino, cane arrabbiato e stanco di quel cinema vecchia maniera che fortunatamente non è ancora morto. Nel 1994 David Koepp è l’orgoglioso autore di altre due sceneggiatura su commissione : la prima è “Cronisti d’Assalto”, commedia drammatica con incursioni nel thrilller sull’ambigua onnipotenza e fragilità del giornalismo americano, diretta da Ron Howard ed interpretata con classe ed ironia da attori di pura razza del calibro di Michael Keaton, Glenn Close e Robert Duvall. La seconda invece purtroppo molto meno fortunata anche se veramente interessate e quella per il film fantastico “L’Uomo Ombra” diretto dal regista Russell Mulcahy (“Highlander – l’Ultimo Immortale”) e basato questa volta sull’oscuro e inquietante  tema molto caro al mondo fumetti della doppia personalità che tuttavia Koepp avrà comunque modo di esplorare a fondo con esiti molto più felici anche in termini di botteghino grazie alla recente trilogia dei film su  “Spiderman” diretta da quel genio di Sam Raimi (2002-2004-2006), che avrà l’intuito di affidare gli script proprio nelle esperte mani di David  Koepp. Tornando nuovamente indietro nel tempo, nel 1996, David Koepp, adatta per il pubblico del grande schermo la serie culto “Mission Impossible”  aggirandola con uno stile narrativo e visivo avventuroso, ironico ed adrenalinico e affidandola  a quella vecchia volpe di  Brian De Palma che grazie ad montaggio serrato e modaiolo la diventare in pochi anni una degna concorrente della serie di 007, eleggendo Tom Cruise come primo rivale in glamour di James Bond per le nuove generazioni di spettatori. Poi ecco che proprio in quello stesso periodo, David Koepp essendo conscio di essersi ormai fatto un nome di rilievo nel mondo del cinema Usa, decide di esordire anche alla regia con l’entusiasmante film “Effetto Blackout”, un asciutto thriller metafisico, con brillanti richiami all’ horror e perfino al road movie  sulla natura selvaggia dell’uomo visto in situazioni limite. Il film è raccontato in certo senso come una cupa rilettura in ambiente urbano della celebre  favola per bambini di Cappuccetto rosso e racconta la singolare storia di un gruppo di persone,  tutte quante residenti in piccolo e agiato quartiere di Los Angeles che a causa di improvviso Blackout vengono riportate alle condizioni barbare dell’età della pietra e devono sopravivere in mondo completamente impazzito perché schivo della tecnologia e incapace di funzionare senza di essa, anche in termini di legge ed ordine. Nel cast troviamo attori di scuola dichiaratamente  indipendente come per esempio : Kyle MacLachlan (“Dune”), Elisabeth Shue (“Via da Las Vegas”) e Dermot Mulroney (“Goodbye Lover”). Poi dopo questo fortunato tentativo andato miracolosamente a buon fine con incoraggianti risultati sia di pubblico che di critica, David Koepp abbandona temporaneamente  la macchia da presa e torna solo a scrivere. Nel 1997 scrive per Steven Spielberg “Il mondo Perduto”, ossia l’atto secondo del fortunato “Jurassick Park”, questa volta però Koepp ne  valorizza l’aspetto comico e fumettistico e cita perfino “King Kong” e “Gozillla”, spostando gran parte dell’azione dal parco dei divertimenti situato su d’isola tropicale  ad una affollata metropoli. Il risultato finale della pellicola è certamente originale e cinefilo, ma l’incasso è indubbiamente minore rispetto al prototipo. Nel 1998, David Koepp firma per Brian De Palma, la sceneggiatura del sorprendente poliziesco claustrofobico “Omicidio in Diretta” con un viscerale e aggressivo Nicholas Cage ed un gelido e risoluto Gary Sinise, un ironico e avvincente racconto all’antica sulla corruzione sportiva e politica degli Stati Uniti che vedono e sentono secondo la premiata ditta Koepp /De Palma, il loro paese proprio come uno sport da vincere o perdere più che come una società da difendere e migliorare nel tempo.  Nel 1999, Koepp si sente finalmente pronto alla sua seconda fatica  in qualità di regista, lo scrivendo e dirigendo con sicurezza il thriller sopranaturale “Echi Mortali”, interpretato da un convincente Kevin Bacon, il film ha il neo di essere troppo simile al “Sesto senso” ed ad “Haunting – Presenze” in alcune soluzioni sia visive che drammaturghe, ma tuttavia il risulto finale è apprezzabile. Nel 2002, David Koepp torna al tavolo e scrive l’efficace giallo classico “Panic Room”, riproducendo come in “Omicidio in Diretta” un forte clima claustrofobico, reso ancora più convincente dagli eccellenti ritratti psicologici dei protagonisti in particolare di Jodie Foster, Kristen Stewart e Forest Whitaker e poi potenziato da una serie di sequenze action davvero spiazzanti. Infine, nel 2004, David Koepp scrive e dirige il suo terzo ed estraniante lungometraggio da navigato cineasta di mestiere. Il film in questione è “Secret Window”, meditativo thriller da “Camera”, tratto da un racconto breve dell’osannato Stephen King (“Finestra Segreta, Giardino Segreto”) e interpretato da Johnny Deep, Maria Bello, Timothy Hutton e John Turturro. Il film è un solido e paranoico incubo della psiche che racconta con rigore e suspence hitchcockiana, il malessere esistenziale di uno scrittore di successo in crisi. Il film pone maggiormente  il suo accento drammatico e malinconico  sul disagio del protagonista afflitto da un divorzio imminente causato dalla perdita di figlio e dal suo ombroso carattere troppo concentrato sulla fama e sulla gloria del proprio ego, per poter  salvare in tempo dalla rovina  i propri affetti famigliari e dall’accusa di plagio da parte di suo diabolico collega in cerca di vendetta  che lo costringe volente o nolente a scendere a patti con gli scheletri della propria esistenza. Il film è bel esercizio di stile, si avvale di ottime interpretazioni e di crescendo di tensione secondo le regole del gioco.  Di fatto il film ha sia la sua forza che il suo unico limite espressivo proprio nell’isolamento del personaggio dove e ce lo ha insegnato proprio King l’ispirazione può diventare una ossessione letale  e pericolosa che può condurre allo sdoppiamento dell’anima per sopravivere con rabbia al demone della più cruda e dolorosa solitudine.  (“Shining”, “Misery non deve Morire”,  “La Meta Oscura”). Nel corpus delitti della pellicola inoltre la fanno da padrone le musiche di Philip Glass (“The Hours”), le quali aggiungono quel suggestivo tocco retrò che certamente non gusta. I guizzi visionari vicini  ad una poetica più dark sono dati dalla filosofia del  sonno e dalla follia inizialmente assopita dentro il protagonista che tormentato dalla propria odissea mentale sogna vedendo la casa della moglie, attimi di intimità  perduta, oppure quando resta  solo con se stesso, ripensa a scomodi ricordi follia oppure ancora a  terrori ancestrali che portano il suo divano in mezzo all’oceano. Tutto questo mi riporta con la mente al recente  cinema sperimentale di John Landis (“Amore all’Ultimo morso” e “Delitto Imperfetto”), dove per mezzo di una macabra ironia sotterranea, il formidabile regista sottolineava il vero incubo dei suoi protagonisti. Anche qui fioccano fulminee battute sul furto di idee e mezzi poco puliti per nasconderle (la scena della domestica che viene aspramente rimproverata dal protagonista per aver insinuato che lui usa pseudonimi per  celare in suo nome nei libri su tutte, il furto, il sospetto, la menzogna e il raggiro, tutti sentimenti che il analizza sotto traccia attraverso il dialogo.  Da notare anche il fatto che il protagonista venga spesso colto dallo spettatore in silenziosi monologhi con se stesso prima di agire direttamente come autore degli eventi, e che debba alla fine addirittura  sfruttare violentemente il  suo alter ego balbuziente ed ignorante per risolvere sia la sua vita che una sua vecchia storia che poi altri non è che la proiezione letteraria della sua tragica  vita attuale e della drastica e perversa direzione che lui stesso ha deciso di dargli sotto le mentite e liberatorio spoglie del suo doppio). In conclusione, David Koepp mi si riconferma con questo suo ultimo lavoro, un prode antigiamo dei timori dell’uomo medio che raggiunge il suo apice tanto come in questo caso, ma ancora meglio in “Spiderman”, quando egli  racconta senza mezzi termini  il lato epico e oscuro degli esseri umani messi  davanti al deformante e accecante  specchio  di una svolta radicale per il loro futuro. In sostanza questo per definizione è  un thriller esoterico da camera sul potere demonico della mente umana, quando essa viene  spinta al limite da un dramma familiare di origine quotidiana che il provato cuore del furente protagonista decide di rendere segreto una volta rimosso nella vana speranza che tale dolore possa lentamente sparire dalla memoria e dal cuore (la finestra segreta del titolo in senso metaforico), venendo sapientemente taciuto dalla vittima stessa.                                                        

