EYES WIDE SHUT : L’ULTIMA OPERA SONNAMBULA DI STANLEY KUBRICK
Di
Francesco Olivieri
L’ultima opera cinematografica di un grande maestro e
profeta della nostra modernità come della nostra più segreta e più intima
follia interiore, dovrebbe ereditare quasi sempre il fascino e la poesia della
prima opera, per potersi veramente considerare l’ultima, la più grande ed
ovviamente la più bella in senso assoluto.
Qui le cose però sembrano essere andate molto
diversamente. Perché il film testamentario di Kubrick, sembra più assomigliare
ad un primo coltissimo tentativo di analisi umana fatto da un giovanissimo
regista alle prime armi, sia sotto i luoghi dell’incubo, (qui si parla del
tradimento coniugale) che sotto quelli del sogno. (dove il tradimento coniugale
si manifesta e si compie veramente, lasciando però ai protagonisti fisici nella
realtà, ma soltanto in quella, la doppia e cristiana possibilità di riflettere
e quindi di sfuggire sempre al peccato stesso).
Comunque nonostante le più ammirevoli ed alte
intenzioni del regista, questo film sembra essere rimasto tristemente incompiuto. Nicole Kidman e suo marito Tom
Cruise, usano continuamente la parola
Scopare, come se essa fosse un termine regalato loro o da Dio, oppure dal
Demonio. Scopare in sostanza è l’unica parola che può ormai
uccidere o al contrario salvare il loro carnale ed infelice matrimonio
agli occhi del loro mondo.
Un mondo profano, notturno, solitario e sonnambulo
che è fatto di desideri e di corpi venduti (prostitute adulte o minorenni,
sette orgiastiche vissute dentro una sorta di Harem di fine millennio). Insomma
un mondo dove i più perversi desideri delle persone più ricche e più
rispettabili si confondono e si chiariscono solo attraverso la possibilità
mancata oppure sognata di scopare.
Ma tutto questo viaggio nelle più diverse fonti
dell’erotismo umano (peraltro neanche troppo mostrato o troppo sensuale,
tragico o profondo) , non rende
comunque l’ultimo Kubrick un’opera memorabile. Alcune volte infatti essa
risulta perfino comica (l’ostentazione tecnologica del telefonino o della
propria professione come l’indiscutibile forma della propria rispettabilità e
della propria superiorità di classe nei confronti degli altri). Inoltre qui il
classico e maniacale approfondimento psicologico di Kubrick sui i personaggi
principali, come anche su quelli secondari,
sembra essere molto più legato ai gesti che alle parole o alle emozioni vere e
proprie. Il quale infatti a un
certo punto della vicenda lascia il suo posto ad un imbarazzante quanto
inopportuno thriller macchiavellico, dentro il quale l’erotismo cerebrale di
Kubrick si perde miseramente, come si perdeva Jack Nicholson nel claustrofobico
labirinto nella scena finale del suo Shining.
Quindi in ultima analisi questo film non è nè
l’ultimo inquietante quadro di un geniale regista scomparso, nè la prima tela
di un giovane e promettente talento, ma bensì un’ operazione emotiva
tragicamente interrotta dall’angelo della morte, che ha quindi finalmente
convinto un coraggioso uomo con gli occhi sempre aperti a chiuderli verso il
paradiso, e io spero anche verso il
dolce oblio della sua fine di grande artista.
Francesco Olivieri