 

 

 

L’OPERA TARANTINIANA  

Di Francesco Olivieri

 La brillante carriera cinematografica di Quentin Tarantino si aprì nel lontano 1987, quando egli scrisse, interpretò e   diresse un piccolo film  indipendente dal titolo “Il Compleanno Del Mio Migliore Amico”, una tragica commedia dagli inaspettati ed amari risvolti drammatici e parodistici, sui tragicomici tentativi di uomo di sollevare il morale del suo migliore amico durante il giorno del suo compleanno, dopo  che egli era stato inaspettatamente piantato in asso dalla sua ufficiale fidanzata. Questo era un medio metraggio   che già dimostrava il suo indescrivibile  talento visionario, segnato da una chirurgica contaminazione fra i più disparati generi. Poi nel 1992, Tarantino diresse il suo primo vero film per il grande schermo,   “Le Iene – Cani da Rapina”, grazie al quale riesci meritatamente a vincere il premio della giuria al Sundance Film Festival di Robert Redford ed ad ottenere fin dalla sua prima prova veramente  importante l’entusiastica approvazione sia del pubblico che della critica. Nelle Iene Tarantino presentò  anche per la prima volta il suo celebre sistema a mosaico, dove quindi  ogni personaggio veniva raccontato avanti e indietro nel tempo, per presentare ogni suo punto di vista agli occhi dello spettatori nel corso della narrazione che in questo veniva interamente vissuta in un interno come a teatro. Nel film inoltre si avvertì anche un’ altra delle cifre stilistiche più amate dal regista, ovvero l’ironico utilizzo dell’odierna e carnivora cultura pop per sdrammatizzare e umanizzare al massimo l’umoristica fragilità emotiva dell’implacabile figura dello spietato criminale, che difatti tortura le proprie vittime al ritmo della musica rock anni Settanta e Ottanta, e prima ancora di compiere la rapina discute piuttosto animatamente al bar insieme ai suoi compagni del vero significato metaforico ed intellettuale che Madonna voleva nascondere all’interno  della canzone “Like a Virgin”.   Fra l’altro nelle “Iene”, Tarantino usa gran parte dei suoi attori “Feticio”, vale a dire Chris Penn, fratello minore di Sean, Harvey Keitel, Michiael Medsen e Tim Roth. Oltretutto Medsen interpreta qui il ruolo del rude, scontroso  e  seducente Vic Vega, ossia del fratello maggiore di Vincent Vega, interpretato da un insuperabile John Travolta in “Pulp Fiction”. Successivamente nel 1993, Tarantino venne incaricato dal regista Tony Scott, (fratello di Ridley e autore di “Top Gun), di scrivere la sceneggiatura di un eccentrica romantic comedy in salsa pulp dal titolo “Una vita al Massimo”, incentrata sulle folli gesta di una bizzarra coppia di novelli Bonnie e Clyde (Christian Slater e Patricia Acquette), lui un giovane rapinatore appassionato di cinema orientale, lei una ingenua prostituta dal cuore d’oro, alle prese con una impossibile e romanzesca storia d’amore benedetta col sangue di una valigia piena di soldi tanto facili quanto pericolosi.Anche qui i toni della back Comedy si accentuano, grazie ai prestigiosi camei di immortali star della beit geration come Dennis Hopper (Easy Rider”),  oppure a virili  esempi della febbrile X generation  degli anni 80 come per esempio, Gary Oldman, (L’Insostenibile leggerezza dell’essere”, Christopher Walken (“La zona morta”) ed infine Val Kilmer, impedibile nel ruolo di angelico Elvis Presley, che consiglia di volta  il protagonista sulla strada da seguire per riuscire a salvarsi la pelle. Nel film compaiono  anche Samuel L. Jackson e Brad Pitt. Nel 1994, poi Tarantino prosegui con successo la sua teoria sulla gioventù maledetta e sola degli anni Novanta, scrivendo con grinta per il suo compagno Oliver Stone,  lo psichedelico  “Natural Born Killers, un lucido e acuto film di denuncia su i sadici effetti che la solitudine interiore e la violenza sia carnale che mass mediologia hanno sulla gioventù americana. Il film fu fra l’altro  un perfido e crudele  apologo ironicamente apocalittico sull’ innata, violenta e fumettistica    propensione della nostra  razza umana all’auto distruzione. Cosi facendo  Il clima allucinato della pellicola, rese infine il film un travagliato e sconcertante  incubo post moderno dell’insensata e realistica coscienza dell’uomo normale.     In quello stesso anno poi arrivò per questo stimato regista la sua consacrazione mondiale con il film “Pulp Fiction” per quale vinse la Palma d’oro al Festival di Cannes.  In Pulp Fiction Tarantino aggiunse al suo già ricco  Badground culturale sul gangster movie  un certo rimando visivo ed atmosferico  all’estetica visiva degli anni Cinquanta soprattutto per le ambientazioni , gli elementi essenziali del Noir classico. Con Tarantino, la sensuale e fino ad allora stereotipata immagine dalla dark lady assunse dichiaratamente una infantile ed enigmatica indolenza che la rese irresistibilmente boccaccesca anche quando su di lei cavala il  più completo silenzio. Sempre in “Pulp Fiction”, Tarantino volle provocatoriamente inserire  la trasgressione sessuale del feticismo e infine le problematiche teologiche sulla perversa e salvifica natura del male, qui vista  come una  libera entità spirituale dell’’essere umano che non riesce quindi a essere buono senza essere cattivo. Nel 1996 poi, il regista spagnolo Robert Rodrigez, (geniale autore della saga western de “El Mariachi”) lo chiamò dunque  a scrivere insieme a lui un surreale gangster movie vampiresco dalla ispirata matrice on de road, il cui titolo era “Dal Tramonto all’Alba”, una indefinibile opera grottescamente suis generis  che rielaborava con indiscutibile e artistica  maestria il leggendario percorso Branstoriano, accostandolo alla beffarda espressione tarantiana della più pura e cruda violenza, vista però sempre come spregiudicato e intimo specchio di un comune anche se efferato ed amorale mestiere di tutti i giorni.  Poi nel 1997, Quentin volle tornare subito  alla regia, dando alla luce  “Jackie Brown” , una sua  sfrontata e disarmante dichiarazione dall’amore all’antico ed eroico fenomeno della solida stagione cinematografica chiamata  Black Exsploitation, ovvero il momento in cui hollywwod cercò in passato  di accostare con successo attori e attrici afro americane (Sindney Poiter con la serie dell’ispettore  Tibbs, Richard Roundfree , con la serie dei film sull’elegantemente duro detective Shaft, ed infine Pam Grier con la sua tenace poliziotta “Foxxy Brown”), alle realistiche figure degli eroi metropolitani tipici simboli del genere poliziesco.  Ma poi in fondo “Jackie Brown”, con protagonisti : Pam Grier, Robert Foster, Samuel L. Jackson , Robert De Niro, Michael Keaton e Bridget Fonda, non voleva essere altro che una pungente e caustica satira al vetriolo sul criminoso  mondo delle truffe nel puro stile letterario dello scrittore americano Elmore Leonard, , che metteva alla berlina come sempre la televisione, la pubblicità e la cultura di massa, questa volta con occhio di riguardo ai simbolismi degli anni 70. Dopo questo film nacque e si diffuse a macchia d’olio l’era del Tarantismo  e cosi altri registi made in Usa, cominciarono ad imitarlo, dando origine alla quotidianità del male : Guy Richie (Lock and Stock – Pazzi Scatenati), Steven Soderberg  (Out ot Sight) e infine Dermian Lichetestein  (La Rapina).  Ora perciò con “Kill Bill Volume 1 e 2”, Tarantino ha voluto dichiaratamente omaggiare da una parte  i dogmi stilistici (“I Sette Samurai”, di Akira Kurosawa, Bruce Lee  in “L’Ultimo Combattimento di Chen” e cosi via     e contenutistici che sono ormai tipici  del più alto cinema orientale (la vendetta, la sacralità del cappa e spada  e la fedeltà dei clan in guerra ect), unendoli ad un estetica visivamente  citazionistica  che va quindi  dagli anime giapponesi (“Ghost in the Shell”, “Ken il Guerriero”) al cinema Spatter e Gore di Dario Argento (“Profondo Rosso”) e George A. Romero (“La notte dei Morti Viventi”), fino ad arrivare  soprattutto musicalmente alle pensose e trascinati atmosfere degli storici spaghetti western del nostro intramontabile Sergio Leone penso a “C’era una volta il West”, “Il buono, il brutto e il cattivo” ect). Sempre musicalmente parlando poi lo spiazzante sarcasmo della vis comica di Quentin Tarantino si avverte anche accostando alle letali atmosfere di un corrotto night club  di Tokio il rock and Roll degli anni 50 di brani come Rock Around the Clock   dei  Comets, sotto alle esilaranti conversazioni su i fumetti di Charile Brown dei vari sicari e infine il sound latino dei Santa Esmeranda con l’adrenalina ballata rock  Please Don't Let Me Be Misunderstood “, durante il catartico scontro finale dal fascino titanico fra la vendicativa Uma Thurman, moderna allieva di Joan Crawford (“Johnny Guitar”) e la glaciale Lucy Liu.  Alla fine quello che più colpisce dei film è senza dubbio questa miscela di azioni e di emozioni in Live Action e animazione pura con autentici   guizz d’avanguardia verso l’espressionismo pittorico e alle sequenze da video games in tre  D. Infine un ultima curiosità, il ruolo del malvagio Asheta Bill era stato offerto inizialmente a Warren Beatty che declinò ovviamente l’offerta, lasciando quindi  il posto a David Caradine, un tempo  star della famosa serie sulle arti marziali “Kung Fù”. Ma Kill Bill è anche una sanguinosa metafora sul potere vendicativo e purificatore della maternità e sulle tragedie dell’infanzia (i personaggi di O- Ren Ishii, Nikki che vede morire sua madre sotto i suoi occhi per mano della protagonista che le promette che se da adulta lei vorrà vendetta lei l’aspetterà, Gogo Yubari, la giovane guardia del corpo della perfida O- Ren che Beatrix cerca di risparmiare da morte atroce fino all’ultimo pregandola in ginocchio di desistere dall’affrontarla, e perfino B.B., , la figlia di Beatrix allevata da Bill non è immune a questo triste destino, provando un sadico e  innocente  piacere nello scoprire la morte uccidendo il suo pesche rosso, oppure giocando con il padre e la madre agli assassini, oppure accora addormentandosi invece che di fronte a un cartone animato un cruento  film sulle arti marziali). Nella sua  seconda parte il film preferisce   privilegiare i bizzarri dialoghi “fiume”, segno distintivo del cinema di Tarantino sulle pure scene di azione, memorabili sono il monologo finale sull’identità di Beatrix fatto da Bill usando il personaggio di Superman, e la descrizione di come il serpente di Ellie avrebbe ucciso Budd. Poi sempre parlando in termini di citazioni nella seconda parte Uma Thurman è vistata come il suo personaggio di Sissy in “Cow – Girls, il nuovo sesso”, diretto nel 1993 da Gus Van Sant, tanto che Budd la definisce proprio usando questo termine quando è al telefono con Elle. Altra considerazione importante  durante il lungo flasback del suo duro addestramento in oriente, presso in saggio Pai Mei, Tarantino sferra una pesantissima critica a tutte le culture, descrivendo il vecchio Pai Mei come un uomo ostile verso ogni genere di sarcasmo, maleducazione  e di cultura diversa dalla sua, lui odia i bianchi, i giapponesi, gli, americani e le donne. Infine dal stilistico nella seconda parte l’unica interpretazione che potrebbe richiamare allo stile gore e manga del primo atto sarebbe forse riconducibile al fumettistico duello in stile Raimi (“La casa 2”), in cui Uma Thurman il bulbo oculare della sua avversaria in autentico  segno di vittoria. In entrambi i film comunque Tarantino ci restituisce con effetto ed affetto quasi nostalgico la sua tipica filosofia dei nomi in codice che a dato fortuna al suo film d’esordio al box office. (“Le Iene”). Qui la sua eroina a ben due soprannomi, uno è quello della “Sposa”, datagli dai poliziotti al momento del suo intervento, l’altro invece è “Black Mamba”, il suo soprannome da battaglia. A questo vanno aggiunti : “Testa di rame”, “Mocassino acquatico” e “Serpente montano della California”. Altri simpatici giochi umoristici del film riguardano per esempio l’amore degli ex soldati giapponesi per le Soap Opera, oppure dei costruttori e per gli assassini in pensione per sport a stelle e strisce come il Baseball e cosi via. Ad ogni modo se proprio alla fine si vuol finire per essere davvero puntigliosi e zelanti, la maturità di Quentin la si trova alla fine nell’aver imbricato ad arte in vari passaggi narrativi e temporali con la suddivisone in capitoli e nell’aver beffardamente fatto intendere che tutte le donne di Bill sia in realtà una riuscita duplicazione del personaggio sensuale e pericoloso di Lana Turner nel film “Il postino suona sempre due volte”, come ci fa intendere il suo vizioso patrigno agli occhi della protagonista verso la fine del film. Il film cita allude ed esalta la tradizione italiana degli storici “spaghetti western” degli anni 70, dalla celebre trilogia del dollaro del nostro Sergio Leone a primi film di Clint Eastwood, Sergio Corrucci e Giuliano Gemma.                     

 La Storia :  

 

La nostra algida eroina, Beatrix Kiddo, decide di cambiare vita e buttarsi di fatto alle spalle il suo scomodo passato di brutale assassina senza pietà una volta scoperto di essere rimasta incinta della sua adorata B.B ( dichiarato e divertito omaggio di Tarantino al simpatico soprannome della fatale  Brigette Bardot) , cosi Beatrix, lascia l’associazione criminale  delle “Vipere Mortali” e  si fidanza e decide di  sposarsi con Tommy Plympton, mediocre  proprietario di un negozio di dischi usati. Durante la prova della cerimonia nuziale che si svolge in una  piccola cappella nella cittadina di El Paso in Texas, ricompare però all’improvviso Bill che noi in seguito scopriamo essere per Beatrix oltre che il suo ex capo, anche il suo amante e il padre della sua creatura. Inizialmente i due sembrano riappacificarsi e accettare ognuno  il destino dell’altro, pregando solo per la felicità di entrambi. Ma poi Bill consumato dalla rabbia per il tradimento della sua amata decise di entrare in chiesa insieme ai suoi quattro killer prediletti (Vernita Green, O – Ren Ishiii, Ellie Driver e suo fratello minore Budd) e fare una vera e propria  carneficina, picchia a sangue la povera Beatrix e la riduce praticamente in fin di vita sparandogli perfino un colpo in testa. Beatrix viene ritrovata da due agenti della polizia che dopo aver attentamente esaminato la scena del delitto ed essersi assicurati che la donna fosse l’unica sopravvissuta del terribile massacro, la portano in ospedale. Qui Beatrix cade in coma e viene quasi uccisa da Ellie Driver che travestendosi da infermiera cerca di somministrale del veleno  tramite una siringa, ma viene prontamente fermata da Bill di cui ora e lei divenuta l’amante numero uno però l’uomo ritiene che la cosa fatta in questo modo sarebbe molto poco onorevole. Nel frattempo Bill ha aiutato economicamente un’altra sua protetta O-Ren Ishii a diventare l’indiscusso capo della criminalità di Tokyo. (l’infanzia di O-Ren Ishii è stata segnata dal brutale assassinio dei suoi genitori al quale lei ha dovuto assistere alla tenera età di nove anni per mano del folle boss della Yakuzza, Sakamoto. A undici anni, la bambina si vendica accoltellandolo a tradimento dopo aver soddisfatto lei sue piacere pedofile. A vent’anni diviene di fatto una killer professionista e a venticinque dopo essere entrata nella gang di Bill, O-Ren a la sfortuna di entrare di fatto nella lista nera di Beatrix). Poi quattro anni più tardi Beatrix si sveglia dal coma e dopo aver ucciso un uomo che cercava di abusare di lei nel sonno e poi ucciso con la medesima ferocia anche l’ infame infermiere che aveva già abusato di lei  che aveva ora guadagnato nella sua pelle ben 75 dollari per un secondo stupro, Beatrix fugge col suo furgone, prima si reca a Pasadina in California, dove fa visita a Vernita Green, ormai diventata un’amorevole casalinga, che uccide a sangue freddo di fronte a     e vola all’ aeroporto, dove quindi prende un volo per Okinawua, dove incontra l’ex maestro di spada Hattori Hanzo, al quale chiede di fabbricare una spada per uccidere Bill. L’uomo sposa la causa della donna poiché ne percepisse il grande dolore e si sente disonorato dal vile comportamento del  suo ex allievo. Poi Beatrix va a Tokio dove affronta e uccide in duello all’ultimo sangue sia O- Ren Ishii che suo temibile esercito conosciuto come gli 88 folli. Unica superstite del massacro sarà la povera Sophie Fatal, avvocato e amica di O- Ren, che verrà rispedita a Bill orribilmente mutilata, ma ancora viva da Beatrix e lo informerà dei suoi diabolici piani di vendetta. Successivamente Bill si recherà dal fratello Budd per informarlo della pericolosa situazione e invitarlo a stare con gli occhi bene aperti. Nel frattempo Budd pur rimanendo nel giro a rinunciato a farsi strada come il fratello nel mondo del crimine e a preferito diventare il rude  buttafuori di uno squallido locare per adulti a perfino veduto la sua preziosa spada da Samurai. Tuttavia la stessa sera dell’arrivo in città di Beatrix, Budd viene licenziato perché ritenuto un fannullone. Poi l’uomo affronta Beatrix sparandole con un fucile dei proiettili pieni di sale proprio in mezzo al petto e ferendola gravemente tutto ciò, la riduce all’incoscienza e permette a Budd di seppellirla viva sotto terra dentro ad una bara di legno. Fatto questo, Budd riceve una telefonata da Ellie Driver alla quale racconta di aver catturato Beatrix e di avergli sottratto la spada di Hattori Hanzo. Quindi i due si accordano per scambiarsi la spada con un mucchio di contanti la mattina seguente. Intanto Beatrix sepolta viva riesce con un coltello che aveva addosso prima a distruggere le corde e poi attraverso la sua grande abilità da karateka appresa in oriente, riesce con le sue sole mani a fruttare l’intera bara che la tiene prigioniera e ad uscire dalla fossa. La mattina seguente Ellie Driver e Budd si incontrano per fare lo scambio. Dopo un acceso, filosofico e funereo battibecco fra i due sul fragile destino emotivo di un killer una volta che egli a finalmente eliminato tutti i suoi nemici, dato che lo scopo di uomo allunga la sua vita, mentre la mancanza di scopo la conduce inesorabilmente al termine, Ellie si rammarica di non essere stata lei ad uccidere Beatrix e di aver lascito questo macabro onore a quella mezza tacca di Budd i che qualche più tardi viene ucciso da un serpente velenoso di Ellie. In seguito Beatrix ed Ellie finalmente si incontrano, ma Beatrix pur lottando con la spada anche con lei (lei adopera quella di Budd che in realtà quest’ultimo non aveva venuto) non la uccide, ma la priva in ogni caso  anche del suo secondo occhio rendendola completamente cieca, il primo era stato tolto a Ellie da vecchio Pai Mei che l’aveva insultato. La perfida allieva comunque si era subito vendicata del suo brutale maestro allenandogli il pesce. Poi Beatrix si reca da uno dei viscide patrigni di Bill, Esteban Vihaio, il losco proprietario di un bordello che dopo averle fatto mille complimenti  le da l’indirizzo di Bill. Arrivata a destinazione Beatrix scopre con stupore che Bill a allevato amorevolmente la loro unica figlia in questi ultimi anni, ed ha cercato di fare quello che a fatto soltanto per dimostrare a Beatrix che non può rinnegare la propria natura. Nonostante questo, però Beatrix lo uccide in duello mortale facendogli esplodere in cure con colpo segreto che a imparato in Cina. Dopo la morte di Bill, Beatrix anche se segretamente distrutta da un profondo dolore, sceglie di ricominciare da capo una nuova vita insieme a sua figlia.

 

In conclusione questo film può essere considerato come  la massima  somma del cinema di Tarantino ai suoi finora eccelsi, ma anche perché no eccessivi   livelli espressivi sia come regista che come narratore. In questa seconda parte si enfatizza ed esplode addirittura il rapporto di amore odio fra la valchiria  vittima e il suo carismatico  carnefice, la dipendenza di entrambi per la lotta, la sopravvivenza ed il sangue che per loro può insolitamente risultare romantico e buffo. Si narra nei corridoi di Hollywood e dintorni  che Kill Bill possa aver presto un antefatto animato sulla storia del carismatico capo e infine un seguito per la cui comparsa dovrebbe attendere circa quindici anni. Nel frattempo speriamo però che Quentin faccia come a promesso molti altri film. Ora però volendo azzardare una previsione sul futuro scommetto quello che volete che da qui ad un anno, la febbre di Kill Bill avrà contagiato molti cineasti indipendenti che tenteranno la sua stessa strada, creando un nuovo caso sulla falsa riga di quello che già avvenne con Pulp Fiction.                                                                                                                          

 

 

 

ARTE DEL VIDEO

Il viaggio dell’uomo immobile

Videoinstallazioni e videoproiezioni

Lucca, Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo L. Ragghianti

Dal 21 marzo al 24 maggio 2004

 Ragioni di una mostra

 Una mostra che raccoglie 18 installazioni di artisti internazionalmente noti per i risultati espressivi raggiunti e per le fondamentali innovazioni introdotte sul confine dove oggi arti visuali e tecnologie elettroniche e informatiche avanzate si scambiano produttivi apporti è episodio inconsueto nella pratica delle “grandi esposizioni” che affollano il nostro paese in concorrenza ormai con la più composita e articolata realtà dei musei nazionali e locali. È parso alla Fondazione Ragghianti che lo sforzo che il Museo d’arte contemporanea di Villa Croce a Genova ha realizzato, come premessa alle manifestazioni che vedono quest’anno la città ligure capitale europea della cultura, meritasse una immediata prosecuzione e un produttivo rimbalzo utile a approfondire, anche sulla scorta di altre opere di importanza indubitabile la conoscenza di un settore dell’arte contemporanea tra i più vitali e fervidi, non confinato in un chiuso circuito locale.

Le scelte degli artisti e delle loro installazioni che Sandra Solimano ha operato per Genova, ben sostenuta da un comitato internazionale di esperti, sono qui a Lucca tutte integralmente ribadite. La mostra Il viaggio dell’uomo immobile conserva così intatto il suo originale profilo. È sembrato tuttavia utile integrare, anche in base ad alcune richieste avanzate da parte del forte pubblico soprattutto giovanile dell’esposizione a Genova, il selettivo e attuale scenario delle videoinstallazioni con l’altro aspetto del “arte del video” così come storicamente si è sviluppato, in particolare, dagli anni ’80: la produzione da parte degli artisti di filmati (o tapes) che hanno attraversato il mondo attraverso la diffusa e fitta rete dei Video Festival.

Punto nodale di questa rete è stata per oltre venti anni Locarno e il suo ViedoArt Festival. L’ampia antologia che per la prima volta a Lucca viene presentata di quella attività consente di stabilire la tempestività e la lungimiranza delle indicazioni lì formulate su singoli artisti e di registrare anche  il continuo e permutante divenire di un linguaggio vivo e nuovo che oltre a confrontarsi con gli avanzamenti della tecnologia esplora in modo inedito una memoria attiva e ininterrotta dell’universo umanistico delle immagini. Grazie alla collaborazione di Lorenzo Bianda, collaboratore fedele e erede del competente entusiasmo di Rinaldo Bianda e alla comprensiva collaborazione del Direttore del Museo Cantonale d’Arte di Lugano, Marco Franciolli, è risultato così possibile offrire ai visitatori di questa mostra una panoramica ampia e storicamente definita degli svolgimenti significativi dell’ arte del video fenomeno nuovo ma che rivela la vigile e insostituibile presenza degli artisti d’oggi nei luoghi dove  il mondo contemporaneo è obbligato a dare fisionomia ai propri fantasmi, alle proprie emozioni, entro dimensioni linguistiche adeguate e comunicanti.

 Vittorio Fagone

Direttore della Fondazione Ragghianti

 Videoinstallazioni: 

Laurie Anderson, ”At the Shrink’s” 1975-1997, USA; Maurizio Bolognini, “Sealed computers” 1992-2003, I; Monika Bravo, “A_maze” 2001, USA; Michel Bret e Edmond Couchot “Je sème à tout vent”, F; Philip Corner, “Stella di Davide tantrica” 1994, USA; Marc Didou “Senza titolo” 1997-1998, F; Jean-Pierre Giovanelli “Sable mouvant” 1999, F; Alexander Hahn “Rabbit in your headlights” 2003, CH; Franziska Megert “La Ville des Immortels” 1998-2001, CH; Chantal Michel “Comme si l’immediat était la seule chose qu’elle possédait”, CH; Tony Oursler “Digital” 1997, USA; Mari Oyama “Drift in a life”, J; Nam June Paik “TV Clock” 1997, Corea del Sud; Fabrizio Plessi “Foresta di fuoco” 2001, I; Peter Sarkisian, “Roadside series: Aberdeen” 1997, USA; Studio Azzurro,”Il soffio sull’angelo – primo naufragio del pensiero” 1997,  I; Bill Viola, “Memoria” 2000, USA; Yuan Shun, “Power station” 2000, Cina.

 Videoproiezioni:

 René Bauermeister, “Aléatoire I et Il" 1978, CH; Gianfranco Baruchello, “Doux” 1981, I; James Coleman,  “So Different and Yet” 1981, IRL; Friederike Pezold, “The New Emboided Sign Language of a Sex according to the Laws of Anatomy, geometry and Kinetics” A; Patrik Prado, “Planetarium: Lo solei de Van Gogh” 1979, F; Frank Van Herck,  “Concept Publiart” 1977, B; Laurie Anderson, “O Superman” 1983, USA; Marina Abramovic & UIay, “City of Angels” 1983, YU; Marcel Odenbach, “AIs kőnnte es mir an Kragen gehen” 1983, D; Nam June Paik, “Good  morning Mr. Orwell” (revised) 1984, J; Bernar Hebert, “The dog of Luis and Salvador” 1984, CND; Marcel Odenbach, “Die Distanz zwischen mir und meinen Verlusten” 1983, D; Ulrike Rosenbach, “Das Feenband” 1983, D; Robert Cahen, “Cartes postales” 1985, F; Gianni Toti, “Immaginario scientifico, L’ordine, il caos, il phaos”, 1985, I; Jean-Paul Farger, Robin de noir” 1986, F; Bill Viola, “I Do Not Know What It Is I Am Like” 1987, USA; Jean-Luc Godard, “Puissace de la parole” 1988, F; Antonio Cano, “Mèlies - Nuit du court” 1988, F; Alexander Hahn, “Arthur” 1988, CH; Atsushi Ogata, “Kagen” 1988, J; Robert Cahen, “Hong Kong Song” 1989, E; Alberto Signetto, ‘Weltgenie” 1988, I; Peter CaIIas, “Neo-Geo: An American Purchase” 1989, AUS; Julie Kuzminska, “Archaos” 1990, GB; Dominique Belloir, “Le syndrộme de Stendhal” 1990, F; Irit Batsry, “Leaving the OId Ruin” 1989, USA; Tamas Waliczky, “Memory of Moholy-Nagy’ 1990, H; Peter Sulyi, “Images cinématographiques sur Bartok” 1990, H; Francisco Ruiz de Infante, “Lugar comùn” 1991, E; Gabriele Seifert, “Up—Pferd—Down” 1991, D; Dara Birnbaum, “Canon: Taking to the Streets” 1990, USA; Atsushi Ogata, “Timeless Scent” 1992, J; Jaroslaw Kapuscinscki, “Variations: Mondrian’ 1992, PL; Cécile Babiole, “Virtus” 1992, F; Sandra Kogut, “Parabolic People” 1991, Brasil; Doug Porter, “Time Has No Image” 1992, CND; Claudia Aravena, “Miradas Desviadas’ 1992, Chile; Mirko Simic’,“Do You Hear the Sound of Silence” 1992, SLO; Arta Biseniece, “While There Is Nothing” 1993, Lituania; Francisco Ruiz de Infante, “La maison de redressement” 1993, E; Raphael Montanez Ortiz, “Dance Number 22” 1992, USA;  Bruno Saparelli, “La Chambre Verte” 1993, CH; Olivier Lannaud, “Nos jours sont comptés” 1993, F; Mostafa Sadek-Sedjal, “Nejmal, ’éternal retour” 1994, F; Ivar Smedstad, “PickSel” 1994, D; Elisabetta Filocamo, “Physical Property” , I; Dragan Abjanich,  “Ensuite” 1994, Macedoine; Tamas Waliczky, “Der WaId” 1993, D; Lars Movin, “The Misfits - 30 Yeàrs of Fluxus” 1993, DK; Gianni Toti, “Planetopolis” 1993, I; Mirko Simic’, “Out of Memory” 1994, SLO; Patrick De Geetere, “Jeanne” 1995, F; Jorge La Ferla, “Video en la Puna - EI viaje de Valdez” 1994, ARG; Irit Batsry, ‘Scale” 1995, USA; Radu Muntean, “La vie est ailleur” 1995, R; David Larcher, “VideOvoid text” 1994/96, UK; Cristiano Carloni & Stefano Franceschetti, “Urbino Memoriale” 1996, I; Nao lnazumi, “An Age of Decadence” 1996, J; Elisabetta Filocamo, “lnside-Outside” 1997, I; Janusz Kondratiuk, “Baby’s Frühstück” 1997, A; Claudio Pazienza, “Tableau avec chutes” 1997, I/B; Katsuhiro Yamaguchi, “Rétrospective vidéo” 1998, J; Dave Ryanm, “Rarefaction” 1998, USA; Michell Lippitt, “A box for Keeping” 1998, CH; Claudia Aravena e Paula Rodriguez, ”First Steps” 1998, D; Ann Steuernagel, “Boy running” 1998, USA; Marcus Nascimento & Simões Aggêo, “If”, 1998, BR;  Doug Porter, “Run into Peace” 1998, CDN; Roland Lanz, “Meeting in lnsomnia” 1999, CH; Atsuschi Ogata & Anna Davis, “By the way” 1999, J; Anna De Manincor, “Da nero a nero - Tempo per pensare” 1999, I; Manuele Bossolasco, “Pensieri bianchi” 1999, I; Angela Melitopoulos, “Passing Drama” 1999, D/GR; Hideo Aoshima, “Scherzo” 1999, J; Lucas Bambozzi, “Eu nâo posso imaginar” 1999, BR; Claudia Aravena Abugosh, “Berlin: been there to be here” 2000, D/RCH.

 La mostra è aperta al pubblico con il seguente orario:

 da martedì a venerdì  11,00 – 19,00 sabato e domenica 11,00 – 20,00

lunedì chiuso

 ingresso gratuito offerto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca

 Ufficio stampa

 Fondazione Ragghianti                     

Giuliana Baldocchi,  Dora Bertolacci, Elena Fiori tel. 0583.467205  fax 0583.490325 

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QUELL’ULTIMA DIVERTENTE DOZZINA

 

Di Francesco Olivieri

 

 Il 16 Marzo nel Cinema Savoy di Roma si è tenuta alle ore 2001 l’anteprima italiana, riservata al pubblico  e promossa dalla 20th Century Fox e da “Sorrisi e Canzoni TV”, del film “Una Scatenata Dozzina”, remake in chiave brillante  del certamente più malinconico  e serio  “Dodici lo chiamano papà”, film diretto nel 1950 dal regista americano Walter Lang e interpretato stupendamente da Clifton Webb e Myrna Loy.  Nel 1967, il regista Melville Shalvelson diresse una divertente commedia a sfondo familiare dal titolo “Appuntamento Sotto il letto”, con Henry Fonda e Lucile Ball. Oggi nel 2004, con il film “Una Scatenata Dozzina”, la storia si ripete, solo che questa volta al timone troviamo, comodamente seduto nella cabina di regia Shawn Levy, già autore della divertente commedia romantica “Oggi sposi, niente sesso”, interpretata da Ashton Kutcher e Brittany Murphy. 

La pellicola trae comunque ispirazione dalla Situation Comedy, nata da una costola di “Genitori in Blue Jeans”, “Dieci sono pochi”, che in certo senso richiamava alla memoria il medesimo scenario, ovvero allenatore con famiglia numerosa affitta dai classici problemi della crescita. Altra citazione dell' umorismo anni 50 e 60, che questo film vuole in certo senso ricordare è “Il gran lupo chiama” diretto dal regista americano Ralph Nelson nel 1964 e interpretato da altri due genitori d’eccezione del grande schermo :Cary Grant e Leslie Caron. Nella pellicola oggi in esame comunque il vero mattatore comico resta  Steve Martin, come al solito a suo agio nelle ormai comode vesti di genitore premuroso, ma nevrotico; e almeno per stavolta una non ironica ed elegante icona della middle class americana ( “Parenti, amici e tanti guai”,  “Il padre della sposa 1 e 2, “ e “Un ciclone in casa”). A fargli da validissima  spalla troviamo un’altrettanto rodata e frizzante Bonnie Hunt, già madre di un’ allegra famigliola nei film del simpatico sambernardo “Beethoven”. 

 Il film racconta la singolare storia d’amore di un timido ma affabile allenatore di Football americano e di una brillante e dinamica giornalista sportiva. I due dopo essersi conosciuti all’università, scoprono fra le tante affinità di desiderare entrambi una famiglia numerosa e cosi si ritrovano in men che non si dica a dover tirare su ben dodici figli. Purtroppo però, tutto ciò interferisce non poco con le loro ambizioni lavorative e cosi per il bene dei loro  ragazzi, Tom e Kate Baker scelgono di abbandonare la caotica vita cittadina per trasferirsi nella cittadina di Lincoln nella rurale provincia americana. Sfortunatamente però queste drastiche, anche se necessarie scelte di vita  feriscono il loro orgoglio, portandoli a scontrarsi con il disarmante fallimento dei loro sogni professionali. Cosi ecco che quando a Tom viene offerta l’occasione della sua vita, ovvero trasferirsi nuovamente nella grande città per allenare una vera squadra dell’Illinois, lui accetta preso dall’entusiasmo l’incarico, sradicando l’intera famiglia dalle sue certezze e soprattutto dai suoi affetti, ma promettendo a tutti  loro un futuro migliore. Arrivati nella nuova casa, nessuno dei Baker, riesce ad ambientarsi facilmente alla nuova situazione a causa dell'ambiente ostile e bigotto della grande metropoli, in ovvia collisione soprattutto culturale nei confronti di chi ha vissuto per molto tempo in provincia. Segnali forti : per esempio gli atteggiamenti di derisione a scuola subiti sia dal figlio maggiore che dal figlio più piccolo che vengono presi continuamente di mira dall’infantile cattiveria dei loro compagni di scuola. Oppure ancora più marcatamente il commento dei vicini di casa  che ancor prima di conoscerli lì definiscono sarcasticamente gente da fast food. 

I figli insomma hanno gravi problemi di ambientamento, ma sfortunatamente però  sia mamma (che è andata in viaggio a New York per presenziare ad un tour promozionale per pubblicare un libro, basato sulla sua vita nel ruolo di madre per due settimane),  che papà sono troppo presi dalle loro nuove carriere per  accorgersene.  

Nel film figurano nei tre ruoli dei figli maggiori Piper Perabo (“Le ragazze del Coyote Ugly”), che interpreta la primogenita Nora, una ragazza di ventiduenni, desiderosa della sua indipendenza che vive ormai fuori casa insieme ad Hank, un attore da strapazzo di insulsi spot pubblicitari  per dentifricio e collutorio, che si atteggia già a grande divo del cinema, fingendosi assediato dai fans e dai paparazzi in ogni dove, oltre ad essere continuamente perseguitato dalla sua immagine in televisione.  Poi c’è Charilie il secondogenito, interpretato da un convincente Tom Welling ( il giovane superman della fortunata serie “Smallville”). Il suo ruolo è quello di un giovane molto legato alla famiglia e alla sua ragazza Beth. Charlie soffre tremendamente per aver lasciato senza preavviso  la sua vecchia vita di sempre e ha gravi problemi di adattamento, al punto di  meditare seriamente di lasciare gli studi e la famiglia prima del tempo. Tutto  ciò gli crea  non pochi problemi con il padre al quale rinfaccia senza mezzi termini di aver pensato unicamente a soddisfare il proprio ego.  Poi  troviamo  la giovane e spumeggiante diva televisiva Hillary Duff, la star della celebre Sit. Com disneyana “Lizzie McGuire”, perfettamente a suo agio nel ruolo di Lorraine Baker,  una  divertente adolescente ossessionata dalla propria immagine. 

Altri personaggi della famiglia di una certa importanza sono il piccolo e indifeso Mark, il cui unico amico e confidente è un ranocchio, interpretato da un bravissimo attore esordiente di nome Forrest Landis. Mark è  sempre confuso dal padre con altri membri della famiglia, è legatissimo alla madre e convinto di non essere affatto amato da nessuno dei suoi fratelli. Infine c’è il personaggio di Sarah Baker, interpretato dalla dotata e simpatica attrice emergente Allison Stoner, ovvero il maschiaccio del gruppo, il cervello di tutti gli scherzi e di tutte le fughe del numeroso clan dei Baker. Molte scene infatti soprattutto quelle legate agli scherzi e sembrano essersi volutamente ispirate alle vecchie commedie del muto : le mutande del fidanzato antipatico della sorella più grande  immerse nel bidone della carne macinata del cane, con successivo assalto stile “Tutti Pazzi per Mary”, l'assalto di quest’ultimo alle parti basse del malcapitato durante il pranzo. Le varie  gag del lampadario e del vomito, lo scompiglio che  crea un serpente alla festa di compleanno del vicino di casa con relativa esplosione di un gigantesco pallone e del tragico atterraggio di Steve Martin sul povero malcapitato con relativo e immediato ricovero in ospedale. Infine le tragicomiche telefonate a raffica del padre per trovare una governante.  Ma a parte queste classiche, tuttavia briose trovate di comicità puramente fisica, dove l’ilarità non nasce tanto dalle battute quanto dalle situazioni, il film ha anche qualche leggero  difetto : i protagonisti non hanno vere relazioni esterne e la loro vita e le loro personalità individuali non tanto per i maggiori, quanto per i fratelli minori vengono appena accennate, ma questo forse perché non si voleva puntare su un film per teenagers in senso stretto, ma piuttosto sulla tipica pellicola formato famiglia che attualizzasse ai giorni nostri le classiche commedie degli anni 60.  E non a caso in certi punti il film ricorda proprio la cifra stilistica della casa di Topolino. 

L'opera nel suo complesso è comunque assolutamente piacevole e  divertente, piena di buoni sentimenti e di un finale edificante.  Una curiosità : il viscido e arrivista collega di Steve Martin, nonché ex spasimante della consorte ai tempi del college,   è interpretato dall’attore Richard Jenkins, oggi celebre per essere  il funereo patriarca della celeberrima e controversa serie Tv “Six Feet Under”, ideata da Alan Ball, sceneggiatore di American Beauty. Una serie che racconta le vicissitudini quotidiane e sentimentali di una famiglia americana che gestisce l’insolita attività delle pompe funebri.  Altra curiosità  : nel ruolo del padre del vicino di casa, oppresso da una moglie petulante, ritroviamo anche Alan Ruck, faccia molto conosciuta soprattutto nei primi anni Ottanta per aver dato vita al giovane Sherlock Holmes di “Piramide di Paura” diretto nel 1985 da Barry Levinson, ed  essere stato il compagno d’avventura prima di Matthew Broderick nel film “Una Pazza Giornata di Vacanza” e poi nel road movie giovanilistico “In tre si litiga meglio”, in compagnia di  Charlie Sheen e Keri Green (la Andy dei “Goonies”). In ultima analisi ci troviamo di fronte ad un film divisi fra lo humour Disney e le prime commedie di Chris Columbus, vedi la serie “Mamma ho perso l’aereo”, con un etico  messaggio morale  : si può realizzare i propri sogni senza rinnegare le proprie scelte, ma  restando uniti e felici nel perseguimento di un obiettivo e di un equilibrio di gruppo..                 

 

SOTTODICIOTTO FILMFESTIVAL

 

Aiace Torino


Città di Torino - Divisione Servizi Educativi

cinema scuola ragazzi


Vª edizione


Torino, 27 novembre - 4 dicembre 2004


Cinema Massimo e Cinema Centrale


 

Concorso nazionale aperto alle produzioni realizzate dalle scuole


Concorso nazionale aperto alle produzioni realizzate dagli under 18 in ambito extrascolastico


 


Scadenza di presentazione dei film: 30 giugno 2004

 


Cinque candeline per Sottodiciotto Filmfestival, Festival cinematografico che si rivolge ai giovani e che è fatto dai giovani: una formula unica nel panorama italiano, che sta per festeggiare il quinto anno di vita, forte del successo di pubblico che cresce anno dopo anno, dell’adesione di realtà importanti, dell’affetto dei mezzi di comunicazione che lo hanno “adottato”, ma soprattutto della capacità di coinvolgere un numero crescente